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La Follia è Morta, Viva la FolliaL’armata Brancaleone e il Viaggio per il Nulla

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 4 giorni fa
  • Tempo di lettura: 6 min

Nella nostra vita e nella contemporaneità sembra come se non ci fosse più spazio per tutti quegli aspetti e quelle incongruenze e stranezze dell’esistere umano, che non ci rendono più umani, ma che, anzi, ci portano su delle soglie e degli abissi in cui ci liberiamo anche dell’umanità - ed entriamo totalmente nella vita.


Questa possibilità, per ragioni legate alla civiltà stessa, al controllo e la securitizzazione degli stati e corporazioni sulle società e delle strutture di significato sulla ricerca dello stesso, ebbene tale possibilità non è mai stata una prerogativa di alcuna civiltà e collettività, e spesso nemmeno degli individui - ma ciò non toglie che queste realtà sotterranee, queste memorie del sottosuolo ed echi di un avvenire lontano non esistano e non plasmino tutto il nostro divenire.


Cosa fare? C’è ancora qualcosa da fare? O più freddamente e onestamente: si deve fare qualcosa? Probabilmente tutte le risposte avranno un senso e dei limiti, non legati alla loro logicità, struttura o moralità - anzi, tutto ciò è ancora un retaggio di questo mondo in superficie, di questa dimensione della semplificazione e del significante che trasforma gli orrori e l’estasi dell’esistenza in un calcolo e/o melodramma.


Allora l’unica cosa di cui si possa avere la certezza assoluta è proprio quella dell’illogicità, dell’organizzazione destrutturata e dell’immoralità - ovvero: del vagare che si fa purezza, dell’agire che si fa innocenza e del decidere che si fa assoluto.

Non sono molti i diseredati eroi di questa corrente, e forse nemmeno se ne ha bisogno - ma raccontare, analizzare e speculare le loro storie che sono atemporali e che vivono anche senza degli spettatori, questo potrebbe sempre funzionare anche solo per mettere in dubbio qualcosa che non sapevamo ci servisse.

 

“L’immaginazione imita, lo spirito critico crea.” 1

 

Quella di Brancaleone non è una storia, non è un dramma, non è una commedia, né una parodia e né un’avventura.


Ciò che guardiamo durante tutto il film è un viaggio all’interno di un mondo onirico e fantastico all’interno dell’esistenza umana e cosmica.


In un Medioevo surreale, dove sia i plebei sia gli aristocratici si comportano e si vestono in modo così stereotipato e giocherellone da diventare persino troppo reali, troppo sinceri per quello che è il nostro immaginario della vita e delle credenze di quell’epoca, ebbene anche in questa dimensione c’è una cosa che è troppo presente e che comunque si continua a cercare: un significato.

Fra coloro che vogliono andare in Terra Santa per combattere per la loro fede, per il Papa, per le ricchezze o per l’avventura, prima un individuo e poi un gruppo cerca di andare in Palestina solo per trovare qualcosa che gli manca, ovvero Brancaleone e il seguito che forma durante il suo scapestrato viaggio.

Un viaggio che non è solo suo, che forse non gli appartiene nemmeno, così come ai membri dell’armata brancaleonica.


“Come gli altri?”, questa è una delle domande che Brancaleone si pone dopo aver parlato con i superstiti di una passata spedizione a cui apparteneva; e anche tutti i membri del suo nuovo gruppo, implicitamente, si pongono questa domanda, non per egoismo o arroganza, ma perché loro non hanno trovato nulla, non vogliono nulla e non hanno nulla che non sia dentro di loro.


Esseri unici e soli nelle loro vite, nei loro desideri e mondi; esseri che cercano solo un ritorno ad un’esistenza perduta e che conoscevano; esseri che hanno lasciato tutto per ritrovare la loro vera essenza e per sfuggire ad un’esistenza libera ma contraddittoria e illusoria.


Solo una certezza, quindi, guida chissà dove Brancaleone e i suoi simili: visto che non c’è più nulla, prendiamocelo tutto questo nulla e diamogli non una forma, non un fine, ma un significato; sfuggiamo da questa realtà della vita, che per quanto piena di cause per cui vivere e lottare non ha niente che ci appartenga - e per Brancaleone questo significa sfuggire e lottare contro la Morte in persona.

Tutta la storia e i personaggi, incluso Brancaleone, che si rappresentano nel corso degli eventi, non sono semplici figure o delle persone, ma dei veri e propri simboli, degli archetipi persino: Brancaleone che combatte appeso da una gamba; un cieco e uno storpio che si guidano a vicenda; una strega; una dama bellissima travestita da lebbroso; un penitente felice delle punizioni; un nano; un monaco stilita; un re e dei cavalieri sgargianti che parlano solo in rima; la Morte.

Non è, dunque, un mondo di limiti e concetti, un mondo di esseri reali ed esseri surreali: è un universo di essenze e di ipocrisie che vivono e si scontrano, dove non conta quello che si è e si vuole, ma quello che si sa e si sa fare.


Ma fra tutti, Brancaleone è quello più cieco e inadatto a questa verità: non sa cosa vuole, non sa fare nulla se non grazie al caso e alla fortuna, e l’unica cosa di cui è certo è di dover raggiungere un luogo che non sa dov’è e dove non sa cosa troverà.


Si dimentica persino del monito della Morte, ovvero che la sua fine è imminente e che ha solo 7 giorni per trovare un modo per morire - e quando, alla fine, è costretto ad affrontarla, la sbeffeggia di nuovo e le impone un duello, ma non per la vita o altro, ma perché non vuole accettare alcun destino.

Così si ritrovano il cavaliere, la figlia del demonio e la Morte, con il primo e l’ultima che lottano, finché la strega non si sacrifica per il conteggio della Morte - che dice di avere molta fretta.


L’essere per eccellenza che rappresenta il vuoto dopo la vita, si dimostra così di essere solo al servizio di un altro meccanismo, di avere sempre un fine e che tutta la sua azione è protesa verso quello.


Per Brancaleone non è così, e lo scopre prima con l’assegnazione, da parte del re Boemondo di Sicilia, del titolo di barone per partecipare a un duello contro gli arabi, che però perderà - per una noce di cocco cadutagli in testa; poi con la dichiarazione d’amore dell’ormai morente strega Pazzarella, che accetta anche se non potrà mai vivere concretamente questo amore; e infine col vagare nel deserto della Terra Santa, fischiettando il motivetto della sua armata - che si è ormai dispersa.


Chissà poi la fine che hanno fatto tutti i suoi membri, poiché nel film solo l’anti-destino di Brancaleone, di Pazzarella e della Morte ci viene mostrato per quello che è: un felice ritorno nel nulla.


Quel nulla, quell’assenza contemplata anche dal cavaliere Antonius Block nell’opera “Il Settimo Sigillo” di Ingmar Bergman: Block, in un Medioevo altrettanto onirico ma oscuro e gotico, è anch’egli alla disperata ricerca non di un significato qualsiasi, ma di quello che giustifica tutto e che rende ogni evento e destino un significato, ovvero la Parola di Dio.


Nel suo fuggire e giocare con la Morte, Block cerca di rimandare l’inevitabile non per tener salva la vita, ma perché deve terminare il suo viaggio verso una mèta che conosce, ma che non riesce a trovare e sentire; egli è l’anti-Brancaleone per eccellenza, poiché se il primo sta sì vagando ma per trovare la redenzione dell’assoluto divino, il secondo vaga per trovare il silenzio dell’assoluto, oltre lo stesso Dio.


Una mistica quasi eckhertiana, una negatività dei valori e dei percorsi spirituali, in cui ci si avvicina al Tutto e a Dio solo tramite la sottrazione e l’abbandono della fede stessa; quella sottrazione anche così tanto beniana, che in Brancaleone si traduce in una completa dissimulazione prima del proprio sé e poi dell’Essere con l’ironia con cui vive la morte e con cui poi abita il nulla.


Brancaleone, dunque, è l’archetipo del guerriero senza causa, del cavaliere senza gloria e onore e del viandante senza ricerca; un situazionista ante-litteram, uno spirito nel-tempo o un tragico-col-riso? Potrebbe essere tutte queste cose e nulla, ed è per questo che è: la potenzialità di essere qualsiasi cosa necessita di una volontà di potenza incarnata nel non avere più Essere, nel non avere più caratteri e idee.


Con indosso un’armatura da samurai sgangherata inizia la sua ultima avventura, in Terra Santa, e una volta fallito anche questo ruolo, liberatosi anche di spada e scudo, va chissà dove in cerca di altri spazi e ruoli da infestare - e abbandonare per la loro troppa pesantezza e sua troppa vitalità.

 

Bisogna imparare qualcosa da Brancaleone? Assolutamente no, se non a disimparare e a dimenticare continuamente - come per liberarsi, morire e rinascere senza origine e sempre in un mondo nuovo e vasto, dove i soli legislatori sono il caso, la fortuna e le tensioni racchiuse nell’involucro dell’Io.

 

“Io ho fondato la mia causa sul nulla.” 2

 

 

Note:

 

1 Carmelo Bene riprende il celebre aforisma di Denis Diderot

2 Il primo verso della poesia “Vanitas! Vanitatum vanitas!” di Johann Wolfgang von Goethe


 
 
 

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