PALESTINA LIBERA TUTT*: IL SALENTO (R)ESISTE PER LA PALESTINAIntervista a Marianna Lentini e Gabriel Mileti, tra associazionismo e informazione militante.
- tentativo2ls
- 12 lug
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Nell'estate scorsa due imbarcazioni della Freedom Flotilla hanno trovato ospitalità sulle coste del Salento. Handala e Conscience sono salpate dai porti di Gallipoli e Otranto non soltanto per sfidare il blocco israeliano imposto a Gaza, ma anche l'immagine che i governi stanno cercando di imporre al Mediterraneo: un mare che, tra fili spinati e corpi abbandonati, tra militarizzazione crescente e sistematico rifiuto del diritto internazionale, vorrebbero ridurre a fortezza armata, a cimitero perturbante della propria civiltà.
La sosta di quelle piccole navi in Salento ha portato alla luce una fitta rete di solidarietà e partecipazione, diffusasi in tutto il territorio, desiderosa di smontare l'indifferenza e restituire al Mare Nostrum la sua vocazione originaria: uno specchio in cui popoli diversi si riconoscono reciprocamente.
Il Festival “Palestina Libera Tutt*”, che si terrà a Leverano, in provincia di Lecce, dal 12 al 19 luglio, rappresenta per molti aspetti il culmine organizzativo del percorso costruito da questa rete solidale. Un evento nato dal basso, grazie all'impegno di attivisti, volontari e professionisti che hanno scelto di mettere il proprio tempo e le proprie competenze al servizio della causa palestinese.
Numerosi gli ospiti attesi, tra cui Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati, in una settimana interamente dedicata all'informazione, al dialogo e alla riflessione sulle sfide che attendono noi e le generazioni future.
Per (R)Esistere a Sud abbiamo avuto il piacere di ascoltare le voci di due tra i protagonisti del festival.
Con Gabriel Mileti, presidente di YouthMed — una delle associazioni organizzatrici, insieme a Mujmuné e InAlbera — nonché figura storica dell'associazionismo leccese e fraterno alleato del popolo palestinese, la conversazione si è concentrata sulla dimensione organizzativa e politica dell'iniziativa: dalla genesi del festival al significato della responsabilità condivisa che ogni percorso di autorganizzazione dal basso comporta, fino alle difficoltà quotidiane che accompagnano chi, da quasi quindici anni, ha scelto di fare attivismo e di impegnarsi nella costruzione di comunità.
Con Marianna Lentini — sociologa, saggista e, come ama definirsi, giornalista militante — il dialogo si è spostato sul terreno dell'informazione e della narrazione pubblica intorno alla questione palestinese. Voce tra le più lucide e dirette del Sud, e per questo tra le più esposte, con lei si è parlato delle minacce e delle delegittimazioni che colpiscono chi lavora sulla Palestina e indaga le contraddizioni del sistema globale, così come delle criticità dell'informazione contemporanea e di cosa significhi, oggi, fare controinformazione. Sarà lei a dialogare con Francesca Albanese martedì 14 luglio.
Intervista a Gabriel Mileti
Gabriel, come nasce l'idea di "Palestina Libera Tutt"? C'è stato un momento o un'esigenza particolare che vi ha spinto a trasformare la solidarietà verso la Palestina in un festival?
“Palestina Libera Tutt*” nasce dall'incontro di tre associazioni, tre realtà che da molti anni operano nel sociale, nella programmazione culturale e nell'attivismo territoriale: Mujmuné ODV, YouthMed APS e Associazione InAlbera. Si tratta di associazioni che si sono sempre mobilitate, sia attraverso le proprie attività pubbliche, sia grazie all'impegno dei singoli aderenti e militanti, per cercare di dare risposta alle numerose criticità della contemporaneità, condividendo l'aspirazione a un orizzonte comune nel panorama culturale salentino.
Dopo tutti questi mesi di genocidio a Gaza e dopo le profonde anomalie internazionali che ne sono scaturite, i presidenti delle tre realtà, insieme ad altri aderenti e attivisti, si sono ritrovati a Leverano con l'intento di mettere al centro la questione palestinese come paradigma di un momento storico che coinvolge molteplici livelli: dall'imperialismo al neocolonialismo, dai diritti umani al diritto internazionale pubblico e penale, da Gaza al Salento.
In un contesto in cui spesso le istituzioni appaiono distanti, quanto è importante costruire spazi di partecipazione dal basso? E che significato assume oggi l'autorganizzazione?
Tutte le persone che hanno dato vita al festival Palestina Libera Tutt* provengono da esperienze politiche e culturali significative, spesso condivise tra le tre associazioni e maturate lungo il percorso di molti dei militanti coinvolti. Ci conosciamo da tempo e abbiamo già collaborato in diverse occasioni, come ad esempio durante l'esperienza della Freedom Flotilla dello scorso anno. Per questo si può dire che costruire un percorso comune non sia stato particolarmente difficile.
Molto diverso è invece il discorso dell'auto-organizzazione. Agire dal basso per il bene comune comporta un carico di responsabilità enorme. Si dice spesso che "comunità" derivi dal latino cum munus, cioè "con un incarico", "con una responsabilità condivisa", ed è un'immagine che descrive bene tutte le difficoltà incontrate nell'ideazione e nella realizzazione di questo festival: dalla comunicazione alla gestione degli impianti e degli spazi, dai rapporti istituzionali alla mediazione con le diverse realtà territoriali, dalla normativa sulla sicurezza fino all'autofinanziamento.
Nulla nasce con semplicità, ma a guidarci è sempre l'idea di un futuro migliore, anche attraverso la costruzione di momenti di condivisione e di una socialità "altra".
Fare attivismo per la Palestina oggi significa spesso confrontarsi con ostilità, incomprensioni o tentativi di delegittimazione. Qual è la sua esperienza in questo senso?
La questione palestinese non comincia certo il 7 ottobre 2023. Lo so bene: me ne occupo da quasi quindici anni e spiego spesso che, per comprenderla davvero, bisogna partire ancora prima del 1948, almeno dal 1919, con l'arrivo degli inglesi.
Per questo motivo, chiunque parli della Palestina con cognizione di causa sa quanto sia sempre stato difficile raccontare la sofferenza di quel popolo senza scontrarsi con continui tentativi di delegittimazione, che vengono sistematicamente contrapposti all'informazione corretta e alle battaglie in difesa dei diritti umani.
Tra il 2023 e il 2024 abbiamo però assistito a una fortissima ondata di indignazione che ha scosso i potenti del mondo, dando vita a manifestazioni oceaniche che hanno riempito le piazze e bloccato le strade di molti Paesi, chiedendo la fine dell'aggressione disumana contro Gaza.
Il problema del nostro tempo – forse la sublimazione del sistema economico e politico in cui viviamo – è che dopo le battaglie politiche (anche le più grandi e globali come quest'ultima) poco o nulla riesca a cambiare veramente, lasciando in solitudine chi si espone, con il tipico isolamento che viene imposto a chi decide di alzare la testa e reagire. Sentirsi soli è probabilmente il sentimento più difficile da affrontare per chi opera dal basso e si batte a tutela degli ultimi e degli oppressi.
Viviamo inoltre ancora dentro una logica di contrapposizione tra Occidente e resto del mondo. Per questo Israele ricorre così spesso alla retorica della sicurezza dell'Europa e degli Stati Uniti: sa che una parte dell'opinione pubblica occidentale continua a nutrire paura nei confronti del diverso e dell'altro. Allo stesso modo, anche molti sostenitori del sionismo fanno costantemente ricorso alla retorica dell'antisemitismo e della difesa dell'identità occidentale per giustificare le atrocità a cui stiamo assistendo.
Chiunque abbia fatto davvero attivismo per la Palestina, e più in generale nelle lotte politiche dal basso, conosce bene la sensazione di vedere continuamente ostacolato ogni tentativo di raccontare la verità.
Il Salento viene spesso raccontato attraverso le solite immagini stereotipate, esotiche e cartolinesche. Quanto è importante, oggi, rivendicare il suo ruolo di territorio capace di elaborare pensiero critico, costruire reti di solidarietà e leggere il mondo a partire dalla sua posizione nel Mediterraneo?
Cominciamo dal titolo: Palestina Libera Tutt*. La scelta di utilizzare "Tutt*" ci permette di aprire la riflessione a una pluralità di temi: clima, diritto, politica, economia e molto altro.
Anche la scelta di organizzare questo evento proprio a Leverano, a pochi chilometri da Porto Cesareo, una delle principali mete del turismo estivo di massa nel Salento, ha un significato preciso. Non intendiamo rassegnarci all'idea che del Salento venga raccontata una sola storia: quella di un territorio asservito alle dinamiche di depredamento e di consumo tipiche del turismo estivo.
Pensiamo invece che il Salento continui a essere un territorio minacciato. La Xylella, la TAP, lo svuotamento dei comuni, le incursioni di agenzie americane e israeliane interessate all'acquisto di immobili e terreni per sviluppare delle vere e proprie enclaves destinate solo ad una certa élite, ad un turismo di lusso a discapito della cultura e dell'identità del territorio sono solo alcuni degli elementi che ci permettono di comprendere come il Salento sia ancora una terra di conquista. Ed è proprio per questo che dobbiamo e vogliamo reagire , cercando di unire le lotte e costruire ponti di dialogo e di riflessione dal basso.
Ma c'è anche un altro aspetto che vogliamo ribadire: la storia di un territorio che non ha mai dimenticato da che parte stare. Il Salento e la Puglia sono terre attraversate da mille difficoltà, ma che non hanno mai esitato a esprimere la propria solidarietà, tanto con le parole quanto con i fatti. Basti pensare allo sbarco degli albanesi nel 1991, all'esperienza stessa della Freedom Flotilla del 2025 a Gallipoli o a Otranto, ai tantissimi attivisti e alle tantissime attiviste che, negli anni, hanno scelto di partire per vivere accanto a chi soffre
A "sud" di cosa state resistendo oggi, come realtà che costruiscono reti dal basso? Se dovesse indicare ciò che più minaccia la possibilità di costruire comunità, consapevolezza e partecipazione, cosa risponderebbe?
In questo momento mi trovo in Sud America, dall'Ecuador, un piccolo Paese in cui la dinamica coloniale non si è mai realmente interrotta: dagli spagnoli agli americani, fino ad arrivare oggi alle multinazionali petrolifere ed estrattiviste e ai narcos.
Qui sto toccando con mano la sofferenza delle comunità indigene, il divario socioeconomico prodotto dalla dollarizzazione e dalle politiche neoliberiste. Eppure vedo anche una straordinaria capacità di reagire: negli indigeni Waorani e Kichwa, nei ricercatori che operano in Amazzonia, nella gente comune che si organizza in cooperative e, soprattutto, nei giovani, che ancora cercano.un orizzonte di senso davanti al caos nel quale sono stati abbandonati.
Le stesse dinamiche le ho viste durante i mesi trascorsi in Palestina e, in forme diverse, anche nel Salento, la terra in cui vivo.
Quello che intendo dire è che i potenti del mondo, gli speculatori, gli imperialisti parlano tutti la stessa lingua: una lingua fatta di prevaricazione e di odio.
Guardando le immagini di Donald Trump, di Javier Milei in Argentina o dello stesso Netanyahu, che si fa beffe del diritto internazionale mentre stermina un'intera popolazione, è difficile non pensare a Mussolini e al suo celebre motto "Me ne frego": una sintesi che, a mio avviso, descrive perfettamente il tempo che stiamo vivendo.
Noi dobbiamo invece essere la parte migliore, quella che reagisce facendo proprio l'imperativo morale di Don Lorenzo Milani: "I CARE", "mi sta a cuore".
Per questo credo che non esista un solo Sud, ma tanti Sud. E così come gli oppressori e gli opulenti del mondo si uniscono per esercitare il proprio potere in modo tanto deprecabile ( si pensi, ad esempio, agli Epstein Files) allo stesso modo anche noi, i diversi Sud del mondo, dobbiamo unirci, riconoscendo i nostri punti di forza comuni e reagendo attraverso l'indignazione e la resistenza politica, culturale e civile.
Come ho già detto, "comunità" deriva da cum munus, e quel munus rappresenta il prezzo da pagare per la libertà di tutti i popoli. Oggi quel prezzo lo sta pagando la Palestina, e noi abbiamo il dovere di raccontarne la storia, così come il coraggio di chi, come Francesca Albanese, sfida apertamente i tiranni del mondo, nella speranza di essere piccoli semi gettati nella terra che possano, un giorno, portare molto frutto.
Intervista a Marianna Lentini
Negli ultimi anni il Salento ha dimostrato una forte partecipazione rispetto alla causa palestinese. Dalle partenze delle imbarcazioni della Freedom Flotilla dai porti di Gallipoli e Otranto, fino alla grande manifestazione di Lecce dello scorso settembre e alla vivacità della rete associativa, sembra essersi costruito un legame profondo con quanto accade a Gaza. E adesso, il Festival “Palestina Libera Tutt*” a Leverano con Francesca Albanese. Come si spiega questa mobilitazione? E perché, secondo lei, ha senso raccontare la Palestina proprio dal Salento?
Siamo memoria condivisa, terre bagnate dallo stesso mare, il Mediterraneo, da sempre crocevia di popoli e culla di quel sincretismo culturale che ha creato ponti millenari tra le varie sponde. Gli stessi porti di Gallipoli e Otranto, da cui sono partite le missioni della Flotilla, sono luoghi che hanno memoria di partenze e approdi legati a conflitti, esodi, migrazioni forzate verso e dal Mediterraneo orientale. A unirci ancora di più oggi ci sono le derive di quell’ordine mondiale che crea “zone di sacrificio”. La società civile qui nel Salento negli anni ha lavorato su temi come lavoro precario, sfruttamento dei braccianti, migrazioni, lotte ambientali, logiche estrattiviste. Questioni che rendono immediatamente leggibile la dimensione coloniale e materiale di ciò che accade a Gaza. Le grandi manifestazioni a Lecce e la partecipazione alle campagne per il cessate il fuoco e contro il genocidio hanno mostrato come queste reti – sindacati, collettivi studenteschi, associazioni di base – si riconoscano nella lotta palestinese non come qualcosa di “altro”, ma come parte dello stesso campo di conflitto.
Il Salento è un nodo all’interno delle stesse dinamiche di potere che attraversano la Palestina. E quindi ha senso raccontare quest’ultima perché noi e i palestinesi siamo parte della stessa storia e protagonisti delle stesse battaglie.
Chi prova a parlare di Palestina si trova spesso al centro di un clima fortemente polarizzato. Le è mai capitato di sentirsi delegittimata o ostacolata per il suo lavoro? E cosa ci dice questo sullo stato dell'informazione oggi?
Non mi sono solo sentita delegittimata o ostacolata ma in alcuni casi anche apertamente minacciata e insultata da quando lavoro su Palestina e, più in generale, su temi che toccano direttamente il rapporto fra economia, finanza e politica. Questo clima ci dice che l’informazione mainstream è sempre più intrappolata in una doppia gabbia. Da un lato, c’è la pressione dei governi e dei potentati economico-finanziari — anche tramite la concentrazione proprietaria dei media — che definiscono ciò che si può dire e come lo si può dire. Nel caso della Palestina i media mainstream sono strumenti di una narrazione mistificatoria che occulta il contesto storico e inquadra tutto quello che accade in quella regione attraverso la tendenziosa lente del terrorismo, sulla base di consolidati stereotipi orientalisti che vedono arabi e musulmani come intrinsecamente violenti o barbari, e legittimando così le azioni militari israeliane come “autodifesa”.
Dall’altro lato, c’è la logica delle piattaforme, che premiano la polarizzazione superficiale. Quest’ultima è funzionale al dispositivo mediatico: non è soltanto un “effetto collaterale”, ma un modo per disinnescare la complessità. Se tutto si riduce a “pro” e “contro”, chi prova a raccontare le infrastrutture della violenza diventa subito sospetto e oggetto di dileggio, perché rompe la sceneggiatura binaria a cui siamo addestrati.
In un'epoca in cui l'attenzione è diventata una risorsa contesa e la circolazione delle notizie dipende sempre più dalle logiche delle piattaforme, è ancora possibile fare controinformazione? Se sì, quali pratiche, quali linguaggi e quali spazi ritiene oggi indispensabili per costruire un'informazione realmente indipendente?
Penso di sì, ma non alle condizioni dettate dalle piattaforme. La controinformazione oggi non può limitarsi a “correggere” narrazioni sbagliate: deve ribaltare quelle narrazioni, distruggere le etichette semplicistiche, costruire spazi, linguaggi e tempi che sfuggano – per quanto possibile – alla dittatura dell’algoritmo. E deve farlo con la forza della verità e con la potenza delle storie. Partire dal particolare per arrivare al generale, tracciando parabole che raccontino questo nostro tempo per molti versi oscuro. Io cerco di farlo utilizzando vari canali e ibridando i linguaggi: l’approfondimento giornalistico, lo sguardo analitico delle newsletter, l’immediatezza dei reel che invitino però ad andare più a fondo. Senza dimenticare gli spazi fisici comunitari che vanno di nuovo abitati e presidiati.
Questo spazio si chiama "(R)Esistere a Sud" perché interpreta il Sud non solo come un luogo su una mappa, ma anche come una condizione politica, culturale ed esistenziale. Si (r)esiste sempre a sud di qualcuno o qualcosa. Ecco, nel suo lavoro di “giornalista militante”, a “sud” di cosa sente di stare (r)esistendo oggi?
Mi ritrovo molto nella vostra idea di Sud come condizione, non solo come coordinata geografica. Nel mio lavoro, mi sento “a sud” di un’infrastruttura di potere tentacolare ed estrattivista, riconducibile all’ordine capitalista di stampo finanziario, che permea e condiziona ogni aspetto delle nostre vite, per quanto ne siamo spesso ignari. Ma mi sento anche a sud di una narrazione mainstream che millanta una finta oggettività. È un tempo, questo, che ci impone di essere partigiani, di schierarci, di non restare indifferenti davanti alla violenza del Capitale. Mi sento radicata nel mio Salento e legata a popoli oppressi come quello palestinese. Ma è proprio da questi Sud – geografici e simbolici – che possono nascere narrazioni capaci di incrinare e rovesciare l’ordine esistente. La Palestina ci indica la via. Non ci resta che seguirla.
Un grazie sincero a Gabriel e Marianna per il tempo che ci hanno dedicato e per la generosità con cui hanno condiviso riflessioni ed esperienze. La redazione di At.tempto invita i propri lettori (e non solo) a partecipare e sostenere il festival. Sappiamo che molti di voi stavano già programmando di sponzarsi le frise sotto l'ombrellone, ma fonti assolutamente attendibili ci hanno confermato che in quei giorni soffierà un poderoso scirocco. Tradotto: il mare può aspettare. L’impegno per la causa palestinese, decisamente, no.

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