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Naza - Quando il genocidio diventa un videogioco

Immagine del redattore: tentativo2ls
tentativo2ls
4 giorni fa
Tempo di lettura: 4 min

“Naza”, ovvero “danni collaterali”. Così vengono chiamate le vittime civili dei bombardamenti israeliani a Gaza. Non donne, bambini, uomini, persone. Naza. Incidenti, ostacoli, imprevisti senza alcuna importanza.


Vincitore del premio speciale della giuria all’ultima Mostra del Cinema di Venezia, Il nuovo documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, già co-autori di No Other Land, è un viaggio nella bestialità alla base del genocidio palestinese, nella disumanizzazione più profonda, che passa dalle parole, fino ad arrivare al trasformare la guerra in un videogame. 


Naza vive delle testimonianze di 24 ex membri dell’esercito e dei servizi segreti che raccontano, senza mezze misure, quello di cui si sono resi complici. “Devi fidarti del sistema” afferma uno di loro. E difatti di fronte al sangue versato, nessuno si permette di sollevare qualche dubbio, di chiedersi se quello che sta succedendo sia giusto oppure no. “Non era permesso”. 


Il documentario di Abraham e Szor svela la macchina di morte israeliana in tutto il suo nichilismo. Droni e intelligenza artificiale, questi i due segreti di Israele. Un sistema di sorveglianza che stritola i palestinesi perennemente, 24 ore su 24 e un algoritmo in grado di riconoscere se un telefono appartiene a un membro di Hamas. Certo, con un margine di errore del 15%, ma che importa. E, infine, i droni. Si preme un pulsante e si colpisce l’obiettivo. Insomma, meglio di un videogioco.

Non è un caso che tra i produttori figuri Jonathan Glazer, che con il suo La zona d’interesse raccontava in modo disarmante un mondo in cui regna sovrana la banalità del male, in cui l’orrore diventa normalità, in cui la morte altrui non intacca la vita quotidiana. Ecco, in un certo senso, La zona di interesse è il prequel perfetto di questo Naza. I militari israeliani parlano di divertimento, di punteggi, di un’esperienza quasi videoludica che regala l’emozione di aver portato a termine missioni e obiettivi. Come se la vita degli altri fosse Call Of Duty.


Quello che emerge in Naza non è nulla di nuovo. L’esistenza di Lavender, il software usato per intercettare i palestinesi e individuare eventuali membri di Hamas, è stata rivelata già nel 2024. Lo stesso Yuval Abraham ne aveva scritto in vari articoli su +972 Magazine e a Venezia Rachel Szor ha ribadito come i palestinesi da anni denuncino il tutto senza però venire ascoltati. La cosa sconcertante del documentario, infatti, non è tanto la rivelazione di fatti già noti. Quello che atterrisce è il racconto di un male banale, divertito, di una umanità che si fa vuoto, perfino di fronte a intercettazioni che rivelano la presenza di neonati negli edifici da colpire. È il racconto di persone che entrano nella vita di altri esseri umani a insaputa di quest’ultimi per poi annientarla come se nulla fosse, semplicemente premendo un bottone, semplicemente perché hanno il potere di farlo.


E non c’è assoluzione. Szor e Abraham non giustificano nessuno dei testimoni ascoltati. Al contrario, li spingono al limite, a un’ammissione di colpa che non sposta di una virgola il male commesso. Non c’è pietà, né perdono. “È un genocidio?” chiede Abraham a uno dei militari. “Sì”, risponde lui. Ed è tutto qui. Perché che a rendersi conto dell’orrore commesso sia chi quell’orrore ha aiutato a perpetrarlo è un passo fondamentale. Ed è un invito a smettere di girarsi dall’altra parte e ignorare il grido di aiuto del popolo palestinese.


C’è però un altro aspetto, non meno inquietante. Come evidenziato, Lavender sfrutta un algoritmo per individuare gli obiettivi da eliminare. In sostanza, il destino degli esseri umani è sempre più nelle mani della tecnologia. E questo non solo viene foraggiato, ma addirittura reso necessario, tanto che uno dei militari afferma che è meglio sia un computer a scegliere chi deve morire, invece che una persona i cui cari hanno perso la vita quel famoso 7 ottobre di ormai tre anni fa. Che ciò venga ribadito in un documentario uscito all’indomani delle affermazioni di Jacob Coxon, ex ricercatore di Anthropic, secondo il quale l’intelligenza artificiale potrebbe ucciderci tutti entro la fine del decennio, pone le basi per uno scenario distopico a dir poco. Poco importa che tali dichiarazioni, supportate poi dallo stesso CEO di Anthropic e addirittura da Elon Musk siano esagerate o che, come sostiene qualcuno, siano strategie di marketing o economiche. Quanto descritto da Coxon sta già succedendo. Lavender ne è la prova.


Insomma, Naza non mostra solo la perdita di umanità, l’imbarbarimento totale degli esseri umani di fronte alla possibilità di schiacciare i propri simili. Il film di Szor e Abraham porta alla luce qualcosa di ancora più radicale. I militari israeliani non hanno semplicemente annichilito la loro umanità, l’hanno delegata a una macchina, a qualcosa che non è umano. La disumanizzazione parte da questo, dall’affidare alla tecnologia la propria coscienza. “Vedo ancora i nazisti come il male, ma allora io cosa sono?” si chiede uno dei membri dell’esercito intervistati. Tornare indietro e cancellare l’orrore perpetrato al popolo palestinese è impossibile. Ma ci si può ancora fermare, prima che sia ancora più tardi di quanto già non lo sia. Magari iniziando a percepire l’altro come una risorsa e non come un ostacolo, un danno collaterale. E iniziando a concepire la tecnologia come un mezzo per migliorare realmente la vita di tutti e non solo come strumento di potere.

 

Fonti:

 

Abraham, Yuval, ‘Lavender’: The AI machine directing Israel’s bombing spree in Gaza, in +972 Magazine, 3 aprile 2024:

 

Goodfellow, Emily, No Other Land’ Co-Directors Yuval Abraham & Rachel Szor Lift Lid On New Bombshell Doc ‘NAZA’ Exposing Israel’s Deliberate Targeting Of Civilian Homes In Gaza – Venice, in Deadline, 10 settembre 2026:

 

Coxon, Jacob, in X, 9 settembre 2026:


 
 
 

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