Quando la terra educa al No. Dal Salento all'Albania, le cose arrivano sempre dopo.
- tentativo2ls
- 28 giu
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Sono circa settanta i chilometri che separano le coste salentine da quelle albanesi. Dal faro di Punta Palascia, nelle giornate limpide, si vedono nitidamente le montagne al di là del mare. Da bambino, quando le vedevo scagliarsi dietro la linea dell'orizzonte, mi chiedevo quale immagine venisse restituita dall'altra parte. In Salento non ci sono montagne, per questo ero convinto che noi potessimo vedere loro, ma che loro non potessero vedere noi. Mi ci sono voluti alcuni anni per capire che al Mediterraneo non servono alture per riflettere ciò che accade sulle sue sponde.
Da questa parte dell'Adriatico si è sempre pensato che le cose in Albania arrivassero dopo: prima passavano da noi, come accadeva per le novità americane che raggiungevano l'Italia con qualche anno di ritardo. Accoglievamo i suoi profughi quando le nostre spiagge iniziavano a riempirsi di sdraio e ombrelloni. Poi, quando le spiagge non sono più state nostre, siamo andati lì a farci le vacanze. Ora che è chiaro – ma non ancora abbastanza, per lo meno non a tutti – che quel modello di crescita non è sostenibile, l'Albania incontra la sua prima grande manifestazione di rabbia contro le pratiche di sviluppo esogeno.
Una manifestazione enorme, più grande di quella che, una decina di anni fa, abbiamo provato a costruire qui in Salento contro la realizzazione della TAP. All'epoca nessuno ci ha ascoltato.
La Trans Adriatic Pipeline – il metanodotto che porta gas dall'Azerbaigian fino all'Europa occidentale, passando per Grecia e Albania e approdando a Melendugno, sulla costa salentina di San Foca – ha visto l'inizio dei propri lavori nel 2016 per entrare in pieno servizio commerciale quattro anni dopo, nel 2020. Per certi versi, rappresenta la prima grande infrastruttura del nuovo secolo ad aver contribuito a ridefinire il ruolo geopolitico dell'Adriatico. Da margine delle grandi rotte della globalizzazione a spazio sempre più conteso da attori pubblici e privati, il Mediterraneo orientale ha progressivamente condensato nelle proprie acque questioni che tengono insieme energia, migrazioni, investimenti, commercio e cooperazione militare.
Quando una regione storicamente periferica comincia ad attirare l'attenzione di miliardari e leader mondiali che, fino a pochi anni prima, non avrebbero saputo dove puntare il dito sulla cartina per indicarla, significa che quella periferia ha iniziato a rivelare un valore strategico. A quel punto la sua posizione, le sue risorse e soprattutto il suo ritardo di sviluppo diventano un'opportunità da mettere a valore. Mettere a valore significa attrarre capitali, e con essi arrivano anche i soliti proseliti di occupazione, modernizzazione e progresso. In nome di tutto ciò si concedono deroghe, si allentano vincoli, si sacrificano tutele ambientali e processi di integrazione sociale. In poche parole, le periferie del mondo restano periferie, pur venendo raccontate come nuovi laboratori del benessere. Tutto si regge su questo paradosso: convincere una popolazione di essere finalmente uscita da una condizione marginale mentre il valore prodotto dal suo sfruttamento continua a gonfiare le tasche – e l'impunità – di qualcun altro.
Dieci anni fa una parte significativa della comunità salentina si oppose con forza alla realizzazione di questo tubo infernale. Lo si considerava una minaccia per i fondali marini e l'intero ecosistema locale, dato che il suo terminale terrestre avrebbe comportato l'espianto di centinaia di ulivi, alterando un paesaggio che per secoli ha definito il volto della macchia mediterranea. E poi, appariva in aperta contraddizione con quella retorica della transizione ecologica e della green economy che in quel periodo iniziava a occupare spazio nel dibattito pubblico, rivelandosi però, nei fatti, molto meno vincolante quando entrava in conflitto con interessi di ben altra natura. In nome della sua presunta necessità strategica (iniziava allora a tingersi di tratti ossessivi l'obiettivo di svincolarsi dal gas russo), l'opera è stata protetta fino all'ultimo – non lo sono stati, invece, i manifestanti caricati dalle forze dell'ordine né le centinaia di alberi sradicati per consentirne la realizzazione – e oggi giace indisturbata sul fondale del Canale d'Otranto.
È anche alla luce di queste esperienze che il Salento guarda adesso all'Albania, con la speranza che quello sguardo venga ricambiato. Con la speranza che, dall'altra parte dell'Adriatico, le istanze delle comunità locali trovino ascolto, a differenza di quanto è accaduto qui. Da oltre venti giorni, infatti, migliaia di cittadini albanesi scendono in strada e riempiono le piazze per protestare contro il progetto turistico ultraesclusivo che Jared Kushner e Ivanka Trump intendono realizzare nella riserva naturale di Pishë Poro-Narta – una delle ultime aree lagunari ancora intatte del Paese – e sull'isola di Sazan, piccolo avamposto incontaminato all'imbocco del canale d'Otranto. Ciò che rende la questione particolarmente significativa non è soltanto l'aspetto ambientale, né esclusivamente la portata invasiva e la scarsa trasparenza dei capitali coinvolti. È l'insieme delle criticità che emergono quando questi elementi vengono letti nella loro connessione reciproca.
Inutile girarci attorno: sarebbe un po' ingenuo credere che la Trump family sia disposta a investire un miliardo e mezzo di dollari per costruire una costellazione di resort di lusso soltanto perché Ivanka sarebbe rimasta folgorata dalla bellezza dei luoghi durante una gita in barca. Uno dei quali, guarda caso, è un'isola che per decenni è stata base militare italiana e poi albanese, off-limits a chiunque fino all’altro ieri, situata nel cuore del Canale d'Otranto e a poca distanza dal tracciato della TAP, al centro di uno spazio adriatico-balcanico verso cui le grandi dinamiche della competizione globale stanno rivolgendo un'attenzione crescente. Non è un dettaglio da poco che, appena un anno fa, qui in Salento, una società immobiliare made in Israel dichiarasse l'intenzione di realizzare una “colonia israeliana” (testuali parole) autosufficiente nell'estremo sud della Puglia: un altro segnale di come questo angolo d'Adriatico sia tornato, per ragioni diverse e per attori diversi, a “piacere” molto.
E dovrebbe perlomeno sollevare qualche dubbio il fatto che il governo albanese, nella persona di Edi Rama, abbia progressivamente allentato e rimosso gran parte delle tutele che proteggevano le aree in questione per quello che, a conti fatti, è un semplice resort di lusso. Una scelta che, tra l'altro, ha finito per entrare in collisione non soltanto con il dissenso delle comunità locali e con i pareri negativi di diverse istituzioni nazionali, ma anche con le osservazioni avanzate da organismi europei, al punto da sollevare interrogativi sullo stesso percorso di integrazione dell'Albania nell'Unione. Da questo punto di vista, torna alla mente la National Security Strategy pubblicata dall'amministrazione Trump lo scorso dicembre, nella quale si delineava l'interesse americano per un'Europa meno coesa sul piano politico e più incline a far allacciare relazioni economiche e commerciali bilaterali tra Washington e i propri Paesi, che abbiano meno vincoli e pensate, è bene dirlo, a vantaggio degli States. Un'Albania disposta a riscrivere le proprie tutele ambientali e a mandare a frantumi il proprio ingresso nell’UE per accogliere un investimento della famiglia del presidente americano si inserisce, anche solo come episodio, in quella cornice.
Ecco, gli albanesi che in questi giorni stanno manifestando non vogliono certo passare per ingenui. Sanno bene di trovarsi dentro una dinamica che li eccede più che riguardarli, e proprio per questo continuano a gridare quel "no" che la loro terra li ha educati a pronunciare come forma di (r)esistenza a pratiche che vorrebbero scindere il legame tra essa e loro. Un "no" che serve anche a ribadire il desiderio di una cittadinanza realmente democratica, capace di riconoscerli come soggetti coinvolti nei processi di trasformazione.
Utilizzando la terminologia di Paulo Freire, si potrebbe dire che il popolo albanese abbia raggiunto un grado significativo di conscientização: quella consapevolezza critica che permette di riconoscersi prima come oggetto e poi come soggetto della propria storia, e che consente di non accettare passivamente che il mondo sotto i propri piedi venga ridefinito in nome di interessi estranei e di promesse destinate a rimanere promesse. Per Freire, del resto, il rifiuto smette di essere semplice reazione e diventa atto di liberazione solo quando ci si riconosce, prima di tutto, come oppressi.
Qui, in Salento, dieci anni fa abbiamo provato a farlo, e a dire il vero c'è chi continua a provarci ancora. Ma forse non eravamo e non siamo pronti, non abbastanza coscienti e preparati da impedire che ci tolgano – a colpi di "vita lenta" venduta a turisti facoltosi e opportunità di crescita – la terra da sotto le suole. Ci rincuora, però, sapere che, per una volta, ciò che è passato prima da qui abbia raggiunto l'altra sponda dell'Adriatico con un upgrade.
Non come le novità americane che arrivavano in Italia con qualche anno di ritardo.
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