Siamo tutti alternativ : l'estetica ha ucciso la sottocultura (ma lo ha fatto con stile)
- tentativo2ls
- 7 nov 2025
- Tempo di lettura: 4 min
“Il capellone non è un personaggio folcloristico, è un personaggio tragico.”
(Pier Paolo Pasolini, 1973)
Se Pasolini fosse vivo oggi, probabilmente scrollerebbe TikTok per tre minuti, prenderebbe un Maalox e spegnerebbe il telefono. Non per snobismo da intellettuale: ma per lutto. Il lutto delle sottoculture. Quelle vere, sporche, disordinate, eversive. Quelle che facevano paura davvero, anche solo con una ciocca rosa.
Oggi invece tutto è diventato core. Dark academia, cottagecore, weirdcore, feral girl summer. Ogni emozione, umore, stagione e crisi esistenziale ha il suo filtro preimpostato, la sua palette Pantone, la sua moodboard su Pinterest. Ed è tutto così… curato. Curatissimo. Persino il disagio è impaginato bene.
Ma facciamo un passo indietro, ché qui non si tratta solo di nostalgia da trentenni disillusi. Parliamo di un fenomeno culturale più ampio: lo svuotamento di significato delle subculture alternative, cannibalizzate da un sistema che impone un paradosso crudele:
siamo costretti a essere unici, ma nel modo giusto. Originali, ma approvati. Diversi, ma solo se esteticamente vendibili.
E così il punk, che nasce per distruggere il sistema, finisce stampato su t-shirt da 9,99€ da Shein e rivenduto su Vinted con l’hashtag #punkstyle.
Il gotico, che nella sua essenza più profonda rifiuta la superficie, oggi viene definito da un eyeliner colato con precisione chirurgica e da uno sfondo di candele Ikea.
Il tutto, ovviamente, "DIY" (a patto che il DIY significhi "copiato da Pinterest").
L'alternatività di massa: l'ossimoro perfetto
Un tempo essere alternativi voleva dire esporsi. Rischiare. Perdere amici, lavori, affetti. Non per fare la vittima, ma perché davvero – e Pasolini lo sapeva bene – quel modo di vivere e apparire metteva in discussione il decoro sociale, la norma borghese, il concetto stesso di “giusto”. Il capellone degli anni ‘70 non voleva essere “fico”, voleva essere libero. E la sua libertà, anche solo estetica, era violenza perbenista. Oggi, invece, la nostra “diversità” deve essere accattivante, gradevole, magari virale.
Siamo tutti “strani”, ma cool. Strani, ma con l’approvazione del mercato.
Il vero tabù non è più la trasgressione, ma l’essere anonimi. Invisibili. Non brandizzabili. E quindi ogni passione, anche la più personale, diventa estetica. Ogni crisi, un’estetica. Ogni ribellione, una capsule collection.
Ma attenzione, guai a essere troppo strani. Altrimenti non sei più “alternativə”, sei solo… boh. Uno sfigato. Un weirdo non conforme nemmeno nella non-conformità. E allora ecco il bisogno compulsivo di etichettarsi sempre, per dare un senso al caos. “Sono indiecore ma con vibe queer femcel e un tocco di grunge revival”. Nessuno sa bene cosa significhi, ma almeno suona giusto. Pinterest approved.
Il paradosso del non-conformismo conforme
In questo teatro dell’assurdo, ci si veste come punk senza sapere chi siano i Crass. Si rivendica un’estetica goth con outfit acquistati su Temu.
Ma il problema non è (solo) l’ignoranza culturale: è che si ha paura di creare qualcosa di davvero proprio, anche all’interno della ribellione.
La verità è che l’industria ha vinto, e ha fatto quello che sa fare meglio: impacchettare la devianza, renderla vendibile, toglierle i denti.
E così oggi la sottocultura non è più una scelta politica o un’identità collettiva. È una categoria di prodotto.
"Il capellone è ridicolo, e viene fatto ridere da chi non osa essere ridicolo."
Scriveva ancora Pasolini, profetico come sempre.
Oggi quel capellone lo scrolli su Instagram. Lo applaudi se ha abbastanza follower. Lo compri in formato felpa. Ma lo eviti se ti guarda troppo intensamente in metropolitana.
Tatuaggi: l’estetica che ha dimenticato il dolore
Un esempio perfetto di tutto questo? Il tatuaggio. Un tempo brand identitario fortissimo, spesso legato a rituali, appartenenze, storie personali che si incidevano sulla pelle come un manifesto.
Oggi? Oggi si parte da Pinterest.
“Vorrei questo qui, identico. L’ho visto su una modella australiana, è super fine.”
E via: il tatuaggio come accessorio stagionale. Minimal, blackwork, trendy. Da cambiare con l’umore. Un altro contenuto per il carosello delle vacanze.
Ma il tattoo non nasce così. Nasce per dire al mondo “sono questo, e se non ti piace, pazienza”.
Era una scelta di campo, spesso irrimediabile, eversiva.
Non un hashtag #tattoogirl con la scritta “wild soul” su un fianco.
Ed è qui che viene fuori la grande ironia:
Oggi essere davvero alternativi significherebbe NON tatuarsi, in un mondo in cui il tatuaggio è diventato norma.
Ma anche questo ragionamento, ovviamente, è subito pronto per essere reimpacchettato in una nuova estetica: il "cleancore no-tattoo minimalist rebel".
E la giostra riparte.
Cultura come travestimento o come urgenza?
Pasolini, ancora lui, ci parlava di “tragico” e non di “folclorico”.
Ci metteva in guardia da una società che, pur di assorbire ogni devianza, la trasforma in travestimento.
E oggi, più che mai, la moda è diventata il linguaggio dominante, ma non per comunicare qualcosa di profondo. Solo per raccontare un’identità instabile, sfuggente, ma sempre ben curata.
La vera alternativa – quella faticosa, sporca, che spacca le narrazioni – non è più social-friendly. È troppo scomoda. Non monetizzabile. Non va bene con i brand.
Ed ecco che finiamo per vivere in una "ribellione di superficie", dove l’estetica precede il senso. Dove il DIY è solo un effetto visivo. Dove il weird deve sempre essere cool, altrimenti ti resta solo la stranezza. E nessuno ti applaude per essere strano e basta.
Ma, c'è ancora qualcosa che si possa fare?
Non si tratta di gatekeeping, né di nostalgia sterile. Ma di riprendere in mano la complessità delle sottoculture, il loro valore storico, il loro potenziale eversivo.
Di rifiutare la narrazione estetica imposta e di accettare anche la possibilità di essere brutti, incoerenti, non fotogenici.
Di non dover per forza “piacere” a un algoritmo o a un’audience.
Forse è tempo di fare pace con l’anonimato.
Di diventare, per davvero, quella figura che Pasolini definiva tragica. Non perché si prende troppo sul serio, ma perché non ha paura di non essere capita.
E allora sì, magari saremo meno cool.
Ma forse, finalmente, di nuovo liberi.

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