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Resistenza gioiosa: privilegio o rivoluzione?

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 15 ott 2025
  • Tempo di lettura: 4 min


In un mondo che sembra progressivamente indurirsi, dove ci si sofferma sulla sola rabbia di chi si espone senza chiedersi da dove scaturisca, dove basta condividere nelle storie dei post informativi per sentire di aver fatto la propria parte, la gioia può essere una delle poche forze capaci di opporsi all’indifferenza. Non come evasione, ma come gesto che rompe la crosta della rassegnazione, che tiene in vita la possibilità di sentire, di vedere, di restare umani.


“In certi momenti mi sembrava che il mondo stesse diventando tutto di pietra: una lenta pietrificazione più o meno avanzata a seconda delle persone e dei luoghi, ma che non risparmiava nessun aspetto della vita. Era come se nessuno potesse sfuggire allo sguardo inesorabile della Medusa.” — Italo Calvino, Lezioni americane


La pietrificazione di cui parla Calvino è il rischio di una società inaridita, dove l’umanità si pietrifica. In questo contesto, la gioia vera — non quella finta e preconfezionata — è un atto raro, fragile, ma radicale. È un “no” al cinismo. Ma può bastare?


Una genealogia della gioia resistente: da Nietzsche alle lotte sociali


L’idea che la gioia possa essere una forma di resistenza non nasce oggi. Ha radici profonde, tanto nella filosofia quanto nelle pratiche politiche.

Per Friedrich Nietzsche, tra i primi a dare alla gioia una valenza esistenziale e ribelle, essa non è il contrario del dolore, ma la sua elaborazione più alta. In La gaia scienza (1882) e Così parlò Zarathustra (1883–85), la gioia non è leggerezza, ma forza che emerge nonostante — e attraverso — il peso dell’esistenza. Dire sì alla vita in tutta la sua contraddizione è per Nietzsche un atto rivoluzionario, capace di sfidare il nichilismo, la passività, la paura.


Questa visione si è incarnata, seppur in forme diverse, anche nella storia delle lotte sociali. Nei movimenti per i diritti civili, nelle marce delle donne, nei Pride LGBTQ+, la gioia non è decorazione, ma sostanza politica. Ballare, cantare, occupare lo spazio pubblico con il corpo vivo e desiderante non è evasione, ma conflitto. È la dichiarazione che non basta sopravvivere: vogliamo vivere. Non come ombra di noi stessi, ma come soggetti pieni di senso, di desiderio, di affetto e di libertà.

Anche nei contesti più oppressivi, la gioia ha spesso rappresentato un rifugio attivo e creativo: basti pensare alle comunità nere durante la schiavitù, che attraverso musica, rituali e spiritualità hanno mantenuto viva una dimensione di umanità negata. O ai popoli colonizzati che hanno resistito con la danza, la lingua, il canto, alla cancellazione culturale imposta dai dominatori. Non come estetica del folklore, ma come insubordinazione viva.


Babilonia: quando la gioia non basta


“Sui fiumi di Babilonia, là sedevamo piangendo al ricordo di Sion. Ai salici di quella terra appendemmo le nostre cetre.” (Salmo 137, 1–2)


Ci sono momenti, però, in cui cantare diventa impossibile. Non per mancanza di voce, ma perché il mondo intorno ha perso ogni armonia. Gli esiliati ebrei, deportati a Babilonia, durante il periodo di cattività (587 a.C.- 537 a.C) non distruggono i loro strumenti: li appendono ai salici. È un gesto silenzioso ma potentissimo, che dice: non adesso, non qui. In un luogo di dolore e perdita, la bellezza non può essere suonata a comando.


Quel gesto antico parla anche a noi. In un tempo in cui tutto spinge alla produttività, alla positività obbligata, all’intrattenimento continuo, la gioia rischia di diventare un’imposizione. “Sii felice”, “non pensarci troppo”, “vai avanti”: comandi travestiti da conforto. Ma quando intorno c’è solo devastazione — sociale, ambientale, affettiva — può la gioia essere ancora vera, o rischia di farsi complicità inconsapevole?


Appendere la cetra ai salici, allora, è anche un atto di resistenza. Non è rinuncia, ma un modo per preservare la dignità del canto. Per dire che non tutte le emozioni sono disponibili, non tutti i sorrisi sono esigibili, non ogni dolore può essere saltato a piè pari con una danza.


Se la gioia viene separata dalla consapevolezza della ferita, rischia di diventare una forma estetica della rimozione. Può ridursi a un contenuto da mostrare, un prodotto da vendere, un’emozione performativa che serve solo a rassicurare. In questo senso, non è più resistenza, ma decorazione del disastro.

La vera gioia, invece, ha bisogno di memoria, di profondità, di autenticità. Non nasce ignorando Sion, ma ricordandola. Non si oppone al dolore, ma lo attraversa. Solo così potrà tornare a suonare — non per obbedire, ma per liberare.


Gioia come responsabilità: non fuga, ma visione

E allora? Che farne della gioia?


Abbandonarla sarebbe un errore. Rischieremmo di lasciare alla cultura dominante l’ultima parola sul desiderio, consegnandogli anche ciò che di più fragile e luminoso abbiamo. Invece, occorre riappropiarsene, ma con vigilanza critica. Non come disimpegno, ma come pratica piena di responsabilità.

La gioia è resistenza solo quando è radicata nella realtà, quando nasce da relazioni autentiche, quando sa tenere insieme il lutto e la speranza. È un atto politico se non cancella il dolore, ma lo riconosce e lo attraversa. Se diventa linguaggio condiviso, spazio di comunità, desiderio che non si lascia spegnere.

Essere gioiosi in tempi di tenebra non è ingenuità, ma sfida. È dire: nonostante tutto, non sarò pietra. Continuerò a sentire. A piangere, a ridere, a immaginare. Continuerò a danzare non perché il mondo sia giusto, ma perché voglio che lo diventi. E per farlo, ho bisogno di una forza che non venga solo dalla rabbia, ma anche dall’amore.

In questo senso, sì: ha senso oggi parlare di gioia come atto di resistenza, a patto che non sia una scorciatoia, né una maschera, né una terapia. A patto che non sia un hashtag vuoto. A patto che abbia voce, radici, corpo e visione.

Perché la gioia, quella vera, quella che si rifiuta di essere addomesticata, è già in sé una forma di insubordinazione. È un modo di dire al mondo: non ci avete spezzato.


Fonti:

●       Friedrich Nietzsche, La gaia scienza, + Così parlò Zarathustra, Adelphi

●       Italo Calvino, Lezioni americane,

●       Salmo 137, Bibbia CEI

●       José Esteban Muñoz, Cruising Utopia. The Then and There of Queer Futurity, NYU Press, 2009

●       bell hooks, Teaching to Transgress, Routledge, 1949

●       Angela Davis, Freedom is a Constant Struggle, Haymarket Books, 2016

 
 
 

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