Manuale di riproduzione impossibile
- tentativo2ls
- 24 gen
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Lino finisce il negroni, “Saverio, un’altro”.
“Arrivo” Saverio gli fa un cenno con la mano, “e non urlare, ci sento”.
Con tutti i soldi che ti ho dato dovresti farmi una sega omaggio ogni
volta che entro in questo locale di merda, pensa, vaffanculo.
“Oi bro, non è possibile!” Giova arriva tutto impallidito come una
pastiglia di xanax scaduto “fra, una fessa, è letteralmente una fessa”.
“Allora!”, Saverio spalanca le braccia, “la finiamo di urlare”.
“Scusaci, lo sai che è un down”, Lino squadra l’amico, “ma che cazzo
ti urli?”
“No bro, non hai capito” continua Giova col fiatone “è una stracazzo
di fessa, c’aveva la faccia da fica”.
“Ma che cazzo stai dicendo zii? Chi c’ha la faccia da fica?”.
“Bro il nero dietro la stazione che dorme col trapuntone di Hello
Kitty che tira fuori il cazzo quando,” fa una pausa per respirare,
“quando le persone passano”.
“Chi? Hello Nigga!?”
“Sì!”, Giova prende il negroni di Lino e se ne trangugia metà, “fra,
c’ha una cazzo di fessa in faccia. E non tipo una cosa poetica.
Proprio… una fessa. Completa. Labbroni, clitoride, umidità. Fessa.
Capisci?”.
“A zii, te sei calato i funghetti avanzati?”.
“Sto sobrio da ieri”, fissa lo sguardo sul negroni avanzato di Lino.
“Tieni scroccone”, gli passa il bicchiere, “e che faceva questa fica?”
“Che cazzo credi facesse? Mica cantava l’Ave Maria in falsetto… È
una fessa, non faceva niente”, beve il negroni tutto d’un fiato, “se ne
stava lì a…a guardarmi”.
“E tu che hai fatto?”.
“Sono venuto qui!”.
“...”
Lino si alza, esce dal locale e corre verso la stazione. Giova gli viene
dietro, e le urla di Saverio escono dal locale “Figli di puttana, pagate
il conto!”.
Arrivano alla panchina, il barbone è lì. Sta sdraiato come al suo
solito, a dormire, o solo in coma.
La faccia non c’è più. È diventata letteralmente una fessa. Enorme e
dall’aspetto esecrabile. C’è carne. Pieghe. Calore.
La pelle nera ha delle venature così rosee sulle grandi labbra che le
fanno sembrare due enormi fette di roastbeef.
"Visto! Visto? Adesso ci credi”.
“Ma come…cazzo è possibile? No zii, sta cosa non è normale”, arretra
con gli occhi sgranati, “Ma secondo te…secondo te…?
“Quanto te la rischi?” Giova si sfrega le mani pregustando il
momento.
“No zii, non posso farlo…non posso… non posso… posso?” Lino
guarda la fessa come se da quella risposta dipendesse la sua vita, e
poi dice “venti!”.
“Tre…due…uno” e urlano un numero a testa. Un cinque e un sette.
“E tu down, quanto te la rischi?” chiede Lino con aria soddisfatta.
“Dieci! Non sono una pussy come te!” Giova mima il gesto delle
forbici con le dita.
“Tre!” dicono tutti e due.
“Merda…merda!”.
“A zii, hai perso”.
“Cazzo, va bene ma non guardare!” e si avvicina al barbone che
sembra non essere minimamente preoccupato dal loro discorso.
Si cala giù i pantaloni e inizia a menarsi l’uccello, l’unica cosa che sa
ancora fare senza pensare.
“Cazzo stai a fa’?” Lino lo guarda ridendo.
“Bro, come faccio se non ce l'ho duro? Ti ho detto di non guardare!” e
continua a menarselo mentre intrattiene il suo improvvisato partner
“Ti piace così, brutta troia!”.
“A zii, è uno spettacolo!”. Lino scoppia in una risata.
E mentre Giova si sollazza in quell’atto osceno degno del più verme
dei vermi, sentono uno sfiato e poi Giova tira un grido di paura “ma…
è un cazzo!”.
Dalla fessa nera e slabbrata è uscito un membro. Di notevoli
dimensioni e anche di notevole forma. Con le palle piene, i peli irsuti
e il glande scoperto. E se ne sta fermo in piedi, dritto come un palo
della luce, come a dire io non ho paura di nessuno.
“Bro, mi sta guardando male!”. Si sentono altri sfiati e altri piselli
escono dalla fessa. Di tutte le dimensioni, forme e colori. Circoncisi e
non.
L’odore ricorda a Lino le campagne di Dungeons & Dragons. Solo
puzza di scroti sudati.
“A zii, ma quanti sono?”.
Iniziano ad uscirne così tanti che ad un certo punto si trovano
circondati.
Vengono vicino a Lino, spavaldi e saltellanti e gli si appiccicano
come il tossico che chiede gli spiccioli per il panino.
“Bro, ti devi segare!” gli sbraita Giova con l’uccello ancora in mano
“ti devi segare!”.
Lino tira fuori l’uccello e inizia a masturbarsi tenendo insieme la
propria identità con lo sputo. Sfrega più che può, deve sembrare la
migliore sega di sempre, la sega che salva una vita, la sega che lo fa
venir dritto pure a uno in coma.
E quelli prendono a sfregarsi anche loro, su qualunque superficie sia
alla loro portata, e anche Giova riprende a segarsi nello squallore che
è diventato quello spazio attorno alla panchina, che ormai sembra un
circo anatomico abbandonato.
Sembra che una mano celeste sia scesa dal cielo per provocare la
grazia del piacere assoluto, mentre stanno tutti in quel misto di sega
spaziale e estasi divina.
Lino viene, Giova viene, e a seguire tutti i cazzi.
Poi solo il silenzio.
La fessa si richiude e tutti i membri si sciolgono sul marciapiede. E il
barbone continua a dormire, o a morire.
Lino guarda la propria mano ancora sporca e gocciolante.
Non prova disgusto. Non prova niente.
Sente solo la sua carne.
Poi si riveste, senza fretta.
Non perché deve andare da qualche parte.
Ma perché non c’è nient’altro da fare.

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