La vegetariana è una risposta maschile
Che cosa accade quando una moglie accondiscendente rivendica con fermezza un proprio spazio? Quali possono essere le peggiori reazioni maschili di fronte a questa lotta testarda ma legittima? La vegetariana, capolavoro dell’autrice premio Nobel Han Kang, ci mostra i peggiori modi in cui gli uomini possono percepire le donne: mogli compiacenti, oggetti di desiderio proibito. Leggendo il libro, si rimane storditi dalla scrittura cruda, ma soprattutto dal distacco umano: la vegetariana non è una donna, ma un simbolo, uno strumento, un sogno.
Una trama semplice: una donna che, dopo un incubo cruento, diventa vegetariana. Questa decisione funge da espediente per narrare le reazioni dei personaggi maschili, vero fulcro del racconto. Il marito della donna si ritrova sconcertato, perché al suo fianco ha una moglie che non assolve più al suo ruolo. Non è più accomodante, né silente. Rivendica uno spazio che prima non era suo, e lo fa con una determinazione che lui non sa gestire. Si sente minacciato, spiazzato, addirittura tradito. Non solo per la scelta in sé, ma perché spettatore costretto di una metamorfosi radicale: una donna che lotta per un ideale e che al tempo stesso necessita di aiuto.
Ciò che manca nel suo racconto in prima persona è la cura. Non c’è preoccupazione per la protagonista, che diventa sempre più deperita e malata. L’amore di quest’uomo è solo per sé stesso, il suo lavoro e il suo futuro, e l’apprensione legittima che dovrebbe provare appartiene invece al lettore, sconfina fuori dal libro e diventa un’assenza eclatante.
Una moglie che non è più in grado di sostenere suo marito e di restare al suo posto, e che quindi non può più essere moglie. Viene lasciata senza cure né affetto. Diventa così libera di perseguire il proprio ideale, e si rimette in salute, da sola, prendendosi cura di sé. È qui che viene esplorata un’altra risposta maschile: il desiderio, smisurato e spasmodico, di possederla. Non di amarla, ma di ammirarla, prima come soggetto artistico e poi come oggetto sessuale. Un desiderio che si focalizza su una sua macchia mongolica, che diventa un nuovo fulcro, il luogo dove tutto si concentra. La protagonista, come nella prima parte del libro, sparisce, eclissata dal suo stesso corpo. Da ciò che un uomo vuole ottenere, da quel relitto d’infanzia mistico, quasi sacro.
Il corpo della donna, più che la donna in sé, funge da strumento narrativo: prima era l’emblema eclatante di un disagio che lei non sapeva gestire, ora è ciò che viene ammirato, come opera d’arte, e preso, a scapito di chi lo abita. Se prima rappresentava una vergogna, puramente maschile, per l’eccessiva magrezza, nella seconda parte del racconto diventa qualcosa da decorare, fotografare, prendere, sempre da parte di un uomo, senza indagare chi c’è dietro. Un oggetto da collezionare.
L’assenza di cura pervade anche questa parte del racconto; se ne percepisce una certa superficialità, comunque schiacciata dal desiderio ossessivo. E, di conseguenza, anche la persona non viene narrata, per scarso interesse, perché futile, sia al processo artistico che a quello sessuale.
La scrittura lascia intendere che questa sia la risposta maschile di fronte al bisogno di cura. Disagio e disprezzo contrapposti a feticcio carnale. Assieme a una crescente violenza, psicologica, fisica e sessuale, per qualcosa che gli uomini del romanzo non riescono a motivare, e soprattutto a gestire. Sfugge al loro controllo, e per questo va ridimensionata, posseduta, violata. La percepiscono come una minaccia al loro ruolo, come un affronto personale, con un egoismo imbarazzante e fuori luogo. E la loro risposta è un sedativo per placare qualcosa che non deve osare uscire dal proprio posto prefissato. Il lettore, spettatore imparziale della vicenda, assiste alla lotta, ma più urgentemente al crescente bisogno di aiuto e di cure, a cui non c’è risposta. Un bisogno che gli uomini non colgono, non ascoltano, presi da sé, dai loro desideri e ruoli.
L’atto di cura arriva solo alla fine. È la sorella della protagonista a mostrarci finalmente una donna per quello che è: bisognosa, tormentata, persa. Vediamo finalmente qualcuno che non è solo il suo corpo, e soprattutto che non è solo un simbolo, o un ruolo. È un essere umano, che non ha ricevuto amore e comprensione. Alla fine, senza troppe sorprese, è una donna a rispondere a quel bisogno urgente percepito dal lettore dalla prima pagina. È una donna a mostrarcela come persona.
Nel libro, solo una donna possiede l’abnegazione necessaria per aiutare qualcuno che ama, dimenticando i risentimenti e rispondendo a un bisogno profondo e psicologico. Il romanzo non lascia speranze, non ci fornisce una figura maschile positiva. Anzi, gli uomini sono carnefici: assassini di un’idea, distruttori di corpi, di anime, di realtà. Scartano ciò che non è più loro utile, prendono ciò che bramano. Rivendicano i propri ruoli e quelli delle persone intorno, esercitano il proprio egoismo con violenza e coercizione. Pretendono senza dover restituire, non ascoltano, non curano, non aiutano.
È una parabola della lotta femminista, che rivendica un proprio spazio con assertività, chiedendo agli uomini aiuto e collaborazione. Sta a noi rispondere diversamente, offrendo un sostegno necessario a una comunità dilaniata dalla sofferenza, costretta al proprio ruolo, ma che a un certo punto chiede fermamente di riscrivere le regole di una nuova società basata sull’aiuto reciproco e sull’uguaglianza. A patto di esercitare cura e ascolto, da entrambe le parti.

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