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AL MIO PAESE: Per una cartografia antigeopolitica del Mezzogiorno 

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 2 giorni fa
  • Tempo di lettura: 8 min

Da poche settimane “al mio paese”, il nuovo tormentone firmato Serena Brancale, Levante e Delia, infesta le classifiche e le radio di tutta Italia. Leggendo il testo si capisce che l'obiettivo è scrivere un'apologia del sud Italia dal punto di vista di chi è costretto ad abbandonare il meridione per studio o per lavoro e poi, quando arriva il momento delle ferie, può finalmente ritornare in questo angolo di paradiso e godere della cosiddetta "vita lenta": un presunto stile di vita meridionale, totalmente avulso dalle logiche frenetiche delle città grigie del nord.


La canzone è risultata divisiva. Da un lato c'è chi lamenta che dai versi emerga una visione caricaturale e stereotipata del sud, come luogo esotico e feticcio ad uso e consumo di chi vuole allontanarsi dal primo mondo. Dall'altro c'è chi difende la libertà delle artiste di scrivere una semplice cartolina musicale, rimarcando che è in sede politica che dovrebbero avvenire le discussioni sugli aspetti sociali della realtà meridionale. Ma il disimpegno di una canzone non corrisponde a una neutralità assoluta — non può farlo senza ignorare le implicazioni politiche di come vengono rappresentate certe realtà. Rappresentare il sud come luogo della lentezza e del godimento significa, anche involontariamente, confermare l'idea che sia un posto da visitare più che da abitare, e che chi ci abita lo faccia in attesa di qualcuno che arrivi a dargli senso. 


Le seguenti, sono tre voci che parlano di sud dal sud — o da ciò che il sud, a seconda di chi parla, comprende o non comprende.Il filo che le attraversa tutte è il rapporto con il luogo: voci bisognose di rivendicare un'appartenenza che non vuole ridursi a cartolina, e che premono di restituire densità e complessità nel discorso sul mezzogiorno

Crocevia di un mondo fuori dal mondo


Abito a Fasano, e scrivo da qui: da una realtà spietata e inaccogliente che invita alla fuga. Chi rimane al sud spesso fa esperienza di vedere la propria rete di affetti — amici o parenti — disgregarsi nel tentativo di fare fortuna altrove, uno dopo l'altro; osserva la propria città, invasa dai turisti, diventare impraticabile durante i mesi estivi e la guarda attrezzarsi ad accoglierne altri nelle stagioni "vuote", talvolta dimenticandosi di chi la abita; assiste, nei casi migliori, agli spesso maldestri tentativi delle istituzioni di conciliare i bisogni di chi vive nei centri storici con quelli di chi lavora in ristoranti e locali pensati apposta per i visitatori.


Sperimenta la difficoltà a trovare lavori non precari, o che non siano in attività turistiche, spesso in condizioni di opacità legale; sperimenta l'impossibilità di andarsene via di casa perché non trova una casa in affitto — sono tutte destinate a diventare un nuovo B&B "nel cuore del centro storico" o "a due passi dal mare"; si sente soffocare in treno, finché da Bari non giunge alla fermata di Polignano a mare; vive il senso vuoto di trovarsi per nove mesi, nuovamente in prigione e senza stimoli di alcun tipo, perché fare rete al sud sembra così difficile.


Il luogo in cui si è tenuto il G7 nel 2024 (a onor del vero a Savelletri, frazione di Fasano) conserva il ricordo di cos'è stato vedere il proprio territorio diventare il centro dell'attenzione mondiale. Il ricordo della paura che le proteste di quei giorni potessero degenerare, delle raccomandazioni preoccupate dei genitori. La paura degli abitanti di Savelletri, ai quali sono state imposte procedure di identificazione e di fermo, che si sono ritrovati da un giorno all'altro presidiati militarmente, costretti in casa per ragioni "di sicurezza". Il rumore costante degli elicotteri su tutto il territorio di Fasano.


Ma più di tutto rimane la rabbia: dall'atteggiamento coloniale di Meloni alla complicità delle amministrazioni locali. Il G7 ha avuto luogo in una famosa struttura ricettiva locale, una specie di borgo pugliese costruito ad arte per accogliere turisti e offrire loro "esperienze tradizionali pugliesi" — sagre e feste simulate, nel più totale lusso. Quelle stesse esperienze di cui Meloni si è vantata con i suoi ospiti, le stesse che Brancale, Levante e Delia menzionano nel loro ritornello, pagate sulla pelle dei cittadini di Fasano e Savelletri: coloro che Meloni non ha mai menzionato, che si ritrovano, per coraggio o per sfortuna,in questo posto, vivo per tre mesi l'anno.


La transumanza dei rimasti


Diana ha vissuto a Milano durante gli anni dell’università. Lì stava bene, solo che poi, a un certo punto, è tornata al paese e ci è rimasta. Ieri sera, al bar, si lamentava con Mirko del suo lavoro: non le piace quello che fa, tanto che a giorni alterni accarezza l’idea di licenziarsi, salvo poi ammutolire quando qualcuno le ricorda il privilegio di uno stipendio sicuro. Mirko, come lei, fa il consulente informatico. Anche lui lavora da remoto, anche lui è tornato. Guadagna bene e non gli passa nemmeno per la testa di dimettersi: se l’è trascinato dal nord quest’impiego, pur di vivere al sud — ché di soli legami, in Salento, è difficile campare.


Io, a differenza loro, dal mio paese non me ne sono mai andato davvero. Neppure quella volta in cui ho tentato una fuga disperata a Torino: volevo lasciarmi alle spalle la precarietà della mia terra, ma la mia terra me la portavo addosso, come una seconda pelle che non puoi togliere senza imprecare forte dal dolore. Dei ritorni e delle restanze si parla spesso con la retorica dell’impegno etico, del sacrificio romantico, della scelta coraggiosa, eccetera eccetera. Ma pochi tornano o restano prefigurando davvero un futuro: lo fanno soprattutto quelli che possono permettersi di strapparsi la pelle senza soffrirne, quelli capaci di appartenere a un luogo restando esenti da ferite.


Siamo in novemila, oggi, al mio paese: Campi Salentina, borgo a una decina di chilometri a nord di Lecce. Quando andavo a scuola eravamo undicimila, e probabilmente quello è stato il picco massimo. Se si contassero davvero tutti i giovani che non vivono più qui ma continuano a mantenere la residenza, scenderemmo di almeno un altro migliaio, forse di più. E non è che d’estate la situazione cambi molto: tra chi non ha ferie, chi non vuole vendersi un rene per un biglietto aereo e chi preferisce spassarsela in altri lidi, certe facce è difficile rivederle. Rimaniamo i soliti, a fare la transumanza da un bar all’altro, in attesa di un mutuo, di un colloquio fortunato o del coraggio necessario a partire per inseguire un qualcosa che qui è difficile anche solo definire. Come Mirko, come Diana, come me.


Da qui al 2030, la provincia di Lecce registrerà un calo di circa il 14% degli under 20: un’intera generazione cancellata, sacrificata senza rimpianti dalla Nazione. Il problema non è la mancanza di lavoro: quello c’è — i dati sull’occupazione sono in crescita, dicono dai piani alti — solo che non ti porta da nessuna parte. È il regno del precariato, del part time, delle mansioni non qualificate, della stagionalità che ti risucchia l’intera vita che, più che lenta, è affannosa come il respiro di un anziano. È il regno del “se vuoi un futuro, inventatelo”. Che fastidio.


Il Salento è, a tutti gli effetti, una periferia della periferia, con l’estasi estiva che serve solo a mettere in pausa il territorio dal fare i conti con sé stesso. Difficile farlo se, del resto, di questione meridionale si è smesso di parlare adeguatamente. Perché non si tratta solo di chi parte, né di chi, eroicamente, ritorna o resta. Si tratta anche, e soprattutto, di quelli che rimangono qui ma si immaginano costantemente altrove, senza avere fino in fondo la libertà di andarsene, di scegliere diversamente. Oppure di chi è lontano e non ne vuole sapere di tornare. O magari vorrebbe, ma non abbastanza da rischiare di rientrare. Sintomi, questi, di una condizione strutturale che il dibattito pubblico finge soltanto di voler affrontare.


C’è una campagna della Regione, spammata un po' ovunque, che hanno chiamato “Mare a sinistra”: l’idea è che, tornando qui, l’Adriatico te lo ritrovi appunto a sinistra. Ma in Salento il mare ce l’abbiamo sia a destra che a sinistra, sempre.

Quindi un leggero dubbio mi viene: non è che, come Cristo si è fermato a Eboli, il talento debba fermarsi a Bari? Ma probabilmente sono io ad essere troppo incline alla polemica. Francamente, però, di tutto questo mare ne abbiamo, a volte, le scatole piene. Ne parlavamo proprio l’altra sera al bar, io, Mirko e Diana.


La zona grigia dell'appartenenza


Vengo da un paesino abruzzese di mille abitanti. Trafficato nell'estetica, morto nelle possibilità. Da piccola cercavo di nobilitarlo: la maestra ci spiegò che il nome derivava dal latino castrum rufi, e quell'antichità mi sembrò per un momento capace di compensare la mancanza di stimoli. Come se la storia di un luogo fosse sufficiente a renderlo vivo.


Non lo era. Me ne accorsi guardandolo con gli occhi della compagna californiana di mio zio, che si chiedeva perplessa perché di giorno fosse quasi deserto, poi arrivava il giovedì, e con lui un furgoncino rosso che vendeva la porchetta, e la gente si accalcava. Era quello il momento. L'unico. La immaginai guardare quella fila e sentii una vergogna precisa: non per la porchetta o per la gente, ma per me, per quanto a lungo avessi provato a convincermi che bastasse.


Garrufo prima aveva un cinema. Ogni domenica, alle medie, ci andavo qualsiasi cosa fosse in programmazione, pur di avere un'ora in cui il paese smettesse di sembrare fermo. Aveva anche un premio letterario, piccolo ma reale. Poi il cinema chiuse, poi anche il premio sparì. E quando torno, oggi, quello che vedo è gente al bar, non per convivialità, ma per anestesia. Spesso senza saperlo. È così che funziona quando un posto ti toglie i motivi uno alla volta: non scegli di smettere di stare sveglio, ci scivoli dentro, e intorno a te tutti fanno lo stesso, e non hai più un termine di paragone che ti dica che stai attraversando un confine.


C'è una particolarità dell'Abruzzo che complica tutto questo: è una regione che non sa bene dove collocarsi. Non appartiene pienamente a nessun immaginario, quando si parla di disagio meridionale non viene citata, quando si parla di orgoglio meridionale non viene celebrata. Esiste in una zona grigia geografica e culturale che la lascia senza voce su entrambi i fronti. Una periferia che non rientra nemmeno nella retorica della periferia.


Qualcuno del mio paese ha aperto una sala polifunzionale. Ospita divulgatori, comici, serate. Ha deciso che il momento di aggregazione non doveva più essere il furgoncino o la sagra estiva, e si è messo a costruire un'alternativa con la propria tenacia. E quest'anno il premio letterario è stato ricostituito. Quando mi hanno chiesto di entrare nella giuria, ho detto sì — non per fedeltà alle radici, quella retorica non mi appartiene — ma perché forse, senza accorgermene, ho cominciato a sperare che quel paese possa offrire a qualcuno quello che non ha saputo offrire a me. Un motivo. Un buio condiviso in cui sedersi e aspettare che cominci qualcosa.


Non sono tornata. Ma ho smesso di guardare solo da fuori. Non so se sia una forma di tornanza. So che quando hanno chiamato, ho provato a rispondere, e questa volta sapevo perché.

C’è una frase celebre, storicamente attribuita a Beda il Venerabile: “Quando cadrà Roma, cadrà anche il mondo”. Ecco, si potrebbe provare a riformularla, un po' provocatoriamente, sostituendo il Sud alla Città Eterna. E, a ben vedere, non sarebbe neppure una provocazione, quanto piuttosto una rappresentazione onesta dei rapporti di potere contemporanei.


Il mondo ha bisogno del Sud. Ha bisogno, soprattutto, che i suoi Sud continuino a occupare la posizione che è stata loro assegnata dentro una precisa scacchiera di significati, affinché l’ordine simbolico di quella cosa che chiamiamo “Occidente” resti intatto. Sud è, di volta in volta, il vuoto da colmare e l’errore da correggere; è il frutto perennemente acerbo attraverso cui la civiltà misura, ostenta e rinfaccia la propria presunta maturità.


Il Mezzogiorno italiano, in quanto Sud, non sfugge a questo schema. È la più vasta area povera della parte “virtuosa” d’Europa, il luogo in cui si depositano contraddizioni e fratture della postmodernità. In questo spazio, tra mari che inghiottono corpi e piazze che si svuotano di vita, il discorso pubblico continua ad addomesticare e distribuire senso: del resto, è nelle narrazioni che si annida il potere.


Yves Lacoste, non a caso, definiva la geopolitica come “un modo di vedere il mondo”: e il mondo, così come lo si vuole vedere, lo si racconta. Se dunque la questione meridionale va ricollocata dentro un orizzonte geopolitico, sottraendola alle funzioni che le sono state storicamente assegnate, allora l’unica via possibile è quella di un racconto che si sottragga alla grammatica dominante: una narrazione antigeopolitica, capace non tanto di descrivere il Sud, quanto di incrinare lo sguardo che lo definisce.


Quello che abbiamo provato a fare, in questo testo, è stato semplicemente raccontare. Per questo, a chiunque condivida questa stessa condizione, rivolgiamo un invito: addensare il racconto, stratificarlo, fino a costruire una cartografia “antigeopolitica” del Mezzogiorno italiano. Ogni forma è ammessa — un testo, una poesia, uno scatto, un disegno, un suono: ciò che conta non è il mezzo, ma la sua capacità di restituire complessità.


 
 
 

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