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Trasformare il modo di pensare l'Arte: La Storia di MAE

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 29 mar
  • Tempo di lettura: 5 min

Nel lessico delle piattaforme digitali, Mae è senz’altro una creatura anomala: non desidera trattenerci sullo schermo, schiavi di uno scrolling infinito, bensì accompagnarci fuori, in uno spazio condiviso dove l’arte diviene il pretesto per  costruire relazioni significative. Nata a Berlino per restarvi, Mae prende le mosse da un obiettivo preciso: rendere l’arte  accessibile a tutti e utile a chiunque, anche – se non soprattutto – a chi non ha alcuna familiarità con il gergo dell’arte  contemporanea. L’idea è tanto semplice quanto radicale: utilizzare le opere d’arte come mezzi per innescare scambi di idee e i dispositivi digitali come un’infrastruttura minima per far sì che tali conversazioni avvengano realmente, in  presenza.  


Nel 2019 la scommessa dei fondatori, i fratelli Pasquale e Mattia Marino, a cui si uniscono Sissy Rosa ed Egle Trovato,  si concretizza in Maecenarte, piattaforma che permetteva ai donatori di sostenere artisti emergenti attraverso il  prestito delle loro opere, un sistema di art leasing pensato per creare un rapporto continuativo tra chi produce e chi  fruisce l’arte. Tuttavia è nel pieno della pandemia, quando altre piattaforme di sostegno agli artisti iniziano ad  emergere nel mercato e la necessità di connessione personale si fa pressante, che il team si vede obbligato a fare  chiarezza su un limite: la circolazione delle opere, da sola, non basta. Collaborando con artisti e gallerie e organizzando  i primi eventi in presenza, il team si rende conto di come il valore aggiunto non sia il possesso temporaneo dell’opera,  bensì il dialogo con l’artista stess3, la condivisione del percorso personale, la discussione relativa a ciò che l’arte rende  dicibile.


È da questo scarto iniziale che inizia a prendere forma Mae Community come la conosciamo oggi. Se una prima  versione dell’applicazione si limitava a chiedere agli utilizzatori che cosa pensavano delle opere proposte,  condividendo i loro pensieri su una sorta di social network tematico, ad oggi si tratta di un vero e proprio “curated  social art club” membership-based, che permette di partecipare a una programmazione settimanale di eventi privati  e di mettere in connessione le persone che vi partecipano. Il ciclo di utilizzo prevede la scoperta di un nuovo evento  tramite l’agenda dell’applicazione – principalmente studio visit, workshop, performance, rituali partecipativi ed eventi  artistici selezionati pensati per piccoli gruppi -, quindi la partecipazione in presenza, la condivisione di pensieri e  reazioni, la prosecuzione della relazione con altri partecipanti e gli artisti stessi.


Mae, infatti, spinge sulla  partecipazione attiva: dopo aver confermato la partecipazione è possibile vedere chi altro parteciperà all’evento,  spingendo a connettersi con altre persone affini per sensibilità e/o interessi culturali, non esclusivamente artist3,  curator3 e addett3 ai lavori, ma anche semplicemente persone curiose che avvertono il bisogno di luoghi di socialità  diversi rispetto ai social generalisti. 


Come sottolineato dai fondatori, gli artisti coinvolti sono professionisti, ma la selezione non segue la logica di mercato,  bensì la capacità di generare dialogo, di innescare discussioni, di offrire un contesto simbolico in cui le persone si  possano sentire al sicuro, autorizzate e incoraggiate a condividere le proprie storie. L’arte diviene in questo modo un  mezzo per far emergere in superficie sentimenti inespressi, favorendo la conversazione sincera.


Il cuore degli eventi,  infatti, è il cosiddetto simposio: a conclusione della presentazione del progetto d’artista o della performance, seduti  in cerchio, si accede all’area personale dell’applicazione per leggere una domanda calibrata sull’esperienza appena conclusa, a cui ogni partecipante è invitato a rispondere. Non vi è dunque solo la programmazione culturale, bensì una  dimensione sociale intima che invita l’utente a reagire alle opere con pensieri, emozioni, idee senza la pretesa di  comprendere, bensì con la libertà di esprimere ciò che risuona, disturba, conforta. In questo modo l’arte diventa un dispositivo che spinge fuori dallo schermo, costruendo un terzo luogo fisico – uno studio, una galleria, uno spazio  indipendente – che non esiste come semplice location, bensì come infrastruttura emotiva e discorsiva. 


Il nome stesso della start-up racconta molto di questa ambizione. Mae rinvia a una divinità del Pantheon etrusco identificata con Giove, che rappresenta una connessione tra il mondo personale e transpersonale, tra la biografia  individuale e la dimensione collettiva dell’essere. Mae simboleggia crescita, espansione, la capacità di adattarsi al  contesto sociale e culturale in cui si vive muovendosi in direzione dell’arricchimento personale, del miglioramento in  campo culturale, psicologico e spirituale. In questo senso Mae non è solo un brand, bensì un invito ad usare l’arte  come strumento di trasformazione, costruendo luoghi in cui il racconto di sé sia mediato da immagini, gesti e pratiche  che permettano di prendere parola senza doversi esporre in modo brutale. 


Per capire come – e soprattutto quanto – un progetto come Mae risulti significativo al giorno d’oggi è necessario  soffermarsi sull’elaborazione teorica del terzo luogo. In sociologia questo concetto indica uno spazio sociale distinto  dalla casa (primo luogo) e dal lavoro (secondo luogo) dove le persone si incontrano volontariamente per coltivare  relazioni, conversare, partecipare alla vita pubblica in maniera informale. Fu Ray Oldenburg a descriverlo come una  categoria di spazi pubblici nei quali la socialità e la costruzione di comunità non sono un effetto collaterale, bensì  l’attività principale, sostenendo democrazia, impegno civico, coesione sociale e senso del luogo, funzionando come  infrastrutture quotidiane per l’incontro e il radicamento comunitario. Negli ultimi decenni molti di questi spazi sono  scomparsi o si sono trasformati, inglobati da processi di privatizzazione e gentrificazione che li rendono sempre meno accessibili, soprattutto a chi ha meno risorse economiche o appartiene a comunità marginalizzate.


Allo stesso tempo  la rivoluzione digitale ha spostato progressivamente una parte rilevante delle nostre interazioni sociali all’interno della  casa, con una mediazione costante di schermi, piattaforme e dispositivi personali. La cosiddetta virtualizzazione del  terzo luogo non è un fenomeno recente: coincide con lo spostamento dei media dallo spazio pubblico a quello privato,  producendo un allontanamento dalle attività pubbliche.


Nell’era dell’Internet e delle community online, i terzi luoghi  assumono spesso la forma di comunità incorporee basate su interessi condivisi, dove a differenza delle comunità  territoriali tradizionali l’appartenenza è del tutto intenzionale: ci si iscrive perché si desidera ottenere qualcosa – informazione, compagnia, confronto politico, transazione economica – e perché è eventualmente possibile sviluppare  sotto-comunità che si spingono offline grazie ad un legame emotivo. 


È in questo paesaggio teorico e urbano che possiamo leggere Mae come un esperimento di informatica umanistica: un’applicazione che non si limita a veicolare contenuti, ma interviene sulla relational agency degli individui, offrendo  strumenti per creare e mantenere relazioni significative, e che lavora sul place attachment e sulla place identity, cioè  sul modo in cui ci sentiamo legati a un luogo e lo riconosciamo come parte della nostra storia. Ogni evento, ogni cerchio  di discussione, ogni studio visit non è solo un appuntamento culturale, ma un dispositivo dinamico in cui dati, dispositivi e pratiche digitali generano nuova conoscenza su come le persone desiderano incontrarsi oggi, su quali  condizioni rendano possibile una conversazione sincera. In questo senso, Mae può essere letta come un antidoto alla  pura virtualizzazione del terzo luogo, non perché rifiuti il digitale, ma perché lo usa strategicamente per ricostruire  spazio pubblico a partire dall’arte.


L’obiettivo della start-up è specifico e ambizioso: rendere l’arte contemporanea un mezzo di connessione interpersonale all’interno di una società sempre più disgregata, mettendo in contatto utenti,  artisti e appassionati sia online che nella vita reale, con l’obiettivo di creare discussioni intellettuali e impegni personali  con l’arte che non si esauriscano in un feed.


Gli obiettivi a lungo termine vanno oltre Berlino: rendere gli artisti più  autonomi nella possibilità di organizzare gli incontri, creando una community diffusa in cui, ovunque ci si trovi, sia  possibile usare l’applicazione per conoscere la scena artistica locale e partecipare a un incontro, una visita, un cerchio  di parola. La visione è quella di una costellazione di terzi luoghi artistici, connessi da un’infrastruttura digitale leggera,  in cui ogni città può diventare un nodo, ogni comunità un laboratorio.


Se riuscirà o meno a trasformare stabilmente il modo in cui pensiamo l’arte e la socialità, lo dirà il tempo, ma intanto Mae indica una direzione possibile: non più  scegliere tra il calore di una stanza affollata e la comodità di uno schermo, bensì usare lo schermo come soglia per entrare, insieme, in stanze che ancora non esistono.


 
 
 

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