Terra di dove finisce la terra: Daniela Gallo tra Calabria e Cisgiordania
Aggiornamento: 16 set

Un invito a ri-conoscersi nelle acque del Mediterraneo
È un privilegio raro, oggi, ri-conoscersi davvero: individuarsi, cioè, come già noti l'un l'altro, oltre ogni distanza, oltre ogni diversità. Eppure, se esiste una zona del mondo in cui questa possibilità resta ancora pulsante, quella è il Mediterraneo. Il Mare Nostrum, con quel nostrum, racchiude già tutto: un minimo comune denominatore capace di legare culture, religioni e piatti in tavola, infischiandosene delle lontananze, sebbene logiche asimmetriche di potere tentino continuamente di rafforzarle.
A questo spazio, fisico e simbolico, guarda Terra di dove finisce la terra, progetto fotografico di Daniela Gallo — fotografa nativa di Corigliano, oggi trapiantata in Umbria — il cui titolo richiama il celebre brano di Vinicio Capossela, Il ballo di San Vito. Gallo contribuisce a restituire al mare tra le terre il suo significato primordiale: le sue fotografie costruiscono un contatto diretto tra luoghi apparentemente lontani, eppure legati da una storia comune, da gesti, memorie e appartenenze che il Mediterraneo non ha mai davvero separato. D'altronde, non è nella sua natura farlo.
Il progetto è nato quasi per caso, proprio come il viaggio — organizzato da Assopace Palestina, associazione di volontariato impegnata nella tutela dei diritti umani nei territori palestinesi occupati — che ha portato Gallo a visitare diverse città e campi profughi della Cisgiordania tra il dicembre 2022 e il gennaio 2023.
In quei giorni l'obiettivo di Gallo ha catturato paesaggi, volti, abitazioni, presenze e assenze, nel tentativo di fissare una familiarità percepita prima ancora delle differenze: il riconoscimento di qualcosa di già noto nei luoghi e negli sguardi incontrati, che rimandava direttamente — e inevitabilmente — alla terra in cui è cresciuta, la Calabria. Nasce da qui l'esigenza di raccontare insieme questi due angoli di mondo. In Terra di dove finisce la terra, i paesaggi e i volti della Cisgiordania si mescolano con quelli calabresi, mentre i vuoti palestinesi assorbono quelli dell'estremo Mezzogiorno d'Italia.

Non c'è spettacolarizzazione della tragedia, né il tentativo di cavalcare gli immaginari che da decenni accompagnano la rappresentazione dei due contesti, ma piuttosto la necessità di stimolare empatia attraverso la normalità. Più che un reportage, più che un semplice progetto fotografico, Terra di dove finisce la terra si qualifica allora come una riflessione sul rapporto tra geografia, appartenenza e rappresentazione.
"Ho scelto due direzioni: raccontare la mia Palestina, quella vissuta a prescindere da muri e filo spinato; e soprattutto far fermare le persone davanti alle foto, farle ragionare. Se avessi messo muri, filo spinato, bambini scalzi, l'effetto sarebbe stato più immediato ma anche più veloce da smaltire."
Il lavoro è stato esposto per la prima volta a Riace nell'agosto 2023, inaugurato nell'ambito di un incontro per la Palestina che ha visto la partecipazione, tra gli altri, di Luisa Morgantini, Mimmo Lucano, Wim Wenders e Francesca Albanese. È arrivato poi in Umbria ad Istanti Fotografia e Cultura di Perugia — l'associazione fotografica di cui storicamente l'autrice fa parte — e poi al Postmodernissimo e al festival Internazionale di fotografia NarnImmaginaria. In Calabria è stato esposto al festival Corigliano Fotografia nel 2025 e, più recentemente, allo Joggi Avant Folk 2026, in provincia di Cosenza.
Abbiamo avuto il piacere di intervistare Daniela Gallo per (R)Esistere a Sud, e sono stati tanti i temi e gli episodi emersi.
Dalle prime impressioni in terra palestinese alle difficoltà di movimento incontrate durante il viaggio — “io stessa non avevo un'idea chiara della geografia del posto: la si capisce davvero solo attraversandola, vedendo quanto sia complicato anche solo spostarsi all'interno di quel pezzo di terra” — fino alla realizzazione di non trovarsi in un luogo poi così diverso dalla sua Calabria — “mi sono sentita più a casa lì che in molti altri posti d'Italia, per le stesse difficoltà di movimento: mezz'ora in linea d'aria che diventa un'ora e mezza di percorso reale. Ma quello che più mi ha colpito sono stati i volti: a Masafer Yatta ho fotografato il padre di uno degli attivisti, identico a un uomo che conosco in Calabria” — la conversazione si è spinta, passo dopo passo, sempre più a fondo nel parallelismo tra Calabria e Cisgiordania. Non per mettere in competizione le sofferenze di una terra e dell'altra, quanto per mostrare come la discriminazione, il rifiuto, la violenza — e l'assenza, tanto dello Stato quanto di una volontà condivisa di riconoscere pienamente l'umanità di determinati popoli — possano generare gli stessi pattern.

Nella desolazione condivisa che prende forma, le fotografie di Gallo trovano il loro punto più alto. Una bambina che gioca a nascondino, con la faccia premuta contro l'intonaco bianco di una parete scrostata. Un davanzale così fitto di vasetti di olive sott'olio da non lasciare spazio per nient'altro. Strade isolate, diroccate, scavate nell'asfalto, immerse nella campagna. Una vasca mal ridotta che trabocca di terra e fili d’erba. Segnali stradali crivellati dai proiettili. Di fronte a queste immagini, chi guarda si chiede se siano state scattate in Calabria o in Palestina sta già, senza saperlo, riconoscendo a entrambe le terre lo stesso diritto allo sguardo. E, in qualche modo, la stessa dignità che riserva a sé stesso.
Davanti a territori dilaniati da una violenza diffusa, latente, a volte nascosta ma non per questo meno spietata, trovare l'empatia per collocarli sullo stesso piano è il più grande atto di protesta possibile: contro le mafie e il regime di apartheid del governo israeliano, contro il mancato rispetto dei diritti umani e del diritto internazionale. E anche contro una narrazione pubblica che per anni ha fatto della Calabria l'emblema delle vergogne italiane, e che ha reso parlare di Palestina — e denunciare le pratiche israeliane — un atto sempre più difficile da compiere. Come ha testimoniato la stessa Gallo, ricordando le difficoltà affrontate per presentare la mostra a Perugia, poche settimane dopo il 7 ottobre:
"Abbiamo portato la mostra a Perugia poco dopo il 7 ottobre, a novembre. È stato complicatissimo: c'era paura delle reazioni. All'inizio mi sono ritrovata a dover giustificare la mostra come se fosse un atto di parte, quando per me era un atto di denuncia."

E poi c’è il diritto a vivere la propria terra; a lasciarsela alle spalle senza esserne costretti, e a non dover rinunciare per sempre alla possibilità di tornare. Probabilmente è attorno a questo punto che l’atto d’accusa del progetto si fa più netto. È una terra epicentro di speranze e tragedie, mutilata, consumata e, nonostante tutto, ancora sacra, quella presente nelle foto e nelle memorie dell’autrice.
Durante la conversazione, Gallo ha raccontato di Samira, anziana donna palestinese che le ha confessato l'amarezza di non poter mai più tornare lì dove per lei è sempre stata casa. E mentre ne parlava, traspariva la sua personale esperienza di emigrata nel Nord Italia, tassello di una diaspora calabrese che ormai anche la saggistica e la politica sulla questione meridionale hanno smesso di indagare.
“Per me sia la Palestina, sia la Calabria, sia in un certo senso tutto il Mediterraneo, sono terre di confini. Confini che forse non dovrebbero esistere, o che comunque non vengono rispettati. Nel caso della Calabria è più un confine politico che territoriale. Nel caso della Palestina, invece, sono confini stabiliti ma sistematicamente violati. E lì c'è soprattutto un concetto di terra fortissimo: penso a Masafer Yatta, che è letteralmente niente. Una distesa di pietre ed erbacce, senza nessuna risorsa sotto. Eppure per quel popolo quella terra vale più di qualsiasi altra cosa: è pura appartenenza. Io stessa, da terrona convinta anche se ormai vivo altrove, un po' da immigrata, capisco cosa significhi quel legame. Ho conosciuto una famiglia palestinese a cui sono molto legata — Samira, oltre settant'anni — che mi ha detto: io morirò senza poter tornare neanche una volta a casa mia. È una violenza fortissima.”
Terra di dove finisce la terra porta con sé, volontariamente o meno, quest’interrogativo: dove finisce davvero la terra? Si rompe sulle frontiere, geografiche ed emotive. Si corrode nell'indifferenza, brucia nella violenza. Ri-conoscer-si reciprocamente come già noti, come parti distinte ma profondamente connesse di quella stessa terra, è allora il punto di partenza perché quella terra non finisca mai, nonostante l’apparente inespugnabilità di qualsiasi confine.
Trovate più informazioni sul lavoro di Daniele Gallo qui:

Commenti