Quelli che ben pensano
C’è una frase a cui penso spesso: Gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili.
È parte di Quelli che ben pensano di Frankie hi-nrg mc. Nel 1997 si riferiva ai colletti bianchi interessati a schiacciare il prossimo, a quei benpensanti benestanti interessati a schiacciare il prossimo, a vincere, a non far arrivare nessun altro all’interno delle loro abitazioni blisters full optional.
Eppure continua a risuonarmi in testa per ben altri motivi, ancor di più dopo aver letto l’articolo di Irene Graziosi apparso su Lucy sulla cultura. L’articolo di Graziosi prende le mosse dalla pasquinata di Michele Masneri e Andrea Minuz pubblicata su Il Foglio ed interamente dedicata al fenomeno dei “baby opinionisti”, quei giovani intellettualisocial personificati, tra gli altri, da Edoardo Prati, Raffaele Giuliani, Riccardo Pedicone e Giorgio Maria Cornelio. Il tono canzonatorio di Masneri-Minuz cavalca l’onda del facile fastidio provocato da questa tipologia di influencer: l’istrionismo, l’intellettualismo prêt à manger, la mancanza di una visione strutturata nonostante — o meglio, proprio a causa di — una formazione universitaria ancora in corso. Eppure, vi sono almeno tre motivi per cui è interessante sviscerare la questione: la scomparsa degli intellettuali in senso tradizionale, il cortocircuito innescato dai social in seno a tale mancanza e la performance dell’intellettuale come unica via di sopravvivenza.
In quale cameretta si trova il prossimo Pier Paolo Pasolini?
Vi è una domanda che ci si pone sempre più spesso: dove sono finiti gli intellettuali? Dove sono i nostri Pier Paolo Pasolini? Che ne è stato delle grandi pensatrici femministe, dove si trova la prossima Carla Lonzi? Forse gli intellettuali si sono semplicemente estinti. Oppure esistono ancora, solo si trovano un po’ più ai margini, mentre il loro ruolo nel dibattito pubblico è stato occupato da figure di tutt’altra natura, innescando quello che Stefano Mantellini descrisse come un vero e proprio processo di sostituzione qualitativa prima che generazionale.
I social infatti rispondono, almeno in parte, a questa nuova legge della domanda e dell’offerta. Vi è una pletora di personaggi che cercano di sopperire alla mancanza di intellettuali: sono i giovani content creator appassionati di letteratura, cinema, geopolitica, attivismo che spendono la propria esistenza sui social media con l’obiettivo di trasmettere la loro passione ai propri follower. I contenuti condivisi da questa nuova generazione si basano su coordinate ben precise: una forte settorialità in grado di addomesticare l’algoritmo; una narrazione che afferma di privilegiare la profondità rispetto al consumo rapido; la creazione di personaggi capaci di intercettare intere fasce generazionali per ragioni speculari: il loro essere tanto rassicuranti quanto superficiali.
Il cortocircuito tra precarietà e mercato della visibilità
A fare molto rumore nell’impatto con il sistema mediatico tradizionale non è stato l’articolo del Foglio in sé, bensì la risposta di Edoardo Prati, che rinvia ad un sistema ben più complesso, legato al nuovo ruolo dell’intellettuale e all’immobilità della struttura meritocratica e professionale. Pubblicata tramite un carosello Instagram, nella sua parte finale tocca i punti centrali: M&M state tranquilli, non siete minacciati da noi perché noi non diventeremo mai scrittori o intellettuali, non ci è concesso. Infatti, mentre voi scrivete i vostri articoli e i vostri libri, noi veniamo presi venduti e buttati nel cestino. Voi dai vostri editori venite letti, noi veniamo quotati. Su di voi nel corso degli anni si è investisto dal punto di vista culturale, siete stati formati, cresciuti, rimproverati, istruiti, vi è stato dato modo di applicare le vostre virtù e le vostre abilità, a noi no. Noi siamo, per la maggior parte, studenti universitari che sognano di fare il vostro lavoro. Ci siamo inventati un modo di farci sentire nella speranza che qualcuno ci aprisse le porte e ci aiutasse a crescere nei nostri obiettivi, ma dove voi avete trovato pagine da scrivere noi abbiamo trovato contratti e, ahimè, qualcuno lo abbiamo firmato nella speranza di aprirci una strada. Non siamo la stessa cosa cari Masneri e Minuz. “Sono tanti, sono giovani e forti” scrivete all’inizio del vostro articolo, ma non siamo più di una decina. Non siamo giovani, siamo solo nati troppo tardi e non possiamo essere forti perché non c’è una casa per noi o una tradizione che ci difenda o qualcuno che ci prenda in bottega e investa su di noi.
La risposta di Prati diviene preziosa nell’indagare quel retroscena ben più complesso: il mancato riconoscimento economico in ambito culturale, l’elitarismo del settore e la strada aperta dai social media come antidoto alla nuova invisibilità professionale. La cultura non paga, i contratti sono ridicoli o inesistenti. Ecco dunque che i social media offrono una possibilità di riscatto non indifferente: aggirando il sistema accademico tradizionale, permettono lo sviluppo di una linea editoriale personale e la creazione di una community settoriale. Avere qualcuno che commenta ciò di cui parli con passione dalla tua cameretta è una forma di validazione consolatoria in ordine a tutti quei curriculum rifiutati, a quel concorso di dottorato andato male, a quello stage non retribuito. È l’inventarsi un modo per farsi sentire, un antidoto per non essere più invisibili.
Il cosplay dell’intellettuale e la performance del privilegio
La risposta di Prati svela, suo malgrado, un altro nodo irrisolto: l’essere concepito come personaggio, e nulla più. Del resto, per essere un intellettuale si deve studiare, scrivere, leggere, pensare, cercare di sottrarsi al rumore assordante del mondo, e i social sono il rumore di fondo da cui è necessario affrancarsi per avere il tempo di pensare con la propria testa. Prati, Giuliani e tutti gli altri trascinano il peso dei loro simulacri, il senso di soffocamento dato da papillon troppo stretti e maglioni a quadri indossati in piena estate. È ciò che Alice Valeria Olivieri ha definito cosplay dell’intellettuale, la digievoluzione del secchione amato dalle professoresse di ogni liceo.
Nel suo parlare composto, capelli scompigliati e occhiali dalla montatura spessa, Prati crea un personaggio tanto riconoscibile quanto rassicurante per una molteplicità di osservatori: dalla Gen-Z del BookTok ad un pubblico adulto rassicurato da giovani con la testa sulle spalle. Più in generale i baby opinionisti assolvono dunque ad un ruolo di cui il sistema mediatico italiano aveva disperatamente bisogno, quello che Graziosi definisce come il “giovane vecchio” che non va a ballare, non si droga, ama la scuola e la cultura, preferisce passare il sabato sera a casa a leggere sonetti e fare versioni di latino.
Sono intorno a me, ma non parlano con me. Sono come me, ma si sentono meglio
Graziosi nel commentare la vicenda tocca un punto nevralgico: Masneri e Minuz vengono visti come parte della vecchia guardia costruitasi attraverso una formazione universitaria solida, formatasi quando chi si affacciava al mondo culturale veniva preso sul serio. Eppure, nessuno in un mondo precedente ai social network, a vent’anni e senza aver scritto libri importanti, sarebbe arrivato in prima serata sulla Rai o avrebbe presentato eventi prestigiosi nei contesti letterari, arrivando a guadagnare ben di più di chi una carriera la sta costruendo o l'ha costruita in epoca diversa.
Il paradosso si compie qui. Se da un lato i social sono nati come risposta alla precarietà e alla chiusura delle istituzioni culturali, dall'altro si sono trasformati in una potentissima scorciatoia. Hanno permesso a una ristretta élite di creator di monetizzare la posa dell'intellettuale molto prima di averne maturato l'opera, garantendo loro una visibilità, un potere d'acquisto e una centralità mediatica che nessun precario dell'editoria o dell'università vedrà mai.
“Gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili” assume un contorno ancora più cupo: in questa nuova architettura della cultura, gli "ultimi" non sono i baby opinionisti che collegano contratti sponsorizzati e prima serata televisiva denunciando la mancanza di maestri. Gli ultimi sono coloro che, non avendo la presenza scenica per addomesticare l'algoritmo né il privilegio per recitare la parte dell'intellettuale in purezza, continuano a scrivere, studiare e sottopagarsi nell'ombra dell'invisibilità, mentre sopra di loro i "primi" hanno soltanto cambiato veste, spostando il baricentro del potere culturale dai salotti del Novecento alle metriche di Instagram.

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