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«Non spegnerete il sole». Genova 25 anni dopo

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    tentativo2ls
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 8 min

Genova, sono le 17:27 del 20 luglio 2001. L'aria è piena di fumo e lacrimogeni. Si sentono le grida, gli slogan, le sirene, il rumore delle manganellate. Decine di poliziotti in assetto antisommossa sono schierati in Piazza Alimonda. A terra un telo bianco insanguinato copre il corpo inerme di Carlo Giuliani, freddato da un colpo di pistola del carabiniere Mario Placanica.


Il tragico culmine di quella giornata di scontri.


«Queste zecche del cazzo. Speriamo che muoiano tutti - commenterà via radio una funzionaria di polizia - intanto è già uno a zero per noi».


Insieme a Carlo Giuliani però, su quella piazza, muore anche una generazione e un sogno. L'idea che "un altro mondo fosse possibile".


Sono passati 25 anni dai fatti del G8 di Genova. Un evento di cui tutti parlano che ma che forse, nessuno davvero ricorda. Perché quello di cui ancora si discute, giustamente rimasto impresso nella memoria collettiva come una ferita mai guarita, è la sproporzionata violenza messa in atto dalle forze dell'ordine contro i manifestanti. I fatti pesanti e controversi della morte di Giuliani, di Bolzaneto e della Scuola Diaz, delle centinaia di manifestanti picchiati, insultati, torturati, violentati da delle forze dell'ordine ormai impazzite e completamente al di fuori da ogni logica democratica. Si parla, come sottolineato da Amnesty International, della «più grande sospensione dei diritti umani in un Paese democratico dalla fine della seconda guerra mondiale».


Quello di cui si parla meno, però, è il perché una generazione abbia deciso di scendere in piazza per provare a cambiare il mondo. Non si dice quasi mai come queste ragazze e ragazzi che hanno manifestato per le strade di Genova nel 2001, avessero capito perfettamente, e con largo anticipo, le degenerazioni del mondo capitalistico di oggi.


E forse proprio per questo la reazione su di loro è stata violentissima.


19 luglio «Voi G8, noi 6 miliardi»


Dopo mesi di preparativi, assemblee e forum in tutta Italia, decine di migliaia di manifestanti e attivisti da tutto il mondo si riversano per le strade del capoluogo ligure.


Genova diventa una "Città-Mondo". Nel Genoa Social Forum ci sono tutti: dagli anarchici agli ambientalisti, dai disobbedienti alle femministe, da Rifondazione Comunista alla Sinistra Giovanile dei Ds, dai sindacati di base alla Cgil, dai movimenti per la tutela dei migranti alle associazioni per i diritti delle popolazioni indigene, dai centri sociali ai gruppi religiosi ispirati alla Teologia della liberazione.


«Think global, act local» come recitava il motto dei No-Global. Un movimento in grado di unire origini e motivazioni diverse nella prospettiva di un obbiettivo comune di lotta internazionale. Raccontare le ingiustizie di un sistema interconnesso. Dimostrare all'opinione pubblica che era possibile immaginare un nuovo modello di sviluppo, non più basato sullo sfruttamento predatorio del terzo mondo e delle risorse naturali.


Il ministro dell'interno del Governo Berlusconi, Claudio Scajola, predispone misure di sicurezza rigidissime in città in vista dello svolgimento del G8, l'incontro tra i vertici degli otto Paesi più ricchi e potenti della Terra.


La città è blindata. Zone rosse, barricate, massicci schieramenti di camionette e forze dell'ordine. Nonostante i colloqui tra autorità e vertici del movimento, la tensione è palpabile.


Padrone di casa per quel G8 è il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, da poco vincitore con la sua "Casa delle Libertà" delle elezioni del maggio 2001.


È un mondo diverso quello dell'estate 2001. Gli attentati dell'11 settembre non hanno ancora sconvolto il panorama internazionale, e la fine della Guerra Fredda, e per i Paesi capitalisti della minaccia dell'ideologia comunista, ha diffuso un'atmosfera allo stesso tempo di speranza e rassegnazione. La gioia per l'ingresso in un'epoca di libertà e progresso, si scontra inevitabilmente con la rabbia del movimento altermondista che tenta di avvisare sui rischi che il nuovo incontrollato capitalismo globalizzato e informatico porterà per le fasce più deboli della popolazione.


Il 19 luglio il primo corteo di 50mila manifestanti invade la città al grido di "Voi G8, noi 6 miliardi". Si tratta di una marcia a tutela dei diritti per immigrati ed extracomunitari.


Si registrano i primi scontri tra anarchici e forze dell'ordine, immediatamente sedati dagli stessi attivisti frappostisi tra le due parti.


20 luglio «Uno a zero per noi»


Il secondo giorno della manifestazione, la città viene attraversata da almeno sette cortei differenti. Scoppiano i primi scontri tra forze dell'ordine e Black Bloc, con lanci di molotov e cariche.


Come testimoniato da molti filmati, polizia e carabinieri si lanciano sui manifestanti pacifici a colpi di lacrimogeni e armi da fuoco (sparando in aria).


E forse questo è uno degli elementi principali che ha contribuito a rendere il G8 di Genova parte integrante della nostra memoria collettiva. La quantità enorme di materiale fotografico e cinematografico amatoriale prodotto in quei giorni da attivisti e giornalisti. Mai come allora una manifestazione di questo tipo era stata così massicciamente documentata dal suo interno. Materiali che saranno poi fondamentali per le successive indagini e processi.


La città, con le sue vie strette e la sua posizione geografica, diventa un campo di battaglia perfetto per i piccoli gruppi di violenti, che riescono a infiltrarsi e sfuggire agilmente alla polizia, ma anche una vera trappola per tutti gli altri manifestanti.


Nel pomeriggio si moltiplicano gli scontri in tutta Genova. Gruppi di Black Bloc assaltano il carcere e il Comando regionale dei carabinieri. Negli scontri successivi rimane ferito gravemente l'appuntato Luca Puliti, scatenando un'ondata di panico tra le forze dell'ordine alla falsa notizia che un collega fosse morto nell'azione.


Il connubio tra manifestanti sempre meno sotto controllo, forze dell'ordine inferocite e una città totalmente inadatta ad ospitare un evento di questo tipo, crea quel cocktail micidiale che porterà, come ben noto, ai durissimi scontri e pestaggi del pomeriggio del 20 luglio, agli scontri di Piazza Alimonda e alla morte del ventitreenne Carlo Giuliani, ucciso da un colpo di pistola alla testa sparato del carabiniere di leva di 20 anni Mario Placanica.


Una violenza rabbiosa che, tuttavia, le indagini negli anni successivi ai fatti di Genova, hanno fatto risultare come una reazione meno istintiva e disorganizzata di quanto inizialmente dichiarato dalla stampa e dai media ufficiali.


Ancora oggi il dibattito attorno alla riposta delle forze dell'ordine e alla responsabilità di comandanti, politici, autorità giudiziarie e infiltrati è al centro di inchieste e discussioni. A cui rimandiamo, essendo complesso affrontare un tema così ampio nel poco spazio a disposizione sui social.


Ad oggi, tuttavia, la responsabilità politica e la volontà della reazione spropositata subita dai manifestanti appare un fatto condiviso anche dall’opinione pubblica. «Fui costretto a dare ordine di sparare se avessero sfondato la zona rossa», come avrebbe dichiarato lo stesso ministro Scajola nel febbraio 2002.


Quel giorno, in Piazza Alimonda, con Carlo Giuliani morirono i sogni di un'intera generazione. Ragazze e ragazzi che volevano cambiare il mondo, e a cui le istituzioni di una democrazia occidentale ed europea avevano risposto con una pallottola.


Ma forse, con loro, moriva anche un intero sistema.


21 luglio «Una macelleria messicana»


Nonostante i duri scontri del giorno precedente, il 21 luglio un corteo di oltre trecentomila persone marcia attraverso il capoluogo ligure. Tra la folla immensa si riconoscono bandiere di partiti e movimenti da tutto il mondo.


Ben presto scoppiano nuovi scontri tra manifestanti e forze dell’ordine, con barricate, lanci di molotov, cariche e pestaggi. A pagarne il prezzo, ancora una volta, soprattutto i partecipanti pacifici, i più colpiti dalla violenza delle forze dell’ordine, nonostante i tentativi degli organizzatori di mantenere l’ordine.


L'ultimo atto di quel G8 insanguinato si consuma nella notte del 21 luglio presso la Scuola Diaz di Genova.


Novantatré manifestanti e giornalisti (per lo più stranieri) stanno dormendo nella struttura quando attorno alle 21:00 la polizia in assetto antisommossa fa irruzione nell’edificio. Il pretesto è la ricerca di “armi” e molotov utilizzate nel corso della giornata dai gruppi di manifestati. Nessuno di questi oggetti era presente nella scuola. Secondo quanto emerso dalla testimonianza del vicequestore Pasquale Guaglione, nel corso degli scontri del pomeriggio erano state ritrovate e sequestrate due molotov, consegnaste al generale Valerio Donnini ma il cui ritrovamento non è mai stato verbalizzato. Queste molotov furono poi esibite dalla polizia tra le prove “sequestrate” alla Diaz.


In quei minuti la violenza delle forze dell’ordine è disumana. Botte, pestaggi, violenze. Sessantatré persone risultano ferite, e vengono portate via in barella e prognosi riservata. Una di queste rimarrà in coma per due giorni, con danni permanenti.


Quando il giornalista Gianluca Botta riesce ad entrare per primo nell’edificio, le immagini che cattura sono terrificanti. Pavimenti, termosifoni, muri, porte, tutto è macchiato di sangue.


Dopo un iniziale silenzio, il 12 giugno 2007 Michelangelo Fournier, vicequestore aggiunto del primo Reparto Mobile di Roma, dichiara agli inquirenti per i fatti di Genova:


«Arrivato al primo piano dell'istituto ho trovato in atto delle colluttazioni. Quattro poliziotti, due con cintura bianca e gli altri in borghese stavano infierendo su manifestanti inermi a terra. Sembrava una macelleria messicana. Sono rimasto terrorizzato e basito quando ho visto a terra una ragazza con la testa rotta in una pozza di sangue. Pensavo addirittura che stesse morendo. Fu a quel punto che gridai: “basta basta” e cacciai via i poliziotti che picchiavano. Intorno alla ragazza per terra c'erano dei grumi che sul momento mi sembrarono materia cerebrale. Ho ordinato per radio ai miei uomini di uscire subito dalla scuola e di chiamare le ambulanze».


Accanto ai fatti della Diaz, fondamentale è ricordare anche le terribili vessazioni subite dagli arrestati portati alla Caserma di Bolzaneto (circa 240 persone secondo i dati ufficiali, 500 secondo altre testimonianze).


I manifestanti vengono costretti a subire per ore vessazioni fisiche e psicologiche, percosse, torture e persino violenze. Le forze dell’ordine denigrano e maltrattano gli arrestati, intonando cori e slogan fascisti.


Come registrato nel corso delle indagini sui fatti di Bolzaneto, le persone sono state «costrette a stare in piedi per ore e ore, fare la posizione del cigno e della ballerina, abbaiare per poi essere insultati con minacce di tipo politico e sessuale, colpiti con schiaffi e colpi alla nuca e anche lo strappo di piercing, anche dalle parti intime. Molte le ragazze obbligate a spogliarsi, a fare piroette con commenti brutali da parte di agenti presenti anche in infermeria».


Una barbarie paragonabile a quella delle dittature militari sudamericane del Novecento. Ma avvenuta nel cuore dell’Unione Europea.


2001-2026: «non spegni il sole se ci spari addosso»


Centinaia di arresti e feriti, migliaia di manifestanti traumatizzati, miliardi di lire di danni, credibilità internazionale inevitabilmente danneggiata e una generazione senza più fiducia nella politica. Il bilancio del G8 di Genova è pesantissimo.


Ma soprattutto quello che risulta più evidente a tutti è che in quei giorni di luglio è morta “l’innocenza” grazie alla quale si poteva credere che l'ordine costituito, quello del G8 avrebbe potuto accettare di stravolgere le leggi che lo regolano. Giovani che sognavano di cambiare il mondo, e che sconvolti dalla repressione abbandonano la politica. Quella dello Stato, che dimostra senza più freni tutta la sua forza disumana e violenta. Quella del capitalismo internazionale, che rimane ancora oggi padrone incontrastato di un mondo allo sfacelo e ingiusto.


Negli anni le inchieste promosse sia in Italia, sia dalle istituzioni internazionali, hanno fatto emergere tutte le controversie e storture di quei tragici giorni a Genova. Violenza, neofascisti nelle forze dell’ordine, collusione tra gruppi violenti e polizia, infiltrati. Nel 2017, la polizia britannica svela che tra i Black block a Genova era presente un poliziotto britannico infiltrato.


Eppure, al di là di tutte le dinamiche giuridiche e della cronaca, che è necessario ricordare, ciò che dovremmo fare in questo venticinquesimo anniversario è raccontare e studiare le vere motivazioni di quel movimento.


Far risorgere lo spirito che ha spinto quei ragazzi a scendere in Piazza. Sono la generazione dei nostri genitori e sorelle e fratelli più grandi. Quella generazione annichilita dalla politica, dalla rassegnazione e dalla perdita dell’innocenza. Una generazione che viveva in un contesto così diverso dal nostro ma che sognava il nostro stesso sole.


Nel luglio del 2001 il sistema ha provato a spegnere il sole. Ma il sole, non lo si può spegnere, neanche sparandoci addosso.


Fonti:

Un altro mondo è possibile, documentario collettivo 2001.

Le strade di Genova, regia di Davide Ferrario, 2001.

SOLO LIMONI, regia di Giacomo Verde, 2001.

Genova. Per noi, regia di Roberto Giannarelli, Francesco Ranieri Martinotti, Paolo Pietrangeli, Wilma Labate, 2001.

Carlo Giuliani, ragazzo, regia di Francesca Comencini, 2002.

Blu notte - Misteri italiani - Genova 2001, G8, 2007.

C. De Gregorio, Non lavate questo sangue. I giorni di Genova, Laterza, 2001. C. Lucarelli, G8. Cronaca di una battaglia, Einaudi, 2009.

A. Mantovani, Diaz. Processo alla polizia, Fandango Libri, 2021.

M. Calandri, Bolzaneto. La mattanza della democrazia, DeriveApprodi, 2008.



 
 
 

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