Tu non sei una Statistica. Sul sondaggismo e la sondaggificazione
- tentativo2ls
- 5 gen
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Le peggiori elezioni della storia.
Così le definì il direttore della società di sondaggi politici Nexus, Fabrizio Masia. Erano le elezioni politiche del 2006, che ricordiamo per aver partorito il Prodi II con un risultato di misura, aver portato l’attenzione della stampa internazionale su un Paese perfettamente spaccato in due e aver messo in ridicolo l’affidabilità degli exit poll. Non solo le previsioni in campagna elettorale, ma le stesse proiezioni durante lo spoglio dei voti, con il sopra citato Masia che, in diretta a Porta a Porta all’una di notte, avrebbe solennemente gettato la spugna: “Non so se sia una considerazione ironica o drammatica, ma siamo nella totale impossibilità di dire chi ha vinto”.
Parliamo di un’altra italica figuraccia. Ancora più del 2006, la maratona elettorale delle regionali 1995 è rimasta negli annali dei fallimenti demoscopici tanto per le previsioni grossolane quanto per la scenografia con cui Emilio Fede accompagnò lo spoglio in diretta su Rete 4. Presenti in studio, oltre al fedelissimo di Berlusconi, il presidente Datamedia (e spin doctor del Cavaliere) Luigi Crespi e una gigantografia della penisola su cui, forti dei risultati dei sondaggi, erano già piazzate le bandierine azzurre delle regioni conquistate dal centro-destra: un trionfale 11 a 4. Peccato che, nel corso della nottata, il margine si sarebbe ridotto, poi eguagliato, e infine ribaltato in un leggendario flop televisivo. In mattinata, le regioni vinte dal centro-sinistra erano nove, contro le sei del Polo delle Libertà. Lo stesso Crespi chiese pubblicamente “scusa agli italiani” per la clamorosa cantonata.
C’è un problema connesso al sondaggismo, la tendenza politica e mediatica a ricorrere costantemente alla metrica dei sondaggi di opinione. La premessa, probabilmente ovvia a chiunque abbia maneggiato una survey, è la distorsione che vorrebbe vedere uno strumento utile ad acquisire stime grezze sulla popolazione come un mezzo di previsione e affermazione. Eppure non passa giorno senza che un quotidiano nazionale non rilanci una rilevazione Ipsos, Youtrend, Bidimedia, e che detta rilevazione non sia dissezionata in un editoriale o un talk di prima serata. Tutte le precauzioni metodologiche come intervalli di confidenza, errori campionari, di copertura, bias di somministrazione sono sistematicamente tagliate fuori. Il valore di ricerca quindi è assolutamente nullo, ma poco conta l’uso del sondaggio è strumentale ad avvalorare tesi o persone, sventolando il randello dei numeri. D’altra parte, anche l’Italia del Ventennio non rinunciava ai suoi plebisciti come bollino di garanzia del consenso – nella quantità c’è l’argomento, o la topica, per ricordare la lezione di Perelman.
Fino a qui niente di nuovo. Ricerca e comunicazione raramente vanno d’accordo. Un aspetto più profondo della distorsione demoscopica è suggerito da Pierre Bourdieu. Nella pratica politica, i sondaggi applicano una stortura ontologica inevitabile e connaturata allo strumento: raggruppando le istanze in numero, da un lato sono universalizzati gli interessi particolari, dall’altro si obbliga a rintracciare nell’universalità la particolarità della propria condizione. Questo comporta una sovrapposizione tra problemi privati e lotte politiche collettive. In altre parole, l’illusione è che si possano applicare i criteri di giudizio dell’esperienza personale alle situazioni politiche, specialmente alle più ambigue e meno definite, che non corrispondono agli schemi noti della destra e della sinistra. E così per esempio, secondo Bourdieu, l’opinione pubblica sulle manifestazioni studentesche sessantottine e successive, che non erano state addomesticate dai partiti di destra e sinistra, non riusciva a rientrare nei canoni di giudizio politico. L’opinione pubblica si limitava a estendere ai manifestanti l’antipatia personale provata (o meno) per l’idealtipo dello studente figlio di papà e del suo stile di vita bohemien. Stravolgimenti della realtà come il celebre giudizio di Pasolini all’indomani degli scontri di Valle Giulia del 1968 – quando affermò di parteggiare per i poliziotti chiamati a sgomberare gli studenti – ne sono effettivamente la prova empirica. Quando si riduce la complessità al pro o contro, non si valuta una posizione politica, si valuta una posizione morale. Per la loro stessa natura, nessuno dei prossimi mille sondaggi dedicati a Ucraina e Russia sapranno descrivere niente di più che generiche antipatie verso questo o quel leader, verso questa o quella organizzazione sovranazionale. Non restituisce niente di più perché non può restituire niente di più.
Non c’è solo un problema con il sondaggismo. C’è un problema con la sondaggificazione, l’esasperato trattamento del dato numerico come tornasole dell’opinione pubblica, anche quando opinione pubblica non è.
Nell’attività di politicizzazione – come Bourdieu definisce l’interazione dialettica tra particolare e generale al cuore della politica – si legittima una posizione sulla base delle aggregazioni di istanze specifica che sostiene di includere. Il passo è breve perché ogni giudizio (morale e privato) su qualsiasi istanza inclusa (i.e. politicizzata) diventi valutazione della controparte politica che ne reclama la paternità. Con risultati tra il ridicolo e il distopico. Ridicolo perché diventa quasi cosa logica che l’approvazione del riconoscimento della cucina italiana tra i patrimoni immateriali dell’Unesco diventi approvazione per le scelte economiche del Governo, o che l’opinione su una famiglia nel bosco diventi opinione sui limiti costituzionali della Magistratura. Distopico perché svende la democrazia al lobbying (quando la marchetta a una categoria diventa leverage politico tra chi di quella categoria non fa parte ma la tiene in apprezzamento – viva l’Italia rurale dei nostri agricoltori che non sono assolutamente serbatoio elettorale!), alimenta la frammentazione sociale (le Forze dell’Ordine non appartengono alla destra, perché abbiamo lasciato che se ne appropriassero?) e, peggio di tutto, devasta la partecipazione.
Il referendum sul lavoro dello scorso giugno è stato un trionfo. Tutti hanno vinto. Non è ben chiaro in che senso si vinca un referendum, ma stando alla comunicazione partitica tutti lo hanno fatto. Chi si felicita per il non raggiungimento del quorum, chi per il significato politico del voto su quattro quesiti, chi per le intenzioni elettorali se gli stessi individui andassero alle urne, chi per l’incertezza sul quinto quesito, ogni partito rivendica come approvazione politica mid-term una doppia cifra che non gli appartiene. E si ragiona sul prossimo referendum in cui tutti vinceranno. Senza competere.
Non solo menù italiani e famiglie nel bosco, anche i momenti di democrazia diretta diventano merce politica. La sondaggificazione è il placebo autosomministrato contro l’elefante dell’astensionismo. Se una opinione pubblica non c’è, basta crearsela.
Fonti:
Bourdieu, P. (1983 [1979]). La distinzione. Critica sociale del gusto. Il Mulino, Bologna.
Grossi, G. (2021). L’opinione pubblica. Laterza, Roma.
Pagnoncelli, N. (2010). Le difficoltà dei sondaggi politici, in Studi di Sociologia, 48(3/4), 273-285.

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