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UN CONCERTONE SENZA SANREMO (NON C’È MAI STATO)

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 1 mag
  • Tempo di lettura: 3 min

Pierpaolo Capovilla che sentenzia la degenerazione della canzone italiana, fatta di artisti “analfabeti funzionali” e “spazzatura musicale”, ci ricorda anche quest’anno la musica è morta. Ci viene ricordato ogni Primo Maggio che la musica è morta. Muore sempre. Si deduce che per lui il 2012, quando su quel palco c’era lui con il Teatro degli Orrori, fosse tutt’altra stagione culturale per il cantautorato (lo avessero avvertito prima, Luigi Tenco), perché noi non ce la ricordiamo.


Anzi, se c’è una costante in quella creatura multiforme che è il Concerto del Primo Maggio è che ogni anno era meglio prima, nell’illusione che sia esistito un mitico Concertone del passato dalla spinta rivoluzionaria e verve giacobina in grado di dare voce a una sinistra vera. Ma il Concertone ancestrale non esiste e la sua storia è sempre stata connessa al pop mainstream italiano.

Come ci ricorda la storica Brenda Fedi, fin dalle sue origini nel 1990 il Concerto del Primo Maggio fu concepito come spazio simbolico con premesse insolite, una scommessa di Cgil, Cisl e Uil che, in seguito al crollo del Muro e al progressivo disinteresse dei giovani verso il mondo associativo, vollero creare un format per svecchiare le firme sindacali agli occhi delle nuove generazioni (e al contempo corteggiare gli addetti del settore musicale). Un progetto culturale apartitico che, per un giorno, mette da parte i colori politici per operare una unificazione del macrocosmo progressista, dalle aree radicali a quelle istituzionalizzate. Una Festa dei Lavoratori per tutti i lavoratori.


E questo si riflette nella varietà delle prime scalette, con un mix di nomi rock già rodati nelle Feste dell’Unità come dei giovanissimi Ligabue e Nannini, successi nazionalpopolari tra Morandi e la Caselli, Nuove Proposte di Sanremo contemporanee e future come Alex Britti e Daniele Silvestri, tutto lo spettro del cantautorato da Bennato a De André, il mondo dei collettivi con Mau Mau e 99 Posse, poi Giorgia insieme a Lou Reed ed Elio e le Storie Tese dopo gli Iron Maiden, oltre a sistematicamente tutti gli ultimi vincitori di Sanremo dai Pooh in avanti, e Piero Pelù ospite fisso. Più che una linea politica, un sismografo.


Tutto ciò proprio per una prospettiva politica sindacale che voleva nel Primo Maggio un momento di unità culturale, sulla falsariga del Live Aid del 1985. E proprio come il Live Aid, se il successo mainstream si quantifica nei dati di share, la capacità di cambiamento politico è discutibile e ampiamente discussa. In quasi quarant’anni di Concertone lo abbiamo imparato che il punto non è l’evento in sé, ma lo spazio di dialogo che apriva tra giovani e sindacati. Dialogo spesso conflittuale, come dimostrano le numerose contestazioni da parte del pubblico come dei musicisti stessi: i Gang e i Litfiba nel 1991 in rottura con le scelte sindacali sotto Andreotti, le controversie del 1999 sulla posizione in merito ai bombardamenti NATO nei Balcani e le critiche all’Expo nel 2015, Fedez censurato nel 2021 sul ddl Zan e la discussa esibizione pro-Pal dei Patagarri sulle note dell’Hāvā Nāgīlā ebraico l’anno scorso.


Dalla sua nascita, il Concertone non è mai stato veicolo di propaganda di una sinistra monolitica quanto piuttosto una arena di confronto e scontro in cui convergono istituzioni del lavoro e dei media, subculture, movimenti, la fabbrica Sanremo, dinamiche commerciali e shareholder ingombranti a cui raccomandano di non pestare i piedi. Al punto che da anni alternative come il Concerto del Primo Maggio di Taranto stanno guadagnando terreno come controparte più sinceramente controculturale.


E quindi? Il punto del Concertone è che non funziona. Non può funzionare perché per definizione prova a tenere insieme anime opposte, in senso politico, culturale, mediatico e istituzionale. Ed è non funzionando che ravviva il conflitto tra sindacati di base, movimenti sociali e istituzioni, ma anche tra produzione mainstream e cultura dal basso, mentre gli sconvolgimenti politici fanno da sfondo e da bersaglio di critica. Finché non funzionerà continueremo a farne politica.


E allora bene se Capovilla spara a zero, i Måneskin sono commerciali e la Pausini ha paura di Bella Ciao. Per ciascuno di loro ci sarà un Piero Pelù che attacca il Papa, i Patagarri contro il genocidio, e un concerto a Taranto dove invece si può avere Francesca Albanese come ospite. I palchi non sono solo luoghi celebrativi. Sta agli artisti usarli in modo politico, e quando se lo dimenticano sta agli spettatori contestare e creare conflitto e alternative. Essere uniti non è essere in silenzio.

Buon Primo Maggio, buona Festa dei Lavoratori.


Fonti:

Fedi, B. (2025). «Il lavoro che non c’è e il rock’n’roll che avanza». Trentacinque anni di Concerto del Primo Maggio. Società Italiana di Storia del Lavoro.

Tomatis, J. (2019). Storia culturale della canzone italiana. Il Saggiatore, Milano.

Tonelli, A. (2012). Falce e tortello: storia politica e sociale delle feste dell'Unità (1945-2011). Laterza, Roma.

Street, J. (2012). Music and Politics. Polity, Cambridge.


 
 
 

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