BROCKHAMPTON e la sfida al concetto di Boy Band
- tentativo2ls
- 2 apr 2025
- Tempo di lettura: 4 min
Qual è la prima immagine che potrebbe venire in mente a una persona a cui venisse chiesto di descrivere brevemente una boyband? Con buone probabilità un gruppo di ragazzi di numero variabile tra i 4 e i 6, tutti caucasici e di bell’aspetto, che cantano di un’immaginaria donna amata e che mandano in visibilio milioni di adolescenti con i loro fisici ineccepibili e le loro voci angeliche. Molto meno probabile che invece qualcuno risponda descrivendo un gruppo di 13 ragazzi, prevalentemente di colore, fuori forma e che raccontano il loro vissuto fatto di discriminazione, spaccio, abusi ed emarginazione sociale attraverso un pop rap tendente allo sperimentale che alterna melodie upbeat a basi cupe e a tratti asfissianti.
Per chi crede che quanto appena descritto sia la completa antitesi di una boyband non ha semplicemente mai sentito parlare di BROCKHAMPTON. Nati nei primi anni del 2010 tramite un post sul blog di Kanye West, in cui il futuro leader del gruppo, Kevin Abstract, cercava qualcuno con cui formare una band, cominceranno la loro ascesa nel 2016 con il loro primo mixtape “ALL-AMERICAN TRASH”, che riscuoterà un discreto successo, ma sarà solo il trampolino di lancio per quanto seguirà. Sarà infatti il 2017 l’anno che catapulterà il gruppo texano (Brockhampton è infatti il nome della strada in cui Abstract passò la sua infanzia a Corpus Christi, TX) tra i nomi di maggior spicco di quel periodo, attraverso la loro SATURATION TRILOGY, un trittico di album rilasciati tra giugno e dicembre di quell’anno in maniera totalmente indipendente dal collettivo, che affittò una casa a Los Angeles in cui vissero tutti i membri per l’intera durata del processo di produzione. Ed è proprio nel terzo atto, in particolare nella canzone BOOGIE, che lo stesso Abstract recita “best boyband since One Direction”, facendo riferimento al gruppo britannico di Harry Styles, che negli anni precedenti aveva dominato la scena delle boyband con un successo mondiale paragonabile solo ai Backstreet Boys.
Ma come è possibile definire BROCKHAMPTON una boyband? Molti potrebbero dire che sono l’esatto opposto di ciò che il termine stesso incarna. E non hanno torto. BH non è infatti una semplice boyband, ma ne è bensì l’evoluzione e perfezionamento. Il collettivo è sempre stato infatti profondamente consapevole di non incarnare in alcun modo gli ideali che fino a quel momento erano sempre stati associati a quel termine. Per loro stessa ammissione, estrapolando da un’intervista fatta a MTV: “siamo una boyband, solo perché vedete dei ragazzi di colore e degli omosessuali non vuol dire che siamo altro, […], vogliamo essere visti come tali perché vogliamo ridefinire cosa vuol dire essere una boyband, […], molti si vergognano di definirsi in questo modo perché la maggior parte delle boyband fa schifo”.
Queste frasi, dette in un contesto di scherno e in un atteggiamento di poca serietà da parte del gruppo, sono in ogni loro aspetto fondamentali per comprendere la rivoluzione che questi ragazzi hanno portato nell’industria musicale. Ogni scelta che la band ha intrapreso nel proprio percorso verso il successo è stata infatti definita dalla volontà di apportare dei cambiamenti a un sistema musicale nel quale loro vedevano del potenziale che i loro predecessori non sono riusciti a sfruttare, limitandosi a rispettare i dogmi che hanno portato sì al successo, ma non facendo altro che riscaldare una minestra oramai stantia da tempo. Nonostante tutte le loro azioni sembrino allontanarli sempre di più da ciò che vogliono convincere di essere, è proprio questa contraddizione a dare forza ai loro ideali e a trasmettere il messaggio che più di tutti è presente nella loro discografia: sii te stesso e non lasciare che siano gli altri a definire chi sei e cosa puoi essere.
Lo si intuisce perfettamente analizzando, ad esempio, i testi di brani come TRIP e MILK, in cui i vari membri affrontano faccia a faccia le difficoltà incontrate nella loro vita: dal disagio di sentirsi diversi per il colore della propria pelle di Ameer Vann e Merlyn Woods ai commenti ricevuti da Dom McLennon durante tutta la sua vita a causa della propria stazza. La soluzione però alla fine è semplice, come recitano i ritornelli delle due canzoni: “i gotta get better at being me” e “today imma be whoever i wanna be”. Non serve dunque nascondere la propria natura né tantomeno modificare il proprio essere per paura di essere emarginati, ma bisogna anzi esaltare ciò che ci rende diversi dagli altri e lottare perché chiunque si sente sbagliato possa invece cominciare a sentirsi unico. È questa specifica poetica di BROCKHAMPTON ha permesso loro di essere visti dal pubblico come un porto sicuro in cui potersi rifugiare e sentirsi accettati per quello che si è, nonché di essere il primo grande fattore di distaccamento dal concetto classico di boyband, evitando di formare una fanbase, ma bensì una famiglia.
E di famiglia si parla anche molto all’interno del gruppo stesso. 13 i membri che militavano nel gruppo quando questo si sciolse definitivamente nel gennaio del 2022; ma di questi solo 6 vengono accreditati come cantanti. Questo perché all’interno di BROCKHAMPTON i riflettori non vengono puntati solo su chi si presta a mostrare il prodotto finale, ma anche sui produttori, sui designer, sui manager e addirittura sul fotografo; tutte figure che normalmente rimangono dietro le quinte e il cui lavoro spesso viene dato per scontato, ma non in questo caso. Affinché un progetto musicale possa prendere vita sono necessarie tutte le figure sopracitate, ed è giusto che ricevano il riconoscimento dovuto. Quella che può essere vista come una scelta banale è invece di fondamentale importanza, in tempi dove l’individualismo e la necessità di affossare gli altri per provare a ergersi su un piedistallo la fanno da padrone; e forse il prematuro scioglimento è la riprova che la collettività non è più qualcosa di sostenibile se si vuole provare a restare a galla. D’altro canto, maggiore il peso, più velocemente si cade a fondo.
L’ideale che BROCKHAMPTON ha portato alla luce non può e non deve essere però dimenticato. Una lotta ai dogmi imposti dalla società, un inno alla diversità e all’unità; il tutto senza aver mai avuto la presunzione di cambiare il mondo, ma solo di fare musica con i propri amici e aiutare chi non riesce a far sentire la propria voce a sentirsi compreso.

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