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La Cerniera

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 24 gen
  • Tempo di lettura: 4 min

Il giorno della comparsa della cerniera più di un quarto dei dipen

denti della borsa si era licenziato. Dopo due giorni gran parte delle cop

pie fatte e finite avevano richiesto le carte per il divorzio. Dopo una set

timana il tasso dei suicidi si era alzato del 7,06%.


La felpa invisibile: sul settimanale di Key Biscayne la chiamavano

così.


Frammenti di notizie scorrevano nella mia mente mentre ero fer

mo, in piedi senza maglietta, davanti allo specchio. Il freddo a pizzicar

mi. Centellinavo gli sguardi diretti ai miei occhi, mi studiavo. La pelle era

ancora bianca, la pancia palloncinea c’era ancora. Sul punto di congi

unzione delle clavicole, tuttavia, c’era una piccola protuberanza, dello

stesso colore della pelle: una tirazip, a suggellare una cerniera invisibile

che scorreva giù per il petto e per l’addome, fino alla base del bacino.

Avrei voluto individuare nella mia memoria il momento esatto in

cui era comparsa.


Mi infilai la maglietta, presi lo zaino e caricai tutto in macchina.

Sulla strada da casa al molo intravidi gente correre come se avesse un

posto dove andare, altri fermi a fumare e fissare il vuoto. Nient’altro che

la piccola porzione di cittadini che non se ne stava nascosta in casa

dietro finestre semi aperte. Non aprirla che poi t’ammazzi, urlava il bar

bone da fuori Carl’s Diner. Lo superai sfrecciando e ascoltai la sua voce

sfumare fino a diventare silenzio.


Mi piazzai sul molo e tirai fuori la canna da pesca. Guardai le bolle

formarsi intorno all’amo, sparire e ricomparire, pesai le esche, pensai

un po’ ai miei. Pessima giornata per la pesca. Mi rimisi in macchina e mi

diressi verso casa del Parrot.


Il Parrot viveva, più che in una casa, in una tana. Piccola: giusto

due stanzette dalle mura costellate di cianfrusaglie inutili, odorose di

legno e di marcio. Se aveva cose di valore, le teneva occultate chissà

dove. Almeno un fornello, in casa sua, era sempre acceso. Anche se da

cucinare non c’era nulla, la fiammella blu si rigirava sul posto a vuoto. A

lui piaceva starsene seduto al tavolo della cucina ad ascoltare lo sfrigo

lio del fuoco. Mangiare mangiava poco, beveva ancora meno, solo te

nero o cognac.


Entrai senza bussare e rimasi in piedi sull’uscio, immobile nel si

lenzio della casa. Non sapevo dove mettermi. Non c’erano fornelli ac

cessi.


«Parrot» chiamai.

Con due passi percorsi il corridoio e arrivai in cucina. Mi guardai

un po’ intorno, il piano cottura era lercio, le padelle pendevano dal muro

inutilizzate. Mi avviai verso i fornelli, ne accesi uno.

La porta del bagno s’aprì: ne uscì il Parrot, i capelli attaccati alla

fronte. Era sempre sudato come se avesse corso i cento metri.


«Attento che s’incendia.» mi disse.

«È tardi.»

Sorrise, col suo fare bradipeo si sedette di fronte a me. «Hai il

cubano?»

Si muoveva sempre precario, lento.

«Cazzo.»

Scosse la testa, «Pazienza.»

Mi alzai, detti uno sguardo alla vetrinetta dei liquori.

«Cognac?» mi chiese.

Grugnii in risposta

«In basso a sinistra.»

«L’hai spostato.»

«Spegni il fornello.»

Non lo feci. «Fatto.»

«Stronzo. Non mi prendere per il culo.»


Risi.

Il Parrot statuario. «Spegnilo.» ripeté.

Io lo guardai, fisso. Il Parrot aveva un nasone gonfio, costellato da

bombette di grasso, peloso da far schifo. Sul suo faccione da orco però

ci stava bene. Era l’uomo più brutto del mondo, ma non aveva importan

za. Il Parrot era cieco.


Si alzò, strusciando la sedia per terra. A passi lenti fino al fornello,

per poi allungare il braccio. Le dita poggiate sulla manopola la fecero

girare piano, una ruota che si ferma. Toccava tutto come se fosse fatto

di vetro.


Prese due bicchieri. Li mollò sul tavolo.

Io versai il cognac. «Che ne pensi?»

Alzò le spalle. Bevve un sorso e storse il naso. «Che cazzo di

schifo.»

Il soprannome gli era rimasto attaccato addosso al liceo, ai tempi

in cui io guardavo il baseball e lui lo ascoltava. E se lo ricordava parola

per parola.

«Sei nervoso.» dissi.

«No.»

Non risposi. Attesi e intanto ascoltai il silenzio e cercai di immag

inarmi il Parrot che si sente a suo agio nel silenzio. «Aggiungi un po’

d’acqua.»

Scosse la testa, «più bevo più diventa buono.»

«È un classico.»

Finii il mio bicchiere, attesi che anche lui mandasse giù tutto per

riempirli un’altra volta.

«Che ne pensi?»

Il Parrot alzò le spalle, di nuovo, «sai quanto me ne frega.»

«Stronzate.»

Rise: gli occhi vitrei poggiati sul niente.

«Vuoi dirmi che non ci hai pensato proprio?» dissi.

«Certo che ci ho pensato.»

«E?»

«E che ti devo dire. Poco mi cambia se insieme ai peli c’ho pure

una cerniera.»

Annuii. Finii il bicchiere. Non distolsi lo sguardo dal suo faccione.

«Tu ci hai pensato.» mi sporsi verso di lui, la sedia strisciò sul

pavimento. «E hai pensato di aprirla.»

«Tu non ci hai pensato?»

«Certo che sì.»

«E allora?»

Non risposi. Il Parrot rimase lì. In questi giorni mi ero ritrovato a

cercare una zip su tutto quello che toccavo.

«Carter» disse, «Se la vuoi aprire, aprila.»

Non risposi.

«Basta che sai che non ci troverai gli organi sotto.» disse.

«Lo so.»

«Bene.»

Si alzò, «Io vado a pisciare, se quando torno sei ancora vestito ti

dirò che sei una femminuccia.»

Risi, lo guardai alzarsi e risparire nel bagno. Rimasi nella cucina

vuota e d’istinto portai la mano alla base del collo. Le dita a ricalcare i

bordi della tirazip. Pensavo di tirare ma non poi non tiravo. Ora lo faccio

ma non lo facevo. Le dita si muovevano ma il polso era immobilizzato.

Mi alzai, andai ad accendere il fornello. Forse non era il Parrot ad averne

bisogno.

«Parrot» urlai.

Lui mi rispose dal bagno, un verso.

«E se sotto non c’è niente?»

«è la cosa migliore che potresti trovarci.»

Rimasi così, la mano ferma sulla tirazip. Ascoltai il suono dello

sciacquone, i passi del Parrot. Pensai che ormai c’ero.

Non tirai. Ma nemmeno tolsi la mano.

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