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“Tutti vogliono essere noi”, peccato che non esistano più gli autori

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 7 giu
  • Tempo di lettura: 4 min

Se state andando al cinema a vedere Il diavolo veste Prada 2 per ritrovare semplicemente l’estetica del primo film, i cappotti impeccabili di Miranda Priestly o la fantasia glamour che aveva trasformato Runway in un luogo quasi mitologico, probabilmente resterete delusi. Il sequel di David Frankel non parla davvero di moda, o almeno non soltanto. Parla soprattutto della crisi dell’editoria contemporanea, della trasformazione dei giornali in piattaforme digitali e del modo in cui il lavoro culturale è stato progressivamente svuotato dalla logica delle metriche e della performance continua.

 

L’intuizione più interessante del film è che Runway non rappresenta più il centro esclusivo di un sistema aspirazionale, ma il simbolo di un mondo editoriale che sta crollando sotto il peso della velocità e della produttività.


Nel primo Il diavolo veste Prada entrare in redazione significava accedere a un’élite culturale. Andrea Sachs sopportava umiliazioni e ritmi disumani perché quel posto sembrava garantire qualcosa di più grande: autorevolezza, prestigio, possibilità. Oggi quella promessa non esiste più. La redazione del sequel appare come un luogo in costante crisi, attraversato da tagli, ristrutturazioni, inserzionisti e strategie di sopravvivenza.

Il  film racconta meglio di tante analisi cosa sia diventato oggi il lavoro editoriale: un ambiente in cui l’ispirazione ha lasciato il posto alla metrica e dove il valore di un contenuto viene deciso dalla sua capacità di generare traffico, clic e visibilità algoritmica. Miranda Priestly non è più soltanto una direttrice autoritaria; è il volto di un sistema che pretende adattabilità permanente, velocità assoluta e disponibilità continua.

Nel sequel ogni scelta editoriale sembra subordinata alla necessità di restare presenti nel flusso digitale. I giornali non cercano più di costruire un’identità culturale precisa, ma di sopravvivere dentro un ecosistema dominato dai social network, dalla pubblicità e dall’ossessione per l’attenzione immediata, e così la qualità viene misurata attraverso le interazioni, le visualizzazioni e l’aderenza agli algoritmi. Conta arrivare prima degli altri, occupare spazio, produrre continuamente.

Il film insiste molto sulla nostalgia per un giornalismo che non esiste più, fatto di grandi redazioni, di rumore delle sale stampa, peso simbolico della carta, la convinzione che scrivere potesse ancora incidere sulla realtà. Miranda appare quasi come una figura malinconica, custode di un mondo destinato a sparire.

Anche il lusso che circondava Runway sembra impoverito: niente più potere assoluto, niente più spese faraoniche, ma budget ridotti, compromessi con gli sponsor e continue mediazioni con il mercato.

 

È proprio qui che Il diavolo veste Prada 2 riesce a parlare del presente con più precisione di molti saggi sull’editoria contemporanea. La crisi raccontata non riguarda soltanto le riviste di moda, ma l’intero sistema culturale ed editoriale occidentale.

Oggi quasi ogni spazio giornalistico funziona secondo una logica industriale: pubblicare rapidamente, presidiare i motori di ricerca, trasformare qualunque argomento in contenuto continuo.


La parte più inquietante di questa trasformazione riguarda il rapporto tra scrittura e intelligenza artificiale. Sempre più agenzie di divulgazione, magazine online e società di comunicazione producono articoli attraverso strumenti automatici. I testi vengono generati in pochi secondi, adattati alle parole chiave più performanti e revisionati superficialmente da editor costretti a ritmi impossibili. La priorità non è più costruire una voce riconoscibile o una ricerca personale, ma aumentare la quantità di contenuti pubblicati ogni giorno.

Molte aziende preferiscono questo sistema perché consente di abbattere i costi e accelerare i tempi di produzione. Un singolo operatore può realizzare decine di articoli in una giornata, adattarli per piattaforme differenti, ottimizzarli per Google e alimentarli continuamente attraverso newsletter, feed e social network. L’autore diventa irrilevante perchè ciò che conta è la continuità del flusso.


Il problema non è soltanto economico ma la standardizzazione prodotta dall’intelligenza artificiale che sta modificando il linguaggio stesso dell’editoria contemporanea. I testi generati automaticamente funzionano perché sono immediati, leggibili, fluidi. Eliminano esitazioni, deviazioni stilistiche, ambiguità e tutto ciò che rende riconoscibile una persona che scrive. Producono una lingua neutra ottimizzata e senza attrito.

Di conseguenza anche chi continua a scrivere realmente finisce spesso per adattarsi a quel modello. I copywriter imparano a costruire articoli compatibili con gli algoritmi, i giornalisti vengono spinti a sintetizzare continuamente, gli editor revisionano testi sempre più simili tra loro. La scrittura perde la sua densità critica e diventa una superficie rapida da consumare e dimenticare nel giro di pochi secondi.

Il paradosso è che questa trasformazione viene spesso presentata come progresso inevitabile. L’intelligenza artificiale promette efficienza, velocità e produttività, permette di pubblicare di più spendendo meno. Ma proprio questa ossessione per l’efficienza rischia di cancellare l’aspetto umano della scrittura: il tempo necessario per elaborare un pensiero, l’errore, la soggettività, perfino il fallimento.


Nel primo Il diavolo veste Prada il lavoro editoriale appariva ancora come qualcosa di desiderabile; era duro, competitivo, persino tossico a tratti, ma sembrava custodire un significato simbolico forte. Nel sequel resta soltanto la macchina produttiva. I personaggi non inseguono più un ideale culturale: cercano semplicemente di non essere espulsi dal sistema.

Questa sensazione attraversa oggi gran parte del lavoro creativo contemporaneo in cui non importa più produrre qualcosa di memorabile, ma qualcosa che continui a circolare abbastanza velocemente da restare visibile. Le piattaforme premiano la continuità, non la profondità. La velocità, non la ricerca. La ripetizione, non il rischio.


È questo il motivo per cui Il diavolo veste Prada 2 colpisce così tanto chi lavora nell’editoria. Dietro i vestiti impeccabili, le scenografie patinate e il ritorno nostalgico dei personaggi storici, il film racconta la fine di un immaginario professionale. L’idea che una redazione potesse essere un luogo di costruzione culturale sembra ormai sostituita da una logica automatica in cui tutto deve essere misurabile, monetizzabile e immediatamente performante.

 

L’editoria contemporanea assomiglia così alla Runway del sequel: una struttura elegante in superficie, ma svuotata dall’interno.


La figura di Miranda Priestly diventa quasi tragica in quanto non rappresenta soltanto il vecchio potere editoriale, ma l’ultimo residuo di un mondo in cui esisteva ancora il tempo per costruire un gusto, una linea culturale, perfino una forma di autorevolezza. Oggi quel tempo sembra cancellato, restano soltanto il flusso continuo dei contenuti, la necessità di essere visibili e la convinzione che qualunque testo possa essere sostituito immediatamente da un altro.


In questo senso il vero protagonista del film non è la moda, ma la scomparsa progressiva della voce umana dentro i sistemi automatici della comunicazione contemporanea.


 
 
 

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