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Se all'improvviso va bene un terrorista

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 21 nov 2025
  • Tempo di lettura: 5 min

Dai covi dell’Idlib all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite; dall’avere sulla testa una taglia di dieci milioni di dollari allo stringere la mano al presidente della stessa Nazione che quella taglia gliel’aveva fissata. Se ci trovassimo davanti a uno schermo, potremmo liquidare il tutto con un rassicurante “è solo un film”. Peccato che, invece, queste siano le vicende reali – e stra-ordinarie – di Ahmed al Sharaa, dall’8 dicembre 2024 capo della Siria post baathista.

È tutto vero, dunque. Anche se qualche analogia con il principe Ali Ababua, l’alter ego che Aladino si era fatto cucire addosso dal genio per guadagnarsi la fiducia del sultano, io ce la vedo. Ecco: in un mondo in cui distinguere la realtà dalla finzione è sempre più difficile, se qualcuno nei pressi di Damasco dovesse imbattersi in una vecchia lampada a olio, un po’ consunta dal tempo, farebbe bene a ridurla in metallo fuso al più presto. Che non si sa mai.

Dell’(ex?) jihadista che oggi tiene in mano le redini del regime siriano si è detto e scritto molto, in questi mesi. Abbastanza per capire che la sua non è una storia di redenzione, e nemmeno di pentimento. È la parabola di un uomo capace di intrecciare le proprie gesta discutibili con la vita di un Paese che da decenni sopravvive nel terrore. Ma davvero questa può essere considerata la fine? È inutile girarci intorno: macché.

Quando, lo scorso 24 settembre, si è presentato in completo gessato e cravatta rosso laurea all’Assemblea generale dell’ONU per tenere il suo storico discorso – non accadeva dal 1967 che un presidente siriano si mostrasse da quelle parti – ha saputo incarnare un’aria di rispettabilità che molti leader occidentali non hanno esitato a riconoscergli. Un effetto più studiato che spontaneo, certo, ma efficace.

La Siria ha bisogno di fondi per la ricostruzione, e il fu al-Jalani lo sa bene. Così ha riposto la divisa da combattente per indossare quella del negoziatore. Dalle risorse energetiche agli avamposti strategici, le sue promesse di stabilità piacciono a tutti: agli Stati Uniti, desiderosi – tra le altre cose – di includere Damasco negli Accordi di Abramo e consegnare all’ego di Trump l’ennesimo “successo” diplomatico; alla Turchia, principale sponsor di al-Sharaa e del suo gruppo (HTS), pronta a imporsi come potenza egemone regionale; e persino all’Unione Europea, che non resiste mai al gusto di compiacersi delle fortune dei propri amici.

È bastato questo a conferire al nuovo rais l’aura dell’uomo della provvidenza. A luglio, Washington ha persino revocato alcune sanzioni, cancellando lui e la sua fazione dalla lista delle organizzazioni terroristiche.


Eppure, in Siria la pratica del terrore non appartiene affatto al passato. A marzo, le forze governative e i gruppi a esse affiliati si sono rese protagoniste di massacri di civili appartenenti alla minoranza alawita nelle regioni di Latakia e Tartus. Allo stesso modo, nel sud del Paese, l’esercito siriano è stato coinvolto in episodi di violenza contro la popolazione drusa, a sostegno dei miliziani beduini. Osservatori internazionali avvertono da tempo che il regime di al-Sharaa sta trascinando il Paese verso un fondamentalismo sunnita, più esclusivo che inclusivo, che rischia di alimentare un odio sistemico verso minoranze religiose ed etniche.

Che ciò sia frutto di un disegno preciso del presidente o della sua debolezza – come sostengono alcuni analisti – poco importa. L’analisi del ruolo e della figura di al-Sharaa non può ridursi a un esercizio di prospettiva o di speranza: deve passare attraverso una riflessione sul tema della sicurezza e, di conseguenza, sul concetto, abusato e mai davvero indagato, di terrorismo. La domanda è: come può un terrorista, da un giorno all’altro, smettere di essere tale, pur continuando a perpetrare il terrore?


Se c’è un elemento davvero impossibile da espellere dai meccanismi che regolano l’ordine globale, questo è proprio la violenza. Non una violenza astratta, utile soltanto a riempire discorsi retorici o a evocare caricature alla Diego Abatantuono, ma una realtà concreta, tangibile, che si manifesta come effetto collaterale – probabilmente il più invasivo – di quel bene ritenuto necessario da più parti e che tutti chiamano globalizzazione. Così come la globalizzazione ha abbattuto confini fisici ed economici, anche la violenza si è deterritorializzata. E con essa il terrorismo, che oggi non è più solo un fenomeno militare, ma una costruzione geopolitica e discorsiva che riflette, di volta in volta, i rapporti di forza e le visioni dominanti della sicurezza.


Dopo l’11 settembre 2001, il mondo si è riorganizzato attorno a una nuova grammatica della paura. Il terrorismo globale è diventato il nemico sistemico del secolo, e la Guerra al Terrore non si è configurata come una semplice risposta militare, ma come una strategia totale: un dispositivo capace di fondere politica estera, intelligence e diritto penale internazionale in un’unica macchina di controllo. In questo schema, il terrorismo non indica tanto una specifica forma di violenza, quanto una forma di nemicità assoluta. Non tutti i nemici sono terroristi, ma il terrorista è sempre “il nemico”.

L’etichetta, mai neutra, si assegna e si revoca secondo convenienza: in base agli interessi strategici, alle alleanze del momento, alle narrative identitarie che definiscono chi siamo e chi non vogliamo essere. Così, un gruppo può essere “terrorista” per Washington e “resistente” per Mosca o Teheran; condannato in un contesto e riabilitato in un altro. È la geometria variabile del terrore, che cambia volto a seconda del riflettore che lo illumina.

Questa ambiguità è ciò che consente, talvolta, la riabilitazione: basta un mutamento di percezione geopolitica perché cambi anche lo statuto morale. Chi ieri era un paria, oggi diventa un alleato. E può farlo senza smettere di generare violenza, purché utile alla stabilità dei potenti.

Da qui, una considerazione necessaria: se la sicurezza è divenuta un’ossessione per gli Stati, resta da capire a favore di chi valga davvero. Nel mondo contemporaneo, la gestione del rischio serve soprattutto a rassicurare i pochi che contano. Le negoziazioni internazionali non mirano a ridurre le vulnerabilità, ma a redistribuirle: a spostare il peso dell’instabilità su popolazioni già fragili, trasformandole in discariche morali del sistema. La sicurezza globale, così, non è mai universale: è la sicurezza dell’ordine, non delle persone; serve a preservare l’equilibrio economico e politico, non a correggerne le disuguaglianze.

È il segno della metamorfosi del nostro tempo. Come scriveva Ulrich Beck, non viviamo più l’epoca degli effetti collaterali dei beni, ma quella degli effetti benefici dei mali. Le catastrofi, le guerre, la violenza diventano strumenti di ridefinizione del politico e del morale su scala globale. Generano nuovi soggetti, nuove priorità, nuove legittimità. Così anche i mali possono produrre beni comuni, o almeno ciò che viene percepito come tale. La presenza di un attore violento può diventare, per le potenze, un bene funzionale alla stabilità: un male necessario da ri-legittimare in nome della sicurezza selettiva.

Le vicende di Ahmed al Sharaa, e la sua sorprendente metamorfosi da terrorista a presidente accolto nei consessi internazionali, raccontano meglio di qualsiasi teoria la direzione che ha preso il nostro tempo. Un’epoca in cui la violenza non solo sopravvive, ma si trasforma in linguaggio politico accettabile; in cui la sofferenza di alcuni diventa il prezzo, più o meno dichiarato, della tranquillità di altri.

E allora, se ci va bene un terrorista, conviene chiederci quanto davvero siamo tutelati, e quanto valore abbiano ancora i principi che diciamo di difendere. Conviene domandarci se quella nostra architettura etica – quella che ci fa provare empatia o disgusto, rabbia o commozione – non stia lentamente sgretolandosi sotto il peso della convenienza geopolitica.


E, nel dubbio, conviene sperare che qualcuno, finalmente, si decida a squagliare quella dannata lampada.


FONTI:

Wolfgang Sachs, Ambiente e giustizia sociale. I limiti della globalizzazione.

Ulrich Beck, La metamorfosi del mondo.

 
 
 

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