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Your AI slop bores me Tra Uncanny Valley e boicottaggio artigianale: perché l’estetica AI è un fallimento

Immagine del redattore: tentativo2ls
tentativo2ls
4 giorni fa
Tempo di lettura: 4 min

Per chi volesse promuovere la propria attività sui social tramite inserzioni a pagamento che compaiono durante lo scrolling, i tempi si fanno più duri di quanto previsto. Dietro a un’illusione costituita da zero costi, tempi drasticamente ridotti, risultato all’apparenza notevole, si cela il vero incubo economico-comunicativo.


Come mossi da un riflesso incondizionato, gli utenti del web e gli avventori stanno mostrando una sempre maggiore insofferenza per i contenuti grafici generati dall’IA. Un esperimento del 2025 condotto su 338 partecipanti ha dimostrato che, nei casi di utilizzo di immagini AI per promuovere attività di benessere e svago, l’approvazione è stata nettamente più bassa rispetto agli stessi servizi promossi con immagini reali. Le aziende che utilizzano l’AI sono state definite “non professionali”, “impersonali” e “fuorvianti”. Tesi che hanno avuto riscontro anche nella vita reale tramite atti vandalici: a settembre il ristorante Grind & Unwind di San Francisco, dopo aver tappezzato la sua vetrina con immagini di panini e frullati generati artificialmente, ha trovato gli elementi dell’arredamento esterno cosparsi di vernice rossa, seguiti da un tam-tam online di recensioni e opinioni negative riguardo questa scriteriata scelta. Il pane raffigurato sembrava avere la consistenza di un “polmone”, mentre un bicchiere di caffè americano assomigliava più a “un paio di calze a rete”.


La nascita di un’insofferenza: tra percezione e realtà di un’immagine generata

Il pregiudizio che si è cementato nei consumatori verso chi utilizza immagini create artificialmente viene considerato un atto di pigrizia, scarso interesse per la promozione della propria attività e analfabetismo digitale. Chi si rifugia nell’IA per la realizzazione fisica di insegne, locandine, menù, arredo interno ed esterno viene additato come pessimo imprenditore, sebbene il 26% dei ristoratori negli USA ne abbia fatto ricorso quasi esclusivamente per abbattere i costi, mentre altri hanno ammesso di utilizzarla unicamente a inizio attività per poi disfarsene una volta ottenuti i primi guadagni per assumere grafici e designer.


La riconoscibilità di un’immagine generata artificialmente è evidente da alcuni elementi che appaiono all’occhio umano dopo una breve ma attenta analisi, complice l’incapacità dei chatbot nell’associare le proprietà fisiche degli oggetti e riprodurle graficamente: si ottiene quindi un’inverosimile omogeneità nell’aspetto, un contrasto e una luminosità irrealistiche, una consistenza e una fisica non conforme e rispettosa delle leggi newtoniane.


Questo stordimento percettivo da parte dell’occhio umano si deve al fenomeno psicologico della Uncanny Valley (lett. “Valle del perturbante”). Introdotto per la prima volta nel 1906 dallo psichiatra tedesco Ernst Jentsch, successivamente sviluppato da Freud tramite il concetto di Unheimliche, l’uncanny definisce qualcosa che assomiglia fedelmente a un oggetto familiare, sebbene non lo sia: ciò che è “perturbante” è al tempo stesso ingannevole, necessita di un’analisi più approfondita da parte dell’occhio umano per svelarne l’inautenticità. Video raffiguranti robot dalle fattezze umane (Moya; I Feel Fantastic) e cursed video creati con software di manipolazione grafica sono esempi da manuale: entità dalle fattezze apparentemente umane, la cui fedeltà viene tuttavia messa in dubbio da chi osserva, suscitando un senso di disagio e repulsione. Non è quindi raro – come visto nel caso di Grind & Unwind – che piatti inizialmente appetitosi rivelino, nel dettaglio, contorni disgustosi, come gamberetti che assomigliano a vermi, chicchi di riso sospesi nel vuoto, burrito ripieni di bolle e buchi. A questo si aggiunge la perdita di indessicalità fotografica, quel legame percettivo che unisce l’immagine fisica alla sua copia riprodotta tecnicamente, la cui conseguenza è appunto una sensazione di estraniamento e di rifiuto dell’associazione stessa oggetto-concetto.


Altra critica molto diffusa, infine, riguarda l’omologazione visiva onnipresente nelle immagini generate artificialmente. Il problema non si limita a un singolo aspetto, ma coinvolge l'intero layout: i testi, gli elementi visivi e le palette di colori tendono a ripetersi in modo identico, indipendentemente dal soggetto della locandina. Che si tratti di una pizzeria o di una lavanderia a gettoni, il risultato è sempre lo stesso: composizioni indistinguibili l'una dall'altra e percepite come estremamente caotiche (ChatGPT Flyer meme).


Capitalismo e AI slop. Come intervenire?

Il capitalismo utilizza l’AI e altri strumenti d’innovazione tecnologica per fare piazza pulita di quella forza lavoro considerata obsoleta. Si sprecano su riviste e quotidiani i toto-lavori che verranno rimpiazzati prima o poi dal cosiddetto progresso: graphic designer, vignettisti e disegnatori sono indicati come ad alto rischio di sostituzione. Tuttavia, con le recenti reazioni avute nei confronti di chi cerca la massima resa con il minimo sforzo, la rotta potrebbe essere invertita.


Alcuni addetti ai lavori si sono attivati per il rilascio di certificazioni AI-free da applicare ai lavori creativi; società di revisione come AI Free Cert e siti come no-ai-icon.com si stanno adoperando per creare un movimento unito che certifichi la qualità di prodotti realizzati unicamente dalle mani dei propri artisti. Una tendenza che ha trovato spazio anche nell’industria cinematografica, come nel caso di Heretic – thriller del 2024 con protagonista Hugh Grant – i cui autori hanno inserito il disclaimer “no AI was used” nei titoli di coda.


Il dozzinale business dell’AI slop sembrava essere relegato unicamente ai meandri fatiscenti dei video brevi sui social media, quando in realtà ha trovato spazio anche nella vendita di svariati prodotti. Il boicottaggio verso chi impugna questa scorciatoia può essere la soluzione per interrompere un fenomeno che mortifica l’essenza stessa della creatività umana, sebbene per il momento i risultati siano stati deludenti e controproducenti.

Non è bello ciò che è bello, ma è bello ciò che è umano.


Fonti

Surace B., Semiotica dell’Uncanny Valley

Madsen Ø., Puyt R. W., When AI turns culture into slop



 
 
 

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