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IL RE DEI BARBARI A PECHINO 

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 27 mag
  • Tempo di lettura: 5 min


– "Presidente Xi, prima di me ha mai

portato un altro capo di stato o primo ministro qui?"

– "Molto raramente, prima di lei solo Putin è stato qui."

– "Ah beh! Mi piace!"


Il giardino imperiale di Zhongnanhai, il complesso presidenziale che oggi costituisce il cuore operativo del Partito Comunista Cinese, custodisce alcuni degli alberi più antichi dell'intera Cina. I più giovani portano due o tre secoli di storia, i più antichi sfiorano il millennio. Hanno visto dinastie sorgere e crollare, civiltà consumarsi, barbari cercare di intimidire l'imperatore o di strappargli il trono. Hanno visto Gengis Khan e ora si sono ritrovati Donald Trump.


Resilienti come soltanto gli alberi possono permettersi di essere, sempre lì sono rimasti, austeri e silenziosi. E mentre attorno a loro il mondo ha cambiato pelle più e più volte, ci sono cose che, all'ombra delle loro chiome, sembrano non essere cambiate mai. Nella Cina turbocapitalistica del XXI secolo, i rituali sono sopravvissuti alla modernità; hanno attraversato il tempo senza logorarsi. Danno forma concreta alla simbologia e rafforzano i significati che si celano in ogni gesto, ogni silenzio, ogni dettaglio apparentemente insignificante.


Nella sfera domestica come in quella sociale, ogni rito è una norma. Le norme compongono i codici; i codici rivelano l'immagine di un popolo: le sue ambizioni, le sue paure, il modo in cui restituisce ordine alla realtà e l'idea che costruisce di sé. In diplomazia, preservare i rituali vuol dire mantenere intatta la centralità della Cina – Zhōngguó, il Regno di Mezzo – nel mondo. È in questo registro che va letto tutto ciò che è accaduto il 14 maggio scorso.


Donald Trump è volato a Pechino per incontrare Xi Jinping. In una delle due giornate di summit, i convenevoli hanno trovato spazio proprio nell'antico giardino adiacente alla Città Proibita, dove il volto del leader statunitense oscillava tra l'ammirato e il rimbambito davanti alla manifesta longevità delle piante. Erano nove anni che un presidente americano non metteva piede in Cina – l'ultimo era stato lo stesso Trump. Il contesto, rispetto ad allora, è notevolmente cambiato.

Dalla data del suo secondo insediamento, il tycoon ha seminato disordine in entrambi gli emisferi: ha ricattato alleati storici, rapito capi di Stato, consolidato rapporti con criminali di guerra e scatenato una guerra in Medio Oriente, facendo piombare il pianeta nel collasso energetico.


S'è presentato lì come se non ne fosse il responsabile, atteggiandosi a garante di regole che lui stesso ha evaso e smantellato, noncurante di guidare un Occidente già avviato al tramonto. Se l'obiettivo era esibire la potenza statunitense e portare a casa una vittoria diplomatica dalla corte del rivale più temuto, il risultato è stato l'esatto contrario: l'immagine che ne è emersa non è quella del leader del mondo atlantico in missione, ma di un re barbaro a cui è stata concessa un'udienza con l'imperatore.


La sensazione, infatti, è che, allo stato attuale delle cose, gli Stati Uniti abbiano bisogno della Cina più di quanto il Regno di Mezzo abbia bisogno di loro. Dalle turbolenze economiche, passando per le diatribe commerciali – compreso il nodo delle terre rare – fino alla guerra con l'Iran e al blocco dello Stretto di Hormuz, sembra che qualsiasi crisi che attualmente minaccia il pianeta abbia la propria soluzione nascosta da qualche parte a Pechino.


Lo slittamento epocale nelle gerarchie internazionali non è ancora avvenuto. E non siamo neppure di fronte a una nuova versione del bipolarismo della guerra fredda. Quella tra le due grandi potenze è piuttosto una forma di compartecipazione forzata: i protagonisti non si sopportano, si accusano reciprocamente di ogni male, si colpiscono attraverso strategie sempre più aggressive e lavorano costantemente per eliminarsi a vicenda, come al Grande Fratello. Eppure, un distacco definitivo resta impossibile. Nessuno dei contendenti può davvero emanciparsi l'uno dall'altro senza mettere in discussione la propria stessa stabilità.

Ciò che ne risulta è una convivenza obbligata in cui la forza non si misura più soltanto nella capacità di imporre la propria volontà. O meglio: da una parte c'è chi continua a cercare di farlo con gli strumenti tradizionali del potere; dall'altra chi è riuscito a rendersi così indispensabile da trasformare ogni crisi globale nella conferma silenziosa della propria centralità. Una centralità che Xi Jinping ha saputo mettere in scena con la nonchalance di chi sembra conoscere già come andranno a finire le cose.


Non è stato un caso che il riferimento alla trappola di Tucidide sia venuto proprio da Xi Jinping, e proprio ora. Per anni la Cina ha preferito attendere, accumulare forza senza esibirla – la strategia del lungo respiro, quella che i secoli insegnano e che gli americani, abituati ai cicli elettorali, non riescono a praticare. Poi, quando il momento è arrivato, è uscita allo scoperto lasciando intendere che, semmai uno scontro ci sarà, la responsabilità ricadrà sulle insicurezze della potenza dominante, non sulle ambizioni di quella emergente – poco prima, Trump aveva aperto le dichiarazioni con: "Siamo la prima potenza mondiale, la Cina è la seconda."

Tra i viali di quel giardino millenario, il re dei barbari cercava nutrimento per il proprio ego. Osservava compiaciuto le bellezze del luogo, tentando di rintracciare ovunque l'ennesima rassicurazione del proprio privilegio. Si portava addosso tutte le fratture che ha contribuito a generare nella parte di mondo che dice di rappresentare: nei valori, nelle procedure, perfino nell'idea stessa di affidabilità occidentale. Se lui non sembrava accorgersene, la controparte aveva già colto tutto, ma taceva. Lasciava che le sue convinzioni si espandessero da sole, come il suo declino.


Del resto, una potenza non è mai consapevole del proprio declino, altrimenti sarebbe già morta – vedi l'Europa. L'elemento decisivo non è la perdita assoluta di potenza, ma la percezione di perdita relativa: gli Stati Uniti possono restare immensamente forti e, allo stesso tempo, sentirsi in difetto rispetto alla traiettoria cinese. Non potendosi permettere un conflitto diretto con Pechino – vista l'interdipendenza strutturale che il sistema da loro stessi costruito ha reso inevitabile – il Leviatano liberale a trazione trumpiana ha scelto le vie traverse: guerra economica, pressioni sui paesi orbitanti intorno alla Cina e bombardamenti per procura.


Ma quando la forza si riduce a teatralità permanente, la credibilità che si tenta disperatamente di preservare smette di accumularsi e comincia lentamente a migrare altrove. Talvolta proprio nelle mani del nemico che si voleva contenere.

Donald Trump se n'è tornato a casa con qualche concessione spacciata per ottimi accordi: duecento Boeing acquistati dai cinesi, diciassette miliardi di dollari di prodotti agricoli statunitensi venduti e rassicurazioni generiche su terre rare e nucleare iraniano – di concreto, niente gli è stato dato.


Gli sono stati promessi in regalo dei fiori, però, "tra i più belli di quel giardino" – ha confidato alla stampa. In epoca imperiale, un ministro della dinastia Han descriveva così la strategia diplomatica cinese per contenere le pretese dei condottieri barbari che premevano sui suoi confini:


[...] Nei confronti di quelli che vengono per offrire la resa, il sovrano dovrebbe mostrare il proprio apprezzamento onorandoli con un'udienza imperiale nella quale l'imperatore in persona serva loro vino e cibo per corrompere le loro menti.

Non è ben chiaro se Trump abbia esagerato con l'alcol in quei giorni. Quello che la trappola diplomatica del dragone ha reso evidente, però, è qualcosa di più antico di qualsiasi accordo commerciale: le potenze che si credono grandi costruiscono spesso da sole il terreno del proprio declino. 


Gli alberi di Zhongnanhai, questo, lo sanno da millenni.


 
 
 

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