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Shameless: La scelta di non farcela

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 19 apr 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Quanto può essere realistico quello che è descritto in una serie tv quale è Shameless? Ma soprattutto, quali azioni siamo disposti, noi spettatori, a giustificare in quanto necessarie?


Sin dalla prima stagione, seguiamo le vicende difficoltose di una famiglia che abitua nel South Side, quartiere povero e degradato della periferia di Chicago. Nel degrado di quartiere vivono personaggi violenti, criminali, impoveriti, ma anche bambini innocenti, vittime silenziose di ambienti disfunzionali. La criminalità organizzata è ovunque, le forze dell’ordine sono inefficienti o corrotte, molti cittadini sono criminali o tossicodipendenti.


In questo contesto, reso volutamente macchiettistico ma non per questo meno brutale, l’etica e la moralità assumono contorni indefiniti, soggiogati dalla necessità: di soldi o di una dose, l’urgenza schiavizza i personaggi nei loro momenti peggiori, costringendoli a seguire ideali e valori dai contorni poco nitidi, in maniera scostante. Restano tutti in un limbo di indeterminazione morale, predicando una generale immoralità rivolta ai ricchi, privilegiati, esterni al quartiere e alla propria cerchia, ignari di regole non scritte. Lo spettatore è però spesso portato a giustificare questo comportamento, prendendo le parti di eroi-criminali non per cieco affetto dei protagonisti, ma perché spettatore silenzioso e spesso sconcertato delle infanzie e delle vite di queste persone, costrette a vedere e subire di tutto, da non poter pretendere niente di più che ciò che il quartiere li ha costretti a essere.


Questa mancata pretesa, questa silenziosa giustificazione deriva dalla consapevolezza dello spettatore che nella famiglia dei protagonisti non esistono figure genitoriali affidabili. Sono anzi genitori alcolizzati, tossicodipendenti, che abbandonano i propri figli e si danno alla criminalità organizzata, e che quindi non potranno far altro che crescere figli a loro immagine, tendenti alle dipendenze, pronti a subire soprusi o a giustificarli, sempre pronti a far valere i propri bisogni su quelli degli altri. E da personaggi che, sin da piccoli, non conoscono il rispetto, l’amicizia, la reciprocità, e che invece sono cresciuti nello squallore della violenza, noi spettatori non ci aspettiamo mai niente, e anzi perdoniamo tutto. Non c’è posto per gli ideali qui, perché vengono meno tutte le basi che rendono i rapporti sociali stabili. Non c’è affetto, né stima, né fiducia da parte di un genitore alcolizzato o violento. Senza terapia, non ci sarà fiducia negli altri se si è sperimentato l’abbandono da piccoli, e non ci sarà mai affetto se nella propria casa non se n’è mai ricevuto. I genitori disfunzionali si subiscono in modo inerme, senza possibilità di cambiamento, resta tracciata in modo nitido la strada da loro già percorsa. Si può solo osservare e soffrire in silenzio, attendendo l’età adulta e rischiando di riconoscersi sempre di più nei propri predecessori.


Si introduce così uno dei meccanismi più presenti della serie, che ogni personaggio, almeno una volta, è costretto a sperimentare: ognuno, nel proprio momento di stabilità, sembra poter aspirare a qualcosa di meglio, ma all’improvviso distrugge con le proprie mani quella possibilità remota e fortuita. Un lavoro onesto, una promozione, anche solo un’istruzione superiore garantita o una nuova relazione risultano essere piacevoli sorprese, differenze sostanziali rispetto al paradigma del quartiere, che inducono un sentimento inebriante di speranza, e con la speranza del cambiamento c’è il panico dell’ignoto, e soprattutto il terrore dell’illusione di farcela.


L’autosabotaggio risulta essere un meccanismo comune di chi è vissuto in una famiglia disfunzionale, con genitori assenti, e che quindi non ha sviluppato una consapevolezza di sé propria, ma vive nel timore e nell’insicurezza. Se la relazione con le proprie figure genitoriali non è stabile, si hanno credenze negative sull’immagine del sé, che portano al pensiero di non meritare la felicità o l’affetto. Così, appena la vita sembra condurre i personaggi verso la stabilità e la serenità, si innesca questo meccanismo. Assieme alla speranza si distrugge anche tutto ciò che si è ottenuto fino a quel momento, smantellando sé stessi, le proprie relazioni, la propria immagine. Se si è convinti di non essere abbastanza, allora è più facile mostrare la propria parte peggiore anche agli altri, esasperata, per convincere, anche loro oltre a sé stessi, di non essere abbastanza. E l’atto finale è che quando il sabotaggio è compiuto, si è in un territorio noto. Si sviluppano dipendenze, ci si dà alla criminalità, si perde il lavoro, si tradisce. Tutti schemi noti, che non solo si conoscono, ma che sono considerati in un certo senso accoglienti, perché sono ciò che appartiene all’infanzia.


Il personaggio ricade così nello schema precedente, e noi ci sentiamo delusi, ma non poi così sorpresi. Non ci aspettiamo niente di diverso, forse perché sappiamo quanto sia difficile uscirne. Ma la nostra scarsa delusione è lo specchio della società che condanna questi uomini e donne a inetti, destinati a fallire ciclicamente, finché non accetteranno il proprio destino. La nostra scarsa aspettativa è quella che li condanna a non farcela mai davvero. La giustificazione non aiuta gli oppressi, è l’aiuto concreto al cambiamento, all’accettazione della propria infanzia travagliata, alla comprensione di quello che si è stati ma anche delle proprie competenze, che oggettivamente potrebbero portarli lontano. Lontano dalla strada già percorsa dai propri genitori disfunzionali.



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