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DI CERTE MORTI È MEGLIO NON PARLARNE

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 5 giorni fa
  • Tempo di lettura: 3 min

Due donne assassinate in un cantiere a Pollena Trocchia.


Sara Tkacz, di 29 anni e Lyuba Lyuba, di 49. Un uomo fermato, Mario Landolfi, che confessa: “Non volevo pagarle”. Qualche titolo veloce sui giornali. Poi il silenzio.

La notizia è passata soprattutto nelle pagine di cronaca nera e nelle edizioni locali. Poche ore di attenzione, nessun grande dibattito nazionale, nessuna discussione strutturata sulla violenza di genere. Eppure due donne sono state uccise da un uomo in un contesto segnato da potere, denaro e controllo del corpo femminile.

Ma c’è una parola che cambia tutto nel racconto mediatico: prostitute.


Quando una donna viene assassinata dal marito, dall’ex compagno o da uno sconosciuto incapace di accettare un rifiuto, il termine femminicidio compare subito, giustamente. Nonostante la legittimità dell’utilizzo del termine, si fa comunque fatica nel nostro Paese: si crea dibattito, “è un termine divisivo”. Si parla di cultura patriarcale, di violenza maschile, di possesso.


Quando invece la vittima è una sex worker, il linguaggio cambia improvvisamente. I giornali parlano di “lite degenerata”, di “giro della prostituzione”, di “ambiente difficile”. Il focus si sposta dal diritto della donna a non essere uccisa al contesto in cui viveva. Il sottotesto, spesso implicito, è che in questi casi la vittima abbia comunque “accettato il rischio”. Come se alcune donne fossero meno innocenti di altre.


Ed è qui che emerge una delle ipocrisie più profonde: non tutte le vittime vengono percepite allo stesso modo.


Le donne che lavorano nel sex work sono spesso raccontate attraverso la loro marginalità, non attraverso la violenza che subiscono. Quando vengono uccise, la notizia scivola rapidamente nelle pagine di coda, nei trafiletti locali, raramente nel dibattito nazionale. Difficilmente apre talk show o mobilitazioni pubbliche.

È successo molte volte.


Negli anni Novanta e Duemila, lungo le strade del Nord Italia, numerose prostitute straniere vennero assassinate in una sequenza quasi continua di violenze. Molte erano giovani donne dell’Est Europa o africane, spesso già esposte a sfruttamento e precarietà. Le notizie seguivano uno schema ricorrente: “prostituta trovata morta”, “omicidio nel giro della prostituzione”. Poche righe, nessuna riflessione più ampia.

Anche quando emergevano elementi riconducibili alla violenza di genere, il termine femminicidio restava fuori dal racconto. La vittima veniva ridotta alla sua attività, come se quell’etichetta esaurisse la sua identità.


Lo stesso è accaduto con molte sex workers transessuali uccise tra Roma, Milano e altre città italiane. Delitti spesso brutali, ma raccontati come episodi di degrado urbano o criminalità marginale. Anche qui il risultato è lo stesso: minore identificazione pubblica, minore attenzione, minore pressione sociale.

Eppure la radice della violenza è spesso comune.


Molti clienti vivono il rapporto con le sex workers come una relazione di potere. Il denaro non viene percepito solo come pagamento, ma come diritto a controllo e disponibilità. Quando la donna pone un limite, rifiuta, o chiede rispetto delle regole concordate, alcuni uomini reagiscono con aggressività.


È una dinamica che richiama quella di molti femminicidi: l’idea di possesso sul corpo femminile e la punizione del rifiuto.


Il problema è che questa connessione raramente entra nel dibattito pubblico. L’omicidio di una sex worker viene raccontato come fatto isolato, non come parte della più ampia violenza contro le donne.

La differenza passa anche dal linguaggio.


“Escort uccisa” non produce lo stesso impatto di “donna vittima di femminicidio”. Nel primo caso si crea distanza, nel secondo immediata identificazione. Le parole non sono neutre: costruiscono gerarchie di empatia.


E infatti molte di queste storie non diventano mai simboliche.

Nel Regno Unito, durante i casi di Peter Sutcliffe, molte vittime erano prostitute. Per lungo tempo stampa e istituzioni trattarono quei delitti con minore urgenza rispetto ad altri omicidi di donne, distinguendo implicitamente tra vittime “innocenti” e non.

Negli Stati Uniti, nei casi legati a Gary Ridgway, molte donne erano sex workers o persone vulnerabili. Per anni le loro sparizioni non generarono la stessa pressione pubblica o mediatica di altri casi.


Il meccanismo si ripete: alcune vite producono più attenzione, altre scivolano nell’invisibilità.


Il rischio più grande è l’assuefazione. Quando certe morti vengono raccontate come prevedibili, si finisce per accettare implicitamente che alcune donne siano più esposte alla violenza delle altre.


Per questo il caso di Pollena Trocchia non è solo cronaca. È una domanda su chi riteniamo degno di empatia.


Una società civile non dovrebbe avere vittime di serie A e di serie B. Non dovrebbe misurare il valore di una vita in base al lavoro svolto. Non dovrebbe trasformare lo stigma in spiegazione.


Perché nessuna condizione è una giustificazione per la violenza. Nessuna marginalità rende una morte meno grave. Nessuna etichetta cancella l’umanità.

Le donne uccise a Pollena Trocchia non erano “due prostitute”.Erano persone.

E il vero scandalo non è solo la loro morte brutale, ma la facilità con cui rischiamo di dimenticarle.

 
 
 

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