Rumore di Fondo - collaborazione con IdEntità
Questo articolo fa parte della nostra collaborazione con il collettivo IdEntità all'interno del loro progetto artistico
In città non c’è mai silenzio. Mai, nemmeno ad Agosto. Alla fine quel rumore inizi ad odiarlo
Ma quel rumore non ha colpe.
Torniamo tutti a casa stanchi, che sia dalla giornata lavorativa, da un'avventura indimenticabile o da una visita ospedaliera stremante.
Possiamo spegnere le luci, chiudere le serrande e schiantarci sul materasso, fatto o sfatto che sia, ma non possiamo imporre il silenzio e il buio anche alla città accanto a noi.
Risuonerà sempre una risata, un grido, qualcosa che cade, si rompe.
Viviamo insieme, accanto a tante persone che, per quanto possiamo alzare il volume negli auricolari, sui mezzi pubblici o mentre camminiamo per strade che non sono solo nostre, rimangono lì, pensano ed emettono suoni.
Nel 1951 Cage visitò la camera anecoica dell'Università di Harvard, una stanza progettata in modo che le pareti, il soffitto e il pavimento assorbano ogni suono prodotto al suo interno, anziché rifletterlo come eco. La camera è anche isolata dall'esterno.
Vi entrò aspettandosi il silenzio, ma anche lì restavano i suoni prodotti dalla vitalità del proprio sistema nervoso e del sangue in circolo, amplificati al massimo dall'assenza di tutto il resto.
Il luogo pensato per il silenzio assoluto non era, in senso stretto, silenzioso. Da qui la sua riflessione: "Fino alla mia morte ci saranno suoni. E continueranno a seguirli dopo la mia morte. Non occorre temere per il futuro della musica."
Fu questa scoperta a portarlo a comporre 4'33": il 29 agosto 1952, a Woodstock, durante un recital di pianoforte contemporaneo, David Tudor si sedette davanti allo strumento e per tre volte aprì e chiuse la copertina della tastiera, per segnare l'inizio di ogni movimento, senza suonare una sola nota per gli interi 273 secondi totali del brano.
La performance voleva sensibilizzare il pubblico a tutto ciò che tendiamo a ignorare, ad appiattire in una sorta di quiete illusoria.
Quella scoperta nella camera anecoica non era un'eccezione, ma la regola. Non esiste una versione del mondo davvero silenziosa, ed è forse per questo che il silenzio ci mette a disagio quanto il frastuono stesso: perché non è mai vuoto per davvero, è solo qualcosa che non abbiamo ancora imparato a percepire.
Lo stesso vale, su scala più ampia, per il brusio della città. Esiste, e non possiamo fare a meno che esista: è il sottofondo continuo della vita collettiva, fatto di risate, litigi, sirene, notizie che si accumulano, fatti che accadono anche quando non li guardiamo. È difficile da afferrare, senza una melodia, senza una sintesi possibile. Eppure è proprio questo, e non l'ordine che a volte inseguiamo, a essere il mondo così com'è davvero. Lasciarlo entrare — anche senza pretendere di decifrarlo del tutto — è il modo in cui comprendiamo ciò che ci circonda.
Tapparsi le orecchie, al contrario, significa tagliare i ponti con la realtà. E un ponte tagliato non fa sparire ciò che sta dall'altra parte: lo rende solo invisibile, per un po', quanto basta per non pensarci più. Quando quella realtà torna a farsi sentire — perché prima o poi torna sempre — lo fa in modo più violento, più devastante, proprio perché non l'avevamo vista arrivare.
C'è un meccanismo preciso dietro questo allontanarsi: la fretta. Vivere a scatti, saltare da una cosa all'altra senza sostare, riempire ogni vuoto con la prima distrazione a disposizione pur di non sentire — tutto questo recide le connessioni con ciò che accade davvero. La fretta non è neutra: è una forma di sordità che ci costruiamo addosso, spesso senza accorgercene, semplicemente perché non c'è tempo per dare peso a qualcosa che non chiede nulla in cambio e non promette ricompense immediate.
Prendiamo il cambiamento climatico. È facile liquidarlo d'istinto, di pancia: non è un evento, è un processo lento, e i processi lenti non hanno l'urgenza che cattura l'attenzione. Ma smettere di prestargli ascolto non significa che smetta di accadere. Continua a lavorare sotto la soglia della coscienza, esattamente come continua a manifestarsi nel mondo.
Lo stesso vale per chi tenta la traversata del mare e non ce la fa. Possiamo fare finta di nulla, possiamo distogliere lo sguardo — ma i migranti continuano a partire, e il mare continua a inghiottirne alcuni, indipendentemente dal fatto che la TV accesa per caso sul telegiornale ce lo ricordi, o che scorrendo Instagram ci appaia un breve articolo in merito, sommerso di commenti di chi cerca di convincersi che non sia una notizia da far risuonare dentro di sé — perché immaginare un essere umano che annaspa inghiottito dalle onde, incapace persino di urlare mentre l'acqua gli riempie le corde vocali, non è certo un pensiero piacevole. Il nostro voltarci dall'altra parte non cambia una virgola di quanto accade: cambia solo la nostra capacità di rispondere, di comprendere, di sentirlo come parte della stessa realtà in cui viviamo.
E le bombe: continuano a cadere, a demolire edifici, a spezzare le vite di chi quegli edifici li abitava, indipendentemente dal fatto che compaiano o meno nel nostro flusso di attenzione quotidiano — un titolo scorso distrattamente sullo schermo, una notifica chiusa prima ancora di essere letta fino in fondo, pur di non lasciare spazio a un pensiero che non abbiamo scelto di avere.
Il rumore di fondo positivo, allora, non è piacevole in senso stretto. È positivo perché ci mantiene collegati a ciò che è vero, anche quando è scomodo, anche quando è doloroso. Come il sangue che scorreva nelle orecchie di Cage dentro la camera anecoica, è la prova che siamo ancora vivi, ancora dentro il mondo, ancora attraversati da qualcosa che non controlliamo del tutto, ma che tutti percepiscono, ricordandoci che anche oggi, nell’individualismo estremo, siamo ancora un tutt’uno, una società.
Prestargli attenzione non risolve i problemi che racconta, ma è la condizione minima per non esserne travolti impreparati.
Tapparsi le orecchie non è neutralità: è solo un rinvio. E i rinvii, quando riguardano la realtà, si pagano sempre con gli interessi.

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