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Quando il collezionismo diventa una scommessa: Pokémon, meme e l’ombra del gambling

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 12 dic 2025
  • Tempo di lettura: 4 min

Una giornata al Museo: la carta di Pikachu con il cappello di feltro


Nel settembre del 2023, il Van Gogh Museum di Amsterdam fu teatro di una giornata parecchio inusuale: il museo, in collaborazione con The Pokémon Company, progettò una mostra che vedeva alcuni iconici mostriciattoli del brand raffigurati nello stile dei dipinti del maestro espressionista olandese. Oltre all’esposizione di queste opere rivisitate, era ovviamente presente un negozio di souvenir intento alla vendita di gadget, cartoline e soprattutto carte Pokémon in edizione limitata; in particolare, queste ultime conobbero una vera e propria presa d’assalto da parte dei fan, accorsi appositamente per accaparrarsi la propria copia gratis di Pikachu with felt hat (Pikachu con cappello di feltro grigio, come nell’opera Autoritratto di Van Gogh). Una situazione rivelatasi esplosiva, al punto tale da indurre il museo a sospendere la donazione gratuita delle carte ai visitatori per i successivi giorni della mostra; un’esperienza, volta a far avvicinare i più piccoli al mondo dell’arte grazie al coinvolgimento con i loro mostriciattoli preferiti, azzoppata da orde di mefistofelici ragazzi della gen z, tutta intenta ad accaparrarsi il maggior numero possibile di carte.


Dopo poco tempo dall’inaugurazione della mostra, erano già presenti su siti di e-commerce alcune copie di Pikachu/Van Gogh al modico prezzo di 80 dollari: prezzo che provvederà a salire costantemente, fino ad arrivare in alcuni casi al migliaio di dollari. Come prevedibile, il sacco del Van Gogh Museum non prevedeva il ricevere un ricordo d’infanzia per il solo gusto di conservarlo, ricordare il passato e sognare un presente in cui i Pokémon sarebbero rimasti fedeli compagni nel tempo libero: la parte del leone è stata fatta dal reselling, mettere in vendita la carta e monetizzare su di essa. Un meccanismo oggi ben oliato, con prezzi stratosferici ambiti da collezionisti, dove l’arte dello “sbusto” ha assunto i connotati di un momento di euforia di massa nel riuscire a trovare la carta che, potenzialmente, potrebbe avere un valore monetario non indifferente. Una situazione che assomiglia pericolosamente al mondo del gioco d’azzardo, nel quale il web ha preferito, invece che denunciare il tutto, puntare sulla sdrammatizzazione della cosa.



All-in per il piacere immediato: il legame tra gioco e sistema di gratificazione


«Mia moglie ha chiesto il divorzio perché mi sono giocato il fondo pensione ai cani virtuali», «ho dimenticato di prendere mio figlio a judo perché ero in sala slot», «quando avrò 50 anni andrò a Montecarlo e giocherò tutti i risparmi di una vita sul rosso alla roulette». Su Internet, la sdrammatizzazione della ludopatia sembrerebbe essere un trend non indifferente. Da semplici post a video nei quali verrebbe promosso – oltre al gioco d’azzardo – uno stile di vita altamente disfunzionale e circondato da altre dipendenze (caffeina, tabagismo, infinite scrolling); una cornice nella quale è possibile riconoscere un minimo comune denominatore: la dopamina e il sistema di ricompensa immediata (reward system).


Che si tratti di video, foto, like o scommettere il proprio stipendio in un sistema di vincite totalmente casuale, il sistema che consente di abusare di questo genere di attività e di bramare costantemente sempre più euforia nel breve periodo è dato dal modello hook. Teorizzato nel saggio Hooked: How to Build Habit-Forming Products di Nir Eyal, il modello hook corrisponde a un framework adattabile a una molteplicità di attività d’intrattenimento, diviso in 4 fasi (trigger, action, variable redward, investment) basate su seduzione, azione, gratificazione e finale investimento continuo di tempo ed energie da parte del consumatore. Un sistema tossico che non investe soltanto casinò fisici e online ma – nel caso di ricompense legate a premi in denaro – anche l’universo delle carte collezionabili e rivendibili.


Anche nell’universo dei videogiochi sembrerebbe esserci questo problema: un articolo della rivista online Medicalxpress ha rilevato – grazie a una ricerca di diversi istituti universitari internazionali – che la tendenza a spendere soldi reali per ottenere potenziamenti e altri benefit distribuiti in modo casuale all’interno dei videogiochi (i cosiddetti pay-to-win) dimostrano un nesso causale con potenziali problemi con il gioco d’azzardo.


Ruolo dei meme, dei forum e ripensamento del valore dato agli oggetti


Tornando per un attimo al discorso relativo all’utilizzo di meme, la sdrammatizzazione di una patologia che può portare a ingenti perdite economiche e a comportamenti autodistruttivi può forse alleviare questo dramma (non essendo tuttavia assolutamente comparabile a un percorso clinico e psicoterapeutico); come accennato poc’anzi, sul web si moltiplicano pagine dedicate all’ironizzazione di questa condizione. I meme sono infatti strumenti che consentono di esteriorizzare le proprie emozioni e – in alcuni casi – essere un importante strumento di coping. Su Reddit il canale r/problemgambling riporta sia storie personali di dipendenza dal gioco d’azzardo, ma anche meme, i cui commenti sottostanti riescono per un momento a strappare una risata. Tuttavia, una crescita notevole di canali commentary e dirette da migliaia di spettatori rischiano di giocare un ruolo opposto, spingendo sempre più giovani nella trappola del gioco d’azzardo e nella speranza di ottenere il massimo guadagno con il minor sforzo, magari trovando un Charizard prima edizione e grazie ad esso vivere di rendita a tempo indeterminato.


L’emozione che si prova trovando casualmente la propria carta preferita all’interno di un pacchetto è qualcosa comune a molti ragazzi anche prima dell’esplosione di Internet: in quei casi, la soddisfazione poteva ritrovarsi nell’unicità e rarità di quella carta solo per il suo valore intrinseco, non economico. Oggi, le priorità sono cambiate, e tramite un’iperconnettività che inizia sin dalla tenera età non è inusuale che quella suddetta carta passi dalle mani di un ragazzino al marketplace di qualche sito di compravendita di oggetti. Ripensare il rapporto con gli oggetti e con il collezionismo è forse un metodo per evitare una spirale fatta di benessere temporaneo, nel quale ogni oggetto vale solo nel suo aspetto contrattuale e monetario, e che rischia di sfociare nell’associazione di quell’oggetto ad ogni aspetto del reale.


Fonti:

Il Museo Van Gogh ritira la carta di Pikachu per ragioni di sicurezza



 
 
 

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