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Whorf, yupik, e il colpo d’aria, ovvero: lingua e mente sono lo stesso?

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 28 nov 2025
  • Tempo di lettura: 7 min

L’inverno da dicembre 2011 fu tra i più freddi degli ultimi decenni; il seguente febbraio Roma finì sotto la neve, la Pianura Padana gelò, meno dieci in Sila, pare si sia imbiancato finanche il Sahara ma avevo quindici anni e non mi ricordo. Ricordo, però, anni dopo, di avere trovato tra le pagine della BBC una guida dell’inizio di quella stagione, firmata da Dany Mitzman, su “come evitare che l’aria ti colpisca in Italia”. In quella sede, Mitzman teorizzava che, evidentemente, una conoscenza paraccademica dell’anatomia umana rende la gente in questa nostra bella penisola di penisole prona a varie afflizioni altrimenti ignote al resto del mondo, tra cui le fatalissime: dalla “cervicale” (per cui “semplicemente non c’è traduzione in inglese”) al “colpo d’aria” (“se lo possono beccare nell’occhio, nell’orecchio, in testa, o in qualsiasi parte dell’addome”) al “cambio di stagione”. Presi allora fra me nota di aggiungere alle altre definizioni che avevo sentito dell’italiano, da lingua dell’amore e della passione a lingua della musica, quella di lingua del mal di fegato e delle infermità immaginarie. Eppoi continuai con la mia giornata, senza più di tanto domandarmi se conoscere la parola per “abbiocco” mi avrebbe reso più difficile seguire il seminario di fonologia quel dopopranzo.


Eppure, nella storia della linguistica, c’è chi ha trattato la nozione per cui il linguaggio avrebbe una valenza creativa e non solo attributiva rispetto alla realtà molto meno facetamente di Mitzman. Le si è dato perfino un nome, se improprio: “relativismo linguistico”. Comunemente si dice (e il soggetto implicito nel “si” è buona parte della scienza popolare in materia, o quantomeno Wikipedia) che di tale “relativismo” si offrano due gusti: uno forte, per cui la lingua nota creerebbe la cognizione e la percezione del mondo intorno; e uno debole, per cui essa solamente influenzerebbe il modo in cui pensiamo. E, altrettanto comunemente, si additano (chi legge rilegga la precedente parentetica sulla valenza del “si”) due colpevolissimi di questo flagello intellettuale: Edward Sapir e Benjamin Lee Whorf. “Colpevolissimi?”, sento X e Y tra voi ribattere; “ma come? È ovvio, no? Al polo nord ci sono duemila parole per la neve, per cui vorrà dire che conosceranno meglio la neve di chi vive nel Maghreb; probabilmente i popoli tuareg ne avranno duecento per sabbia”.


“Ma basta con queste scemenze”, risponde Z; “i cervelli sono uguali, le parole che si usano sono solo una variabile casuale, non vorrete mica dire che chi parla yupik c’ha il cervello freddo e chi parla tamasheq il cervello caldo?”. E, certamente, l’idea che il “relativismo linguistico” sia, appunto, un flagello nelle scienze del linguaggio sembrerebbe avere prevalso negli ultimi decenni. “È sbagliato, tutto sbagliato”, dice Pinker ne L’istinto del linguaggio (in Italia per Mondadori, 1998 [1994]; la traduzione è mia, però, come tutte le altre qui); “l’idea che il pensiero sia la stessa cosa che il linguaggio è un esempio di ciò che può chiamarsi un assurdo convenuto”.


E fu lo stesso Noam Chomsky, da molta parte dell’accademia riverito come padre della linguistica contemporanea (nonché universalmente riconosciuto persona di straordinaria umiltà e gradevole in ogni collaborazione scientifica; vi rimando alla rassegna di Chaudhari e Chandankhede, Literature Survey of Sarcasm Detection, 2017, per interpretare correttamente questo inciso), a porre la pietra tombale su quella che egli, non solo, chiamava “l’ipotesi di Sapir e Whorf”. L’idea che espressioni e culture linguistiche diverse possano riflettersi in altrettante differenti decodifiche della realtà, infatti, con il suo fondamentale corollario che la componente generativa del linguaggio è intrinsecamente semantica (semafora?, semagena?), è antitetica alla sua personale, pluridecennale, post-hjelmsleviana battaglia a difesa della “sintassi autonoma”, una facoltà linguistica senza cultura, senza evoluzione, completa e isolata al di qua del senso referenziale, nonché esclusivamente umana. Concezione, questa, che, a onore del vero, ha ricevuto una valanga di conferme sperimentali e aperto la strada alla linguistica formale come la conosciamo oggi. Concezione, inoltre, che ha i suoi vantaggi ideologici: ovviamente siamo indiscriminatamente esseri umani, ovviamente comunichiamo equieffabilmente, secondo la formula pseudo-humboldtiana per cui ogni lingua è capace di esprimere ogni concetto pensabile. Ovviamente, dunque, nessuna lingua è inferiore, perché la lingua si limita a esprimere il pensiero, e il pensiero è lo stesso dappertutto. Cartesio, e tutta quella roba lì; no?


Nì. Perché, in effetti, prima di Chomsky (anche se non è opportuno immaginare questi spartiacque personalistici nella storia delle idee come assolutamente categorici; diciamo, prima che il clima intellettuale che Chomsky interpretò prestigiosamente e contribuì a diffondere diventasse prevalente), l’idea che cultura e linguaggio fossero collegati tutto era meno che eretica. Non che Whorf, o il suo maestro Sapir, mai la misero nero su bianco nei termini loro attribuiti di “ipotesi” o “relativismo linguistico” (secondo il dispositivo retorico dello strawman, o “uomo di paglia”; un fantoccio polemico, di fatto). Whorf, perlopiù, si concentrò su come una diversa grammaticalizzazione, i.e. adattamento linguistico, del tempo in Hopi rispetto all’“europeo standard” potesse essere indicativa di una sua diversa concezione, i.e. sostanza psicologica, nella comunità parlante. E, come ricorda Dan Moonhawk Alford in The Secret Life of Language (accessibile con la Wayback Machine, ma non disponibile in italiano, che mi risulti), questa serie di intuizioni non prese mai la forma di un teorema unico. Whorf, sostiene Alford, non era interessato alla “logica aristotelica dell’identità”, ma aveva piuttosto una vocazione per il ragionamento qualitativo, inclusivo, nel quale più cose possono essere vere allo stesso tempo: non, dunque, una forma sintattica nettamente separata dalla potenza semantica, linguaggio vs. pensiero, ma linguaggio e pensiero insieme, lingua e cultura. Whorf, continua Alford, non mirava a dimostrare, nei termini in cui il dibattito si sarebbe posto nelle primavere di generativismo e cognitivismo, che la facoltà linguistica sia parte non eccezionale della cognizione e che dunque il sistema-mente nel suo complesso ne sia informato. Whorf si limitò a esplorare, secondo tali forse portare al parossismo, l’idea che la lingua sia un fenomeno culturale, storico, e sociale.


Né, in questo, fu solo. Lo stesso Saussure (o chi per lui redasse il Corso di Linguistica Generale, edizione italiana curata da Tullio De Mauro per Laterza, 1967 [1916]), che pure tanto impeto diede all’idea che linguaggio è sistema, non considerò mai che questo sistema fosse altro che convenzione, dunque un fenomeno appunto storico e sociale. In The Spell of the Sensuous (Vintage, 1996; un sito menziona una versione italiana ma non riesco a verificarla), David Abram ripercorre i capitoli (da lui reputati) più salienti nello sviluppo dell’idea che mente, senso, linguaggio, persino corpo, siano entità collegate scalarmente e non separate categorialmente. Ancora di più: egli tratta questa postura ideologica come analogicamente affine al rifiuto di una netta distinzione (circa-)aristotelica tra forma e potenza, o chomskyiana tra competence e performance. Il mio obiettivo, qui, non è riproporre tutto quanto sostenuto da Abram. Vale però la pena segnalare, suppergiù in linea con lui, che alcuni dei nomi chiave della fenomenologia novecentesca probabilmente si sarebbero sentiti più a casa tra le pagine di Whorf che di Chomsky. Maurice Merleau-Ponty, per esempio, assorbe la lezione saussuriana dell’“indipendenza” del linguaggio enfatizzandovi particolarmente la componente di interconnessione, dove ogni segno rimanda all’assenza e compresenza di altri, dove dunque “tutto si tiene”, simbolicamente, come un corpo in cui ogni terminazione dialoga con le altre. Qui radica, specialmente in Fenomenologia della Percezione (Bompiani, 2003 [1945]), il suo concetto che il corpo sia “espressione e parola”, che l’apprendimento e esercizio di una lingua sia fenomeno corporeo e gesturale, in linea con Vico, Rousseau, etc.


La posizione di chi sostiene invece un, possiamo forse chiamarlo, “assolutismo linguistico”, è oppositiva a questa filosofia diffusa della comunicazione e del senso più che a una presunta “ipotesi”. È la Weltanschauung olistica di Whorf e chi lo ispira a finire nel mirino della sintassi autonoma, perché antitetica alla lezione cartesiana, antitetica alla ghiandola dell’eloquio. Si tratta, in fondo, di uno scontro di ideologie, visioni, dunque etico e politico, più che scientifico nel senso in cui si può intendere il confronto di tesi opposte. E chi legge badi bene: il mio obiettivo qua non è necessariamente difendere l’una o l’altra ideologia. Oggi, la preoccupazione del consesso scientifico, nella misura in cui una qualsiasi premura epistemologica ancora caratterizzi chi lo frequenta, è semmai conciliare un “domito relativismo” con la pratica, molto formalizzata, di quello che è considerato accettabile in linguistica. Come spesso accade, i grandi conflitti intellettuali, le battles in the mind field (come le chiamerebbero Goldsmith e Laks), imperversano per decenni per poi risolversi in bonari articoli di venti pagine, citati da diciassette su ResearchGate, dimenticati presto, la vita va avanti. In che misura, dunque, può essere utile al pubblico soffermarsi su questi temi, se la risposta unica alla fine non c’è, e anche chi fa scienza sembra non curarsene più assai?


Forse, in questa partita di scacchi a basso rischio, sta a voi scegliere il lato che vi sembra più gentile, più umano. Se l’idea che la facoltà linguistica sia assoluta vi aiuta a rendervi conto che ogni persona è dotata della stessa cognizione, che non esistono lingue inferiori e lingue superiori, allora abbracciatela pienamente. Se, invece, che ogni parlante sia un mondo a sé e una culla di sensazioni diverse, tutte ugualmente ricche e legittime, vi dà la forza di solidarizzare con chi vi sta accanto, probabilmente la tenda del “relativismo” fa per voi. Si faccia un esame di coscienza chi, invece, utilizzi l’autonomia della sintassi come scusa per deprezzare l’individuo e glorificare lo specismo, o l’idea che lingua è pensiero per affermare la supremazia di un dialetto su un altro.


Ad ogni modo, nel dubbio, io che nel campo whorfiano mi schiero ho solo un mezzo consiglio da darvi. Alla prossima ondata di gelo, magari mettetevi a parlare yupik. Non sia mai che vi protegga dalla “congestione”.



Mini glossario per i termini più tecnici:


  • pseudo-humboldtiano: la nozione dell’equieffabilità delle lingue è legata all’opera di Wilhelm von Humboldt (1767-1835), seppure questi non usi lo stesso termine e la concepisca come semplice equivalenza tra diverse lingue (che darebbe a chiunque sia in possesso di una “Muttersprache” accesso a ogni altra);

  • hjelmsleviano: qualificare un’analisi come hjelmsleviana indica che essa si basa sui principi della glossematica, modello strutturalista marcatamente formale e astratto, proposto da Louis Hjelmslev (1899-1965), che mira a descrivere il linguaggio come una rete di relazioni indipendenti da manifestazioni concrete;

  • Weltanschauung: “visione del mondo” (ted.)

 
 
 

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