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ʒeûn: un vuoto preciso

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 24 gen
  • Tempo di lettura: 4 min

Secondo una leggenda, in una lingua scomparsa dell’arcipelago di Valmoro, esiste una parola di cui nessuno riuscì a trovare la traduzione.


A quanto pare, io l’ho trovata.

La parola, non la traduzione.


Da settimane, infatti, lavoro su questo frammento attribuito ad Agnese V.: otto righe su rame ossidato, metà cancellate. Nel mezzo, c’è lei, una parola che non trovo in nessun repertorio. La trascrivo così: ʒeûn.


All’inizio ho fatto quello che si fa: radici, famiglie, consonanze. Ho cercato in alfabeti che non uso, in glossari privati e in dizionari fuori catalogo. Ogni ipotesi reggeva quanto un ponte di carta.


“Spazio”, pensavo. Poi “intervallo”. Poi “respiro”. Ma appena le pronunciavo, queste traduzioni si consumavano, e ʒeûn restava intatta, chiusa nel suo mistero, a prendersi beffe di me. Caina, se ne sta lì, tra termini chiarissimi: vibrazione, eco, origine. E lei in mezzo, protetta.


I miei appunti riempiono tre quaderni, una sorta di dizionario delle approssimazioni, le meno indegne recitano così:


ʒeûn, s.m. – spazio lasciato tra due significati per permettere al senso di passare.

ʒeûn, s.f. – fatica di trattenere un’emozione finché non si consuma.

ʒeûn, avv. – quando il mondo trattiene il fiato prima di dire qualcosa.

ʒeûn, verbo – atto di rinunciare a un significato per non deformarlo.


Leggo e rileggo Agnese, cercando di sentire anche quelli che sono stati i suoi respiri nel buio. “Non durerò”, sembra voler dire la sua riga superstite, “ma va bene”.


Eppure, pur capendone il senso, ogni volta che arrivo a ʒeûn mi blocco: mi sale una sorta di “vuoto preciso”, non so spiegarlo altrimenti; non è una mancanza, come quando hai una parola sulla punta della lingua, è più concreto, come un vaso o un bicchiere che si può riempire, ma non è strettamente necessario. È come se il testo mi chiedesse: lasciami esattamente qui.


Mi capita spesso, traducendo, di percepire uno spostamento del baricentro: le parole a me non chiedono fedeltà, chiedono peso. Questa volta il peso è un’assenza.

Quando provo a riempirla, il rame del frammento si raffreddi sotto le dita; quando la lascio libera, la stanza si scalda.


Ho provato anche a farne un esercizio di stile. Ho annotato delle contro-definizioni:

Non significa “niente”, perché il niente è già una conclusione.

Non è “silenzio”, perché il silenzio è pieno di suoni futuri.


Non è “pausa”, perché la pausa presume che una musica stia aspettando.

Poi mi sono resa conto che ʒeûn è quel piccolo frammento di silenzio prima che l’orchestra attacchi a suonare. Non una pausa, ma un’attesa: qualcosa che precede il suono stesso. È lì che ho capito che il problema non era trovare una parola, ma decidere se fosse lecito chiudere quello spazio. Tradurre, in fondo, è sempre una scelta su quando intervenire e quando no. 


Penso ad Agnese – non so chi sia stata davvero; il nome è una didascalia postuma. Mi piace immaginarla mentre lima una versione su cera, poi la scalda e la liscia, cancellando al centro un verbo. Al suo posto incide ʒeûn.


A. è un collega che colleziona etimologie come francobolli. Gli mostro il mio quaderno. «Sei sicura che non sia un errore di incisione?» chiede. Gli spiego che nessun errore resiste con tanta eleganza. Mi aspetto che derida questo mio nuovo senso poetico, «E come la tradurrai?», sorride.


«Sai che forse non la tradurrò?» dico. «La terrò aperta.»


Adesso so cosa fare: preparo una versione in pulito che rispetta il metallo, le sue ossidazioni e il centro scoperto. Scrivo la traduzione con inchiostro scuro, poi, quando arrivo alla parola, lascio uno spazio intonso grande quanto un’unghia. In nota, un promemoria per me stessa:


ʒeûn: unità minima di passaggio. Non possiede, non conserva. Lascia transitare il calore.


Rileggo dall’inizio.


Dalla prima vibrazione alla sua ultima eco, [ ] tre volte ho portato e tre volte ho lasciato andare. Finché l’acqua si è ricordata della sua foce.

È strano come funzioni: quello spazio orienta. Ci inciampo sopra e, per non cadere, invento un passo. È lì, in quell’invenzione, che nasce il senso. Non lo ricavo io dal testo, è il testo che lo ricava da me. Ed è tutto quello che posso chiedere a una parola.


La consegna della traduzione avviene in una sala con vetri stretti e alti. Un tavolo rettangolare e la commissione schierata dietro: cinque uomini che parlano in frasi compiute, contano misure, citano riferimenti; sono attenti, puliti. Quando arrivano alla pagina con il riquadro, restano zitti. Li guardo: per un attimo trattengono il respiro e sembrano capire, in silenzio.

Poi però: «C’è una svista.»

«No, non c’è.»

«Manca una parola.»

«No, non manca.»

Il mio collega A. più tardi mi chiederà se sono sicura di voler pubblicare così. «Sì, sono sicura».


La sera, a casa, appoggio l’ultimo quaderno sul tavolo, accanto a un calice di vino rosso, vuoto a metà. Rileggo la definizione che ho scritto a margine, poi la cancello con un tratto di matita: non serve più. Chiudo gli occhi e mi ripeto che noi non duriamo. Noi di mestiere facciamo spazio.


Quando invio il file, compilo l’ultima riga della scheda tecnica: Note del traduttore. Scrivo: Questa versione conserva ʒeûn come [ ]. Non è una mancanza. È il diritto al passaggio.


E per la prima volta dopo settimane sento che la pagina mi restituisce qualcosa. Non un significato, non un possesso; un filo di calore che ha trovato sbocco. In fondo, ogni traduzione è una diga con una falla: trattiene quanto basta perché il resto scorra. Agnese, se è esistita, l’aveva capito. E l’ha fatto capire anche a me.

Bevo un sorso di vino, sento la stanza sospesa nel piccolo buio tra due respiri.

Quello spazio ha un nome, penso.

Ma il nome non lo cerco.

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