Smaschera la propaganda
- tentativo2ls
- 10 set 2025
- Tempo di lettura: 5 min
No, cara maggioranza: i rave party non hanno smesso di proliferare allo scoccare dell’entrata in vigore del Dl Sicurezza. Anzi, nei fine settimana non si è mai ballato così tanto, da anni.
Eppure, dai canali ufficiali del governo giungono comunicazioni trionfanti: "Nemmeno una festa non autorizzata dopo l’entrata in vigore del Decreto Sicurezza". Il pretesto per cantare così facilmente vittoria? Si tratta di una mera estrapolazione e manipolazione dei dati: ad oggi, non è stato emesso nemmeno un mandato d’arresto, nonostante le dure leggi che avrebbero dovuto spietatamente soffocare tutta la movida notturna più scomoda, perché non controllata né tanto mano capitalizzata.
Ma andiamo con ordine: Dopo l’approvazione del Senato nel settembre del 2024, il DDL Sicurezza si arena in Senato. Come può essere ostacolata questa “scelta di legalità e rigore”, “che difende la proprietà privata e tutela le fasce più vulnerabili!” (Alice Buonguerrieri, FdI) ? Perché questa risulta presentare gravi difetti strutturali: criticità formali, causate soprattutto dall’eccessiva vaghezza nella contestualizzazione dei reati e la necessità di una copertura economica troppo dispendiosa.
La legge in questione fa specifico riferimento a “l' invasione di terreni o edifici per raduni pericolosi per l'ordine pubblico, l'incolumità pubblica o la salute pubblica", una definizione in verità tanto generica da lasciare spazio a interpretazioni ambigue. Che cosa si intende esattamente per "raduni pericolosi"? Chi decide cosa è "pericoloso" e cosa non lo è? Se l'obiettivo del governo è combattere i rave party, la legge lascia aperta la porta a una discrezionalità che potrebbe portare ad applicazioni incoerenti e a rischi di abusi.
Il rischio che spaventa chi questi ambienti li conosce è che una legge così vaga non possa far altro che aggravare la già complessa situazione di scontro violento tra le forze dell’ordine e i partecipanti ai rave party.
Resi dall’opinione pubblica il simbolo di disordine e devianza giovanile, non sono che una risposta all’esigenza di spazi di espressione, aggregazione e ricerca di identità, in città sempre più chiuse e ammiccanti al modello Milano.
Se per aizzare l’allarmismo di un pericolo sostanzialmente privo di fondamenti, si è parlato di un’urgenza, quella di riallinearsi con gli altri Paesi europei rispetto ai provvedimenti verso gli organizzatori. Una volontà legittima se quantomeno all’Estero i provvedimenti fossero stato più severi, ma in tutti i Paesi in cui di feste se ne fanno molte, e spesso molto più grandi, come Francia, Germania o Spagna, non viene denunciata nessuna "emergenza rave" . Seppur tecnicamente illegali, in molti paesi europei le forze dell’ordine non intervengono con la stessa intensità, specialmente quando gli eventi si svolgono lontano dalle grandi città.
Le statistiche parlano chiaro: i rave sono generalmente eventi a bassa incidenza di violenza o danni. Certo, non sono privi di problematiche, ma il passo da questo alla totale criminalizzazione come minaccia per la sicurezza pubblica è sicuramente azzardato e priva di fondamenta effettive.
Nonostante ciò, il governo continua a dipingere il provvedimento come un successo memorabile nella lotta al rave, il grande nemico del nostro Paese. Un pericolo volutamente indefinito, a cui si è trovata una soluzione che ammicca ai valori tradizionali di ordine e tranquillità e che si compiace mentre gli italiani hanno problemi sociali ed economici che si meriterebbero di gran lunga la prima pagina dei giornali.
Ma i fatti raccontano comunque un’altra storia: non solo non ci sono condanne, ma non sono state nemmeno applicate le disposizioni previste dalla legge. Così, il governo continua a far sembrare che il decreto abbia funzionato, quando FdI fatto non è ad oggi stata vista alcuna applicazione concreta. Non sono stati più creati problemi da queste attività illegali? No, ma nemmeno prima che ci si ponesse con il pugno di ferro.
Una delle problematiche più importanti sollevate dal DDL Sicurezza riguarda la credibilità dello Stato.
"Uno Stato che non applica le leggi in modo coerente e giusto, perde la sua legittimità agli occhi dei cittadini. La credibilità di uno Stato è direttamente legata alla sua capacità di far rispettare le leggi in modo equo e uniforme". Queste parole di Gherardo Colombo, ex magistrato e autore di numerosi scritti sulla giustizia e sulla legalità, sono più che mai rilevanti in questo contesto.
Nel corso della mia esperienza scolastica, ho avuto l’opportunità di ascoltare Colombo parlare della legalità come pilastro della democrazia. Le sue riflessioni sono un richiamo costante all’importanza di un’applicazione uniforme e imparziale delle leggi. Per Colombo, la legalità non è solo un obbligo formale, ma un principio che garantisce la fiducia dei cittadini nelle istituzioni e il buon funzionamento dello Stato. Quando le leggi non vengono applicate in modo coerente, si mina la fiducia nella giustizia e nelle istituzioni, con il rischio di indebolire la democrazia stessa.
Ma cosa succede quando una legge non viene applicata? La risposta non è mai semplice. Una legge che non viene applicata può diventare uno strumento di pressione politica, utilizzata per giustificare azioni politiche che non trovano legittimità attraverso altri mezzi. Ad esempio, una legge che impone sanzioni per l'inquinamento, pur non essendo rigorosamente applicata, può comunque essere utilizzata per fare pressione sulle aziende affinché riducano le loro emissioni. Così, anche se non è applicata in modo uniforme, la legge contribuisce comunque a definire gli standard sociali.
In modo simile, una legge che promuove la parità di genere o la tutela dei diritti civili, pur non essendo sempre applicata con rigore, può comunque influire sul cambiamento delle mentalità sociali. Le leggi, anche se non applicate in modo perfetto, contribuiscono a stabilire aspettative e standard che, col tempo, possono portare a un miglioramento delle condizioni sociali, ma quando le sono applicate in modo selettivo, diventano solo uno strumento di potere e la giustizia si trasforma in un gioco a senso unico.
Il vero pericolo, però, non è solo nell’applicazione errata della legge. È che, continuando a combattere contro nemici immaginari, si finisce per ignorare i veri problemi che affliggono la nostra società.
La paura che guida la retorica dei rave è un sintomo di una resistenza al cambiamento che non si riesce a controllare.
La destra politica teme l’autorganizzazione dei giovani e cerca di soffocarla, mentre invece di affrontare le vere problematiche – la povertà, la disuguaglianza e la mancanza di politiche giovanili – continua a concentrarsi su battaglie ideologiche che distolgono l'attenzione da ciò che realmente necessita di intervento.
La vera sfida non è solo nel contrastare l’applicazione errata della legge, ma nel difendersi dalla continua alimentazione di paure infondate. I rave non sono il problema principale, ma uno dei tanti sintomi di una società che cambia e cerca nuovi modi di aggregarsi. La retorica della “lotta ai rave”, un po’ come quella alla “teoria gender”, nasconde il timore di un cambiamento che non si riesce a controllare.
Se la destra dichiara guerra pubblicamente a questo movimento è forse solo perché sa che non ha più le potenzialità di riaffermare in altri modi i valori tradizionali a cui attinge da parassita: ordine, tradizione, disciplina e gerarchia.
E quando non vince, rimodellerà le gesta della battaglia quando le riporta al villaggio.
Fonti:
Sulle Regole – Gherardo Colombo

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