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Un’altra italia è possibile

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 15 set 2025
  • Tempo di lettura: 7 min

Attacco alla democrazia! Il ruolo dei media, lo svuotamento del voto e la crisi dei partiti “rivoluzionari”

Siamo un Paese che ha comprensibilmente smesso di credere nella politica istituzionale, dopo anni di susseguirsi di governi - da destra a sinistra - senza la capacità, o peggio, la volontà di individuare e contrastare i problemi del sistema-Italia.


Tra le eredità che ci ha lasciato il Berlusconi, politico e insieme proprietario di Mediaset, c’è anche quella di trattare - da parte dei media - la discussione politica pubblica come se fosse uno show in cui si cerca la battuta o lo scoop, oggi la “frase ad effetto” che deve essere facilmente trasformabile in un “reel”, senza curarsi del fatto che il contenuto di questo spettacolo in onda ad orario continuato 24/7 sono letteralmente le decisioni effettive che riguardano le nostre vite. Modalità, questa, a cui la classe dirigente contemporanea e successiva al “Cavaliere” si è adattata velocemente, dando un notevole vantaggio a chi prima e meglio ha saputo fare proprio il linguaggio dei social-media.


Non stupisce quindi se, complice anche una società civile a cui - giustamente - piace il “divertissement” e storicamente poco avvezza alle manifestazioni di massa nelle piazze, i vari esecutivi che ci hanno governato negli ultimi decenni abbiano utilizzato sapientemente i media per provare a svuotare la politica di significato (che però mantiene!), preferendo una “discussione” pubblica sensazionalistica “da campagna elettorale permanente” ad una più sostanziale, tecnica e noiosa, indubbiamente meno vantaggiosa per mantenersi “sulla cresta dell’onda”. 

Fatte queste premesse vale la pena domandarsi se questa modalità di comunicare da parte di chi fa politica - legittima per quanto ambigua sotto tanti aspetti (per dirne due: le piattaforme social private potrebbero avvantaggiare un partito ad esse più favorevole? una migliore agenzia di comunicazione conta di più di una migliore strategia per il benessere collettivo?) - non si sia trasformata nel fine ultimo.


In questo quadro generale, l’azione di andare a votare ha perso di appetibilità, nonostante abbia lo stesso potere di sempre: con il mio voto io sto concretamente contribuendo a decidere ciò per cui viene richiesta la mia opinione. La costante diminuzione del numero complessivo delle persone votanti non è solamente indice di pigrizia, piuttosto la constatazione - volutamente indotta? - di quanto effettivamente votare sia considerabile (erroneamente) inutile. Una direzione che per la democrazia è pesantemente allarmante, in quanto esprimere direttamente la propria idea tramite il processo di voto è essa stessa l’essenza di una governance democratica.


Certo, cambiamenti radicali in un sistema così complesso come lo è uno Stato (che oltre agli equilibri interni ha a che fare con dinamiche relazionali esterne di stampo economico, diplomatico, sociale) non sono semplici. C’è però anche da dire che, con le competenze e le conoscenze a disposizione al giorno d’oggi, è difficile credere che sia così complicato attuare migliorie sociali significative a bisogni immediati e con largo consenso da parte della popolazione: per fare un esempio, la riduzione il numero complessivo delle ore lavorative pro capite a parità di salario. Misura, come molte altre, non certo tanto straordinaria da richiedere tempi eccessivamente lunghi per una politica che dovrebbe avere cuore il bene comune, il presente e il futuro della propria nazione. 


In modo spontaneo, seppur provocatorio, viene perciò da chiedersi quali siano gli obiettivi dell’attuale classe politica italiana. Le ultime cartucce di ciò che resta dell’indignazione popolare che questa situazione dovrebbe richiamare sembra averle esaurite il M5S in quello che doveva essere un moto rivoluzionario e che, invece, si è rivelato essere un esperimento interessante se non altro per chi fa della sociologia la propria passione.


Guardando allora a chi dovrebbe rappresentare la parte più attenta ai diritti sociali, oltre che civili, la cosiddetta “sinistra” italiana non se la passa benissimo. Grazie ad una leadership inadatta al ruolo di agitatrice delle coscienze, di recente è stata rimpiazzata - in quella che dovrebbe essere la sua naturale posizione “rivoluzionaria” - da eventi tragici: la Pandemia, il femminicidio Cecchettin, il genocidio del popolo palestinese (per citarne alcuni) e - in ultimo - anche lo sgombero del Leoncavallo. Con le dovute differenze, hanno fatto più questi avvenimenti nel catalizzare l’emotività popolare che ogni altra figura di “sinistra” da Renzi in avanti. 


Uno scenario distopico più realistico che mai


Il tecno-fascismo (il “Nulla Che Avanza”) non è distopia o allarmismo infondato, ma un potenziale pericolo: il che significa che va trattato come se potesse veramente accadere (se già non è in essere). La crisi della democrazia, come sopra descritta, lascia uno spazio vuoto che viene occupato da chi ha idee forti e chiare. O, meglio, da chi è più funzionale in questo sistema predatorio e prevaricatore.

È dentro a questo schema che i grossi capitali si alleano alle destre estreme globali, vendendo alle persone stremate da continue emergenze una soluzione semplice alle loro paure più istintive. La “colpa” ricade perciò sui migranti, su chi protesta, sugli stranieri, sui musulmani, sulle persone trans e su qualsivoglia categoria non conforme ad un immaginario “safe” perché più tradizionale. Questo “contratto” non scritto consente al primo gruppo di soddisfare la propria bramosia di ricchezza e potere (inutili in un mondo insostenibile se), al secondo di rispondere alla propria confusione di insicurezza (per altro generata dal sistema stesso a cui si chiede la soluzione), dando adito ad una teoria illogica (oltre che disumana) secondo cui la sopravvivenza propria si ottiene attraverso la distruzione altrui. Mors tua vita mea.


In questo scenario, chi riesce a capirci qualcosa - i movimenti di lotta: alla casa, per la tutela dell’ambiente, per un salario dignitoso, per i diritti sociali e civili, contro l guerre e i genocidi - non ha alcuna presa sulla massa; tende a perdersi in dettagli (anche corretti da un punto di vista puramente teorico) quando si dovrebbe prima sconfiggere il “Nulla Che Avanza” e poi applicare ciò che si è imparato dietro le barricate (almeno, per chi ha avuto la voglia di iniziare un percorso costante di decostruzione del sé). Il rischio concreto per questa parte di società civile (la migliore!) attiva e attenta è di combattere una guerra fine a se stessa, vincendo battaglie simboliche, utili solo come esercizi di stile ma lontane anni luce dalla rivoluzione che si vorrebbe realizzare.


Siamo infatti in Italia, non in Kurdistan, e siamo nel 2025 non nel 1944: non combattiamo con i fucili, non facciamo le rappresaglie nascondendoci tra i monti. Questa modalità di fare la rivoluzione non accadrà mai nelle condizioni attuali e accelerare verso un baratro in cui squadroni tecno-fascisti pattugliano ogni strada non è un’opzione auspicabile, se non per soddisfare un nostro desiderio di violenza repressa. Servono praticità e concretezza: per come stanno adesso le cose, le nostre armi più potenti restano ancora il voto, le proteste e la creatività.


Una speranza concreta 

Come sempre però, non tutto è perduto: l’energia costruttiva del mutualismo, contrapposta a quella distruttiva di chi pensa esclusivamente interessi personali - entrambe, piaccia o meno, dentro a tutte e tutti noi, trova sempre il modo di emergere.


Di seguito tre esempi, con relativi commenti, utili a indicare una via di uscita:


1. la campagna per il Referendum sulla Cittadinanza (2025): una proposta certamente depotenziata e imperfetta, il minimo accettabile per chi la cittadinanza ancora non ce l’ha, che ha visto una collaborazione su larga scala, da chi frequenta i movimenti di lotta, ai partiti di “sinistra”, dai sindacati agli enti del terzo settore fino al mondo della cultura (che, a onor del vero, è molto frastagliato).

Il grande assente è stato l’apporto significativo dei media (la Rai è ancora un servizio pubblico?), che in questo periodo storico - forse più che altri momenti - giocano un ruolo indispensabile, come già detto anche in apertura di questa riflessione.


2. AVS che da spazio a persone come Ilaria Cucchi: non saranno Rosa Luxembourg ma sono il meglio che c’è, aspettando chi avrà le energie e la voglia di entrare attivamente in politica (Francesca Albanese facciamo il tifo per te!). La Cucchi, forse meglio di altre figure politiche altrettanto stimabili, mette insieme radicalità e “appeal” trasversale. 


Sarebbe meglio che le figure politiche di leadership uscissero da percorsi politici e non fossero “influencer della politica”, ma dentro al deserto istituzionale odierno, anche personalità di questo tipo, calate da altri contesti, hanno comunque senso (fermo restando che la Cucchi le sue battaglie le ha portate avanti con estrema dignità e rispettabilità).


3. il supporto a Gaza e alla questione palestinese in generale: questa lotta, un tempo di nicchia, è diventata LA Lotta del nostro tempo e quella che le racchiude tutte, arrivando ad avere un sostegno ampio: politica, terzo settore, attivismo, cultura, popolo. È la lotta del “Partito dell’Umanità” contro chi vorrebbe ci rassegnassimo ad un sistema terminale. Il genocidio in corso è l’anticamera del tecno-fascismo: se il “giorno dopo” tutto “tornerà alla normalità” - come successo dopo il Covid - avremo perso un pezzo di futuro. Gaza, la lotta per una Palestina libera dal Sionismo, per molte persone rimarrà una ferita sempre aperta - come il G8 di Genova (2001), o altre tragedie - e lo sarà per altri decenni a venire.


Dipende anche da noi: smettiamo di guardare al nostro ego e mettiamoci al servizio di una visione collettiva. Chi non crede in questa possibilità, almeno non saboti il processo tentando di invalidarlo. Per chi ci crede, invece, bene! Organizziamoci! Mettiamoci intorno ad un tavolo, partendo da delle premesse comuni - fallimento della “sinistra” istituzionale e applicazione delle teorie e delle pratiche emerse dai percorsi di lotta - e costruiamo insieme un’altra Italia. Non ci serve la rivoluzione perfetta ma quella necessaria. Ci serve muoverci per migliorare le nostre condizioni e continuare a lottare per averne di migliori ancora. I diritti conquistati andranno comunque sempre difesi; alcuni servirà ampliarli. Siamo moltitudine, abbiamo le risorse e possiamo farcela. Per chiunque si riconosce in un mondo diverso e ha voglia di vederlo (almeno in parte): riconosciamoci in partito umano, largo, intergenerazionale, che esiste e resiste al “Nulla Che Avanza”. Prima che sia troppo tardi.


 
 
 

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