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Giorno di riposo

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 24 gen
  • Tempo di lettura: 4 min

Quando mi invitarono a provarla, non avevo niente da perdere,

davvero.


Matteo lavorava in un laboratorio acustico alla periferia della città.

“Non è ancora brevettata” mi aveva detto al telefono. “Ma funziona. Ti

giuro che funziona.”


Ci arrivai in autobus. Poi dieci minuti a piedi lungo una strada

sterrata. L’edificio era un capannone senza insegne. Dentro, odore di

metallo e vernice. La macchina era alta quanto un frigorifero. Un cilindro

nero con una bocca quadrata davanti, e un cavo spesso quanto un tubo

dell’acqua che finiva in un generatore. Nessun pulsante. Solo una leva.

Matteo mi fece cenno di avvicinarmi. “L’abbiamo usata stanotte.

Funziona anche con le sirene.” “Sirene?” chiesi.


“Quelle delle auto della polizia. Spariscono. Spariscono per davvero, te lo giuro.”

Mise in moto il generatore e fece partire della musica classica. Poi

abbassò la leva della macchina. Il suono sparì. Non calò, non si attenuò:

sparì. Come se non fosse mai esistito.


“Non ci credo!” esclamai. Non mi sentì.

Matteo rise. “Anche la voce.”


Provai a gridare. Niente. Non era ovattato. Era assente. Un vuoto

pulito, geometrico. Mi toccai la gola come per cercare il suono. Nulla.

Quando Matteo rialzò la leva, la musica tornò. Anche le parole.

“Vedi?” disse. “Assorbe tutto. Qualunque frequenza.” “È pazzesco.”

“No, è nuovo” rispose.


Il laboratorio era freddo. Mi sfregai le mani. Non c’erano sedie.

Rimanemmo in piedi. Matteo spiegò che stavano cercando investitori.

Che quella macchina poteva cambiare tutto: aeroporti, ospedali, guerre.

“Immagina una città senza rumori” disse.


Mi piacque. L’idea di togliere il suono. Di svuotare. Avevo passato

mesi a sentirmi pieno di rumore: autobus, gente che parlava, finestre

che sbattevano. Tutto fastidioso. Tutto troppo.


“Serve un posto per testarla,” disse Matteo. “Un ambiente urbano.

Magari un isolato. O un quartiere.” “Da me tutti parlano troppo,” risposi.

Arrivarono la settimana seguente. Due camion. Sei persone. Misero la macchina nel centro della piazza, tra un distributore automatico rotto e una fontana secca. Collegarono cavi che correvano lungo le strade, fissati con nastro adesivo e pali di ferro.


I vicini guardarono dalle finestre. Nessuno uscì. Quando Matteo

abbassò la leva, mi sedetti sulla panchina davanti alla fontana. Sentii il

rumore sparire in un secondo. Nessun cane, nessun clacson, nessuna voce. Non era notte. Era un pomeriggio chiaro. Eppure sembrava di

stare sott’acqua, senza pressione.

Due ragazzi attraversarono la piazza con le biciclette. Li vidi ridere, ma non sentii nulla. Un uomo chiuse la porta di casa. Il battente si

mosse, ma non fece alcun suono.



Alzai le braccia e gridai, giusto per sentire la gola tirare. La voce

non uscì. Un attimo dopo mi accorsi che anche il vento era sparito. Gli

alberi si muovevano, ma non si sentiva nulla.

Matteo fece cenno di guardare verso di lui. “Sta funzionando!”

disse agitando le braccia. O almeno così sembrò. Si leggeva il labiale.

Per tre giorni il quartiere rimase così. I cavi legati ai pali, la macchina sempre accesa. I telefoni squillavano senza suono. La gente apri

va la bocca, ma non succedeva niente. Un silenzio denso, che non passava mai.


Il quarto giorno sparirono anche i rumori interni. Non sentii il cuore battere. Mi venne il dubbio di essere morto. Corsi fuori. Gli altri camminavano a scatti, come se non sapessero più come appoggiare i piedi

a terra. Alcuni ridevano senza far rumore. Altri piangevano.

Cominciarono le prime sparizioni, il quinto giorno. Non persone,

non ancora. Le cose. Una bottiglia scivolò dal tavolo e non si ruppe. Il

vetro non produsse nulla. Non era un rumore trattenuto. Era un gesto

cancellato. Un bambino lanciò una pietra. La pietra non fece rumore, poi

non fece nemmeno ombra. Vidi il lampione all’angolo dissolversi. Mi avvicinai. Non restò nulla, solo un buco nell’aria.


Il quinto giorno Matteo e il gruppo arrivarono con i camion. Urla

vano senza voce. Uno tirò la leva verso l’alto. Niente cambiò. La macchi

na restò accesa. Provavano a scollegarla. I cavi non si muovevano più.

Pensai che il silenzio avesse inghiottito anche l’azione. A casa

provai a sbattere la porta, ma restò aperta, come se non potesse completare il gesto. Mi sdraiai sul letto e fissai il soffitto. Neanche il respiro

si sentiva più.


Il sesto giorno la gente cominciò a svanire. Non esplosioni. Non

urla. Prima le bocche, poi le mani, poi il corpo intero. Come se fossero

fatti di suono e, tolto quello, non restasse più nulla.

Resistetti più a lungo. Forse perché ero stato il primo a provarla.

Forse perché mi ero abituato prima. Vedevo la piazza ormai vuota. Le

case senza ombre. L’aria piatta. La macchina al centro, immobile.

Ci provai. salii sulla base di metallo. Toccai la leva. Niente. Tirai

con forza. La leva non si mosse. Toccai il bordo della bocca quadrata.

Era fredda.


Il settimo giorno cominciai a svanire anch’io. Prima le mani, poi le

spalle. Non sentivo nulla. Non avevo paura. Solo un’assenza precisa, un

contorno che non serviva più.

Mi chiesi se nei documenti ufficiali avrebbero lasciato uno spazio

vuoto, come quello che stava mangiando me.

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