Sulle laboriose Inezie
- tentativo2ls
- 19 giu
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Tra 1972 e il ‘73, Giorgio Manganelli scantona: esce dalla monumentale biblioteca e annusa, da guardingo tapiro, ciò che accade là fuori, in Italia e nel mondo. Ne nasce così una raccolta di articoli – già apparsi sull’«Espresso», sul «Giorno», su «Aut», su «Quindici» – che riempiranno le pagine del Lunario dell’orfano sannita. Un libro che potrebbe considerarsi quasi un esperimento, sia considerandone la natura (dal momento che si tratta pur sempre di un libro di corsivi, e dunque uno stranissimo meticcio letterario), sia considerando le pubblicazioni effettuate da Manganelli fino ad allora – lontane dalle febbri sociologiche dilaganti negli anni ’60 e ’70.
Questa congerie di riflessioni mai banali, questo Lunario, pertanto, si rivela un autentico osservatorio sulla realtà quotidiana: si parla di calcio, di esami, del Duomo di Milano, del Louvre, perfino della caccia, del Corano e della malavita, riuscendo a tenere magistralmente tutto insieme l’ordito. Il complice Calvino, col peculiare fiuto per tutto ciò che è fantasia, estro e stravaganza, accolse con grande entusiasmo il lavoro di quel Manganelli «descrittore di metropoli e costumi» – il quale, aggiunge sempre Italo, affiancato all’“altro” Manganelli «poeta del nulla», avrebbe creato «proficui disorientamenti nei critici e festosi assembramenti di pubblico». E così il Lunario viene pubblicato per la prima volta in casa Einaudi –oggi, invece, risulta disponibile in cianotica e tascabile veste adelphiana. C’è un articolo, all’interno della raccolta, intitolato Conformisti: quella che parrebbe un’iniziale requisitoria della categoria si trasforma, con l’usuale e funambolica maestria del Manga, in un chiaro elogio: quell’accozzaglia caotica di «folle, tribù, gentes, pugnaci quanto irregolari milizie di individui anonimi o appena pervenuti alla periferia di un nome, ma obbedienti ad un prestigioso, forse immortale cognome collettivo», trova, secondo Manganelli, una nobile sistemazione «attorno ai grandi, così come in un quadro celebrativo di un santo o di un eroe, buffoni devoti o cortigiani, non di rado lievemente deformi, si stipano lungo la cornice, pronti ad uscirne, in qualsiasi momento».
Ed è indubbio che tale bizzoso amore per quei benedetti facchini della Repubblica delle lettere, abbia rappresentato, per Manganelli, la passione di tutta una vita. Tale sentimento è sincero, e ve ne sono le prove, rientrate recentemente nei ranghi delle librerie dopo la quarantennale assenza: si apra, pertanto, – e meglio se a casaccio, dopo aver consultato oracoli, tarocchi, dadi, voli degli uccelli o viscere animali – la recentissima ri-edizione delle Laboriose inezie: è sufficiente sfogliare l’indice per intuirne l’eccentrica segnaletica: chi sono costoro? Che posto potranno mai occupare i Bonvesin della Riva, i Giovanni Rajberti o i Torquato Accetto nelle fila delle “patrie lettere”?
Si tratta di minori, questo è ovvio: ma a quegli stessi minori, Manganelli dedica pagine di spassionata allegria e profonda ammirazione, al punto da spingere noi lettori di terzo grado ad auspicare una pronta ripubblicazione dei novellieri del Quattrocento, delle Rime del Berni o dei Racconti di Alfredo Oriani. Una dichiarazione d’amore, queste Laboriose inezie, per quella letteratura periferica e di – solo apparente – “second’ordine”, che da sempre ha affascinato il malinconico tapiro. E tale affezione, d’altronde, trova pieno riscontro nelle parole di chi con lui ebbe la (s)fortuna di lavorarci. Durante la seconda metà degli anni ‘60, la casa editrice Einaudi progettava una collana di Classici italiani. Il lavoro fu affidato a Giulio Bollati, Edoardo Sanguineti e Guido Davico Bonino, insieme allo stesso Manganelli. E proprio da quest’ultimo, secondo Davico, provenivano le proposte più strampalate: «nella sua lista figuravano le Poesie di Parri da Pozzolatico (al secolo, Alessandro Allegri), le Lagrime in morte di un gatto a cura del Balestrieri, il Lamento di Cecco da Varlungo del Baldovini, il Torracchione desolato del Corsini, Gli occhiali magici del Carcano: tutti gloriosi rappresentanti di una letteratura “altra” o “contro” di cui il Manga si sentiva – e giustamente – il vessillifero superstite ai nostri giorni».
Forse la grandiosità del critico Manganelli sta proprio in questa enorme capacità di rendere avvincente e appetitoso qualsiasi testo, anche il più ingannevolmente “lontano”. E le Laboriose inezie si presentano così come un sotterraneo laboratorio di lettura, i cui esperimenti più riusciti sono tanto quelli dedicati a testi in gran parte sconosciuti, quanto quelli spesi in favore di testi resi noiosi ed esecrandi dalla scuola dell’obbligo. Tralasciando le personali idiosincrasie (certo interessantissime, a modo loro: si vedano gli scritti dedicati a Foscolo, ad esempio), Manganelli riesce a rinnovare libri considerati unanimemente stantii, come Cuore di Edmondo De Amicis – che agli scolari di oggi potrà dir nulla, ma per gli studentelli di un tempo era sacra e odiosa istituzione –, trasformandolo in un capolavoro di perfidia letteraria: Cuore diventa, dietro le spesse lenti del Nostro, «uno dei libri più accuratamente sadici della nostra letteratura, più accanitamente necrofili, straziante nel senso tecnico», un testo che «turba, agita, sdegna e infuria, scritto per ragazzi e capace di stralunare gli adulti». Che egli fosse ammaliato da quella letteratura turpe, infernale e “sozza”, non è certo mistero o novità; e gli scritti critici di maggiore interesse vengono redatti proprio su quella sconcia letteratura cinque-secentesca, in autori più di altri ferocemente antipetrarchisti – quali Francesco Berni, Pietro l’Aretino o Anton Francesco Grazzini detto il Lasca.
È notevolmente divertente, in questo senso, l’elogio che Manganelli dedica alla pasquinata, meteora nata e morta nel Cinquecento, e nei cui aggressivi scurrili versi si intuiscono «la degradazione, la maniacale ricerca del sordido, non già il mero dileggio, ma l’accanita, iterativa profanazione, la gloria dello sporco» – fonte di nutrimento letteraria anche dell’autore, d’altronde. E al lettore spazientito da questa massiccia presenza di randagi, si offriranno, invece, le pagine dedicate a Omero, Dante, Marco Polo e Leopardi. Certo, insieme al recensore, ci si chiederà come possa essere presentato un testo – quale la Divina Commedia, ad esempio – in quello striminzito spazio riservato ai pareri letterari: e a chiunque voglia cedere a questo assurdo vizio della critica, Manganelli impartisce un’impeccabile lezione d’autore: «recensire implica un lavoro in qualche modo angusto, svelto, una presentazione per sommi capi, con qualche citazione, e una impressione di massima, conseguita alla fine di una lettura qualche volta attenta, qualche volta impaziente, in ogni caso una lettura rapida, perché in genere è bene che un libro venga recensito quando ancora odora di inchiostro. Nel compito del recensore si incontrano due esigenze impossibili: deve capire, e capire alla svelta».
Eppure, nell’affrontare quel gigantesco «enigma» che è il classico, parlando ad esempio di Dante o Leopardi, Manganelli non risulta mai banale, ma anzi: nel corpo a corpo con questo monstrum horrendum – prima considerato «sfida», in seguito divenuto «complice» – riesce a fornire punti di vista sottilissimi e al contempo innovativi e condivisibili, al punto da far pronunciare, a noi lettori di un lettore, quelle stesse parole che Elio Vittorini riteneva gli suscitassero certi romanzieri: «perdio, non avevo mai supposto che potesse essere così!»

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