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Quando vincono le fallacie ci perdiamo tutti/e

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 11 ago 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Quando, nella comunicazione politica, è stato sdoganato il tifo da stadio, riducendo la complessità della realtà a slogan da curva sud? E siamo sicuri che non ci sia un legame profondo tra questa trasformazione e la nuova epoca comunicativa in cui siamo immersi?


Nel mezzo di una dell’ultima grande rivoluzione comunicativa: quella dei social e del web e sarebbe ottuso pretendere che la politica e le istituzioni se ne astengano in virtù della nostalgica immagine inarrivabile che avevano i protagonisti della prima repubblica. Una posizione di questo tipo è prontamente azzittita dal riconoscimento di questi nuovi mezzi, come mezzi appunto, canali tramite cui veicolare un messaggio.


Far sì che la comunicazione sia immediata e “intima” non dovrebbe implicare aprioristicamente la semplificazione del concetto; eppure non è così.

Non siamo più nell’epoca in cui si scolpiscono i volti dei politici nelle montagne, ma i livelli di autoridicolizzazione della politica sono stati di gran lunga superati rispetto all’ironico dissenso che potevano rappresentare i meme e pure dall’imbarazzo di certe live Instagram nei periodi di lockdown.


Se si passeggia per Threads, ci si può facilmente imbattere, anche più volte, in post del profilo ufficiale di Fratelli D’Italia davanti ai quali non è facile tenere a freno la vergogna e la frustrazione: Sfilze di grafiche in cui si combatte il grosso fantoccio nemico: la temutissima sinistra.


Era già abbastanza folle aver visto in un carosello il “manuale estivo per far arrabbiare la sinistra”. Vedere che le figure in carica si servino della potenzialità comunicativa dei social per giocare a lanciarsi frecciatine con l’opposizione è triste. E non solo è triste, ma pericolosamente dannoso: Questo tipo di comunicazione politica, via social, mina la percezione della politica dal singolo, dal cittadino.


Dopo la crisi del 2008, anche in Europa gli studiosi allarmano e riflettono su quanto polarizzata la politica sia oggi e gli algoritmi, i veri padroni dell’era in cui stiamo vivendo,  non fanno altro che alimentare questa sorta di guerra civile intestina.

L’esposizione alle informazioni si promette soltanto come democratica, quando nella realtà dei fatti per sua definizione comporta due fenomeni che fungono come combustibili perfetti per alimentare l’aria di tifoseria.


Navigando tre le timeline dei nostri feed stiamo rimbalzando in realtà tra le stesse informazioni familiari simili a quelle con cui abbiamo precedentemente interagito: questo ci isola da quelle che invece possono spingerci a ragionare criticamente, le cosiddette  “minacce di significato”. Poiché le piattaforme social premiano l’attenzione, e poiché l’attenzione è più facilmente catturata da contenuti emotivamente carichi o conflittuali, questi diventano più virali e più visibili. In pratica, non è l’intenzione umana ma il funzionamento del sistema che amplifica ciò che divide.


E allora vediamo come il tipo di comunicazione che ha fatto la fortuna dei social, sta venendo ampliato impropriamente ed esteso al dibattito politico, alimentando intere campagne politiche, superficiali e dai toni sempre più accesi, basate sul demolire l’avversario, sull'aggredire l'operato altrui.

 

Nel momento in cui il dibattito viene ricondotto a una guerra personale e la tecnica di offesa coincide con l’uso sistematico delle argomentazioni ad hominem -cioè attacchi personali invece di confutazioni razionali - su un lungo periodo non può che esercitare un effetto profondamente corrosivo sul dibattito politico nel lungo periodo.


Se lo dovessimo osservare attraverso una lente hegeliana, in particolare quella del processo triadico dialettico (tesi-antitesi-sintesi), l’effetto diventa ancora più chiaro e preoccupante. La matrice del problema sta nell’essenza stessa di questa tipologia di argomentazione: è una fallacia logica in cui si attacca l'interlocutore (la sua moralità, coerenza, passato, ecc.) invece di rispondere al contenuto della sua argomentazione.


Per Hegel, il progresso dello spirito e della società avviene attraverso un conflitto dialettico: la tesi, un’idea dominante o una visione del mondo; l’antitesi: una contro-idea che la prima ela sintesi, il superamento che integra elementi di entrambe e crea un livello più alto di comprensione. Questo processo richiede conflitto razionale tra idee opposte: è il cuore del pensiero critico e del progresso politico e culturale.


Quando però l’obiezione posta non critica il contenuto, ma il contenitore non si confrontano più le idee, ma si delegittima l’interlocutore. Ne consegue che  il confronto tra tesi e antitesi si interrompe prima che possa produrre sintesi.

Inoltre la dialettica hegeliana richiede che le idee siano messe alla prova razionalmente. “L’ad hominem” trasforma il confronto in polarizzazione emotiva, non in sviluppo concettuale.


Si crea un loop sterile: una tesi urlata come un coro ai quattro venti e protetta ad oltranza e ferocemente, senza vera antitesi né sintesi.

Le posizioni diventano così identitarie, non negoziabili e le parti finiscono per rivendicare fieramente gli stereotipi che nel tempo hanno dovuto sopportare. Nel frattempo, da chi ne rimane emotivamente slegato viene meno la fiducia nella politica come strumento razionale: se tutto è attacco e screditamento, il pubblico medio smette di cercare verità o coerenza, il resto vede allontanarsi e utopizzarsi la possibilità di arrivare a sintesi superiori. Prevale il cinismo e l’astensionismo vince.


Non sarebbe forse il momento di restituire dignità al dibattito pubblico, smettendola di scambiare l’odio per partecipazione e la semplificazione per accessibilità?


L’effetto novità dei nuovi mezzi si è esaurito da tempo, ed è ora di chiederci come trasformarli in strumenti funzionali, non in arene per il discredito reciproco. Se è ingenuo aspettarsi che il cambiamento parta spontaneamente da chi detiene oggi visibilità e potere, allora forse serve si cominci come pubblico a noi — come pubblico, come cittadini — iniziare a esercitare un senso critico più severo, scegliendo con maggiore consapevolezza a chi concedere risonanza.

 
 
 

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