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Stranger things e le promesse infrante dello streaming

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 31 dic 2025
  • Tempo di lettura: 5 min

Stranger Things è testimone di una promessa non mantenuta, quella di uno streaming libero, anche se libero non lo è mai stato, nemmeno in partenza. Dieci anni dopo, all’alba della sua conclusione e dopo quasi cinque anni di attesa, la serie TV ideata dai Duffer Brothers è tutt’ora testimone di un cambiamento paradigmatico.


Con 1,2 miliardi di visualizzazioni, quattro stagioni in contemporanea nella Top 10 dei contenuti più visti e piazzatasi come titolo più visto in 90 paesi dei 93 in cui il servizio streaming è presente, Stranger Things si colloca al vertice della produzione Netflix, superando giganti come Mercoledì e, soprattutto, Squid Game.


Non è solo il successo ottenuto dalla serie a costituire una cartina al tornasole del ciclo vitale della piattaforma streaming statunitense, bensì la sua stessa genesi, nonché i cambiamenti nel corso della sua produzione e distribuzione.


Nel 2016, a pochi mesi dal lancio su territorio Italiano, Netflix costituiva una

novità. Sbocciato dalle ceneri del noleggio video – nota l’offerta rifiutata da Blockbuster, formalmente fallito nel 2013 –, il colosso nato nel lontano 1997 da Reed Hastings prometteva uno streaming libero, indipendente da tv via cavo e pay-per-view grazie ad un abbonamento mensile di soli 7,99 euro.


Dal 2015 Netflix porta con sé un concetto di fruizione completamente nuovo, divenendo istantaneamente parte integrante del nostro modo di pensare, concepire e usufruire di serie tv e film. Vi sono innanzitutto nuove regole nell’ingaggio dello spettatore: non si tratta esclusivamente di un sferzata capitalista al concetto di abbonamento, per cui non possediamo definitivamente il contenuto audiovisivo, ma anche della nascita del fenomeno del binge watching. Ora non serve più attendere con ansia ogni lunedì sera per poter vedere la nuova puntata di Game of Thrones, sperando di non perdersi l’ultima puntata di Lost il mercoledì, bensì è possibile guardare un episodio dopo l’altro, senza fermarsi mai.


È dunque revival per le serie televisive, che divengono ben presto ossessione: la serie tv diviene status, riconoscimento, identità, plasma ideali e visioni del mondo, mentre la produzione cinematografica inizia ad insinuarsi in modo sempre maggiore, giungendo al parossismo dell’acquisizione da parte del colosso streaming della Warner Bros, valicando un confine inimmaginabile fino a pochi anni fa. Nel corso degli anni le stesse serie tv cambiano: le stagioni si accumulano, la durata degli episodi cresce esponenzialmente voltando definitivamente le spalle alle sitcom anni ’90 calibrate sullo standard dei 20/25 minuti; il binge watching regna sovrano e gli spin off si prendono tutto ciò che possono. E nel corso degli anni Stranger Things è lì per tutti noi, con i suoi omaggi ai grandi maestri del cinema, la feticizzazione degli anni ’80, la fascinazione per un universo nerd i cui capisaldi sono l’amore per Dungeons & Dragons, i misteri alla Stephen King e gli echi del progetto MK Ultra.


I Duffer Brothers, infatti, sin dall’inizio hanno puntato su una produzione in grado di ispirarsi ai grandi capolavori del mistero di Steven Spielberg e John Carpenter, restituendo una memoria sbiadita di film su VHS e giri in bicicletta nel bosco. Matt Duffer ha ammesso di essere stato respinto almeno una quindicina di volte prima di ottenere il contratto: reti e produttori esecutivi ritenevano rischioso gettarsi su una serie tv con protagonisti quattro ragazzini pur senza essere adatta ai bambini, senza nulla togliere a capolavori come Stand by Me. Eppure Netflix, all’epoca sulla cresta dell’onda con serie come House of Cards e Orange is the New Black, credette nel proposito, offrendo ai registi la possibilità di collaborare con attori del calibro di Winona Ryder, rendendo un progetto indipendente una macchina da soldi. Ben presto, infatti, la serie direttamente ispirata al Montauk Project esplode, e Netflix non sarà mai più lo stesso. La produzione cresce e permette alla piattaforma di crescere con esso, creando un legame simbiotico e indissolubile tra prodotto e servizio, divenendo allo stesso tempo una cartina al tornasole del suo stesso ciclo vitale.


Ecco dunque che Stranger Things, nel corso dei dieci anni dal suo debutto, rimane un caposaldo della produzione Netflix senza mancare un colpo, senza deludere i fan (o quasi), senza tradire sé stessa, mantenendo la propria integrità nonostante lo spadroneggiare del capitalismo sulla favola del libero arbitrio. È la nascita della subscription fatigue: l’eccesso di contenuti sfida la capacità di scelta, nuove piattaforme streaming saltano fuori come funghi, i prezzi aumentano, la qualità cala, i cataloghi si frammentano. Celebrato come simbolo di una strategia aziendale lungimirante, l’abbonamento ha garantito a lungo flussi di reddito costanti e fidelizzazione dei clienti, eppure, dopo aver trasformato qualsiasi servizio in categoria di prodotto, rema contro sé stesso. Da parte dei consumatori vi è mancanza di valore percepito, una crescita di costi imprevedibili, la perdita di controllo, mentre l’adozione del sistema da un numero sempre maggiore di aziende ha eroso l’unicità del modello. Ecco dunque la sensazione

continua di pagare decisamente troppo per contenuti che non valgono il prezzo previsto.


Dopo dieci anni si sente la nostalgia di un mondo perduto: la tv via cavo, il pay-per-view, lo streaming illegale, la possibilità di soffermarsi su un singolo contenuto senza essere costretti a scrollare all’infinito la propria lista personale. E poi vi è la pubblicità: quel sollievo provato nel lontano 2015 nel poter guardare un intero film senza pause diventa a sua volta miraggio. Tutte le piattaforme streaming disponibili utilizzano le interruzioni pubblicitarie ed il consumatore viene messo alle strette: è costretto ad accogliere l’inserzione, pena un’alternativa oramai economicamente insostenibile. I costi degli abbonamenti crescono esponenzialmente di anno in anno accompagnandosi alla promessa di maggiori investimenti sui contenuti, una qualità che non si raggiunge mai.


Non vi è solo un ritorno allo streaming illegale, in modo da aggirare obblighi di sottoscrizione e costi imprevisti, bensì alla stessa televisione. Basti pensare alla crescita esponenziale del fenomeno Twitch, dove gli spettatori hanno la possibilità di seguire gratuitamente o a pagamento determinati canali, offrendo maggiore flessibilità e libertà di scelta al consumatore. Si tratta di una televisione sotto mentite spoglie, che allo stesso tempo permette ai vari creator e streamer di generare una community interattiva, data la possibilità di interagire tramite chat live. Viviamo nell’illusione di poter possedere un appezzamento di terra digitale in grado di distrarci dal logorio della vita moderna e ci troviamo ad essere nuovi servi della gleba.


Ancora una volta il contenuto audiovisivo ci possiede, e Stranger Things si adegua. Si aspettano dunque cinque lunghi anni: gli spettatori restano in attesa, si preparano a dire addio a quei protagonisti che hanno visto crescere, ripensando a come siano già passati quasi dieci anni da quel primo magico episodio. Vi è

impazienza, trepidazione, eppure la produzione temporeggia e rende la soddisfazione pura finzione, perché occorre aspettare ancora, altre due volte, sperando di non rimanere invischiati nella pubblicità.

 
 
 

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