Qual è la tua grammatica? - L'importanza di non specializzarsi
- tentativo2ls
- 24 giu
- Tempo di lettura: 5 min
Scritto in collaborazione con: Francesca Romana Centini
C'è un momento preciso in cui quella famosa colpa si insinua, sussurra e ti entra nelle ossa. Non arriva di notte, non bussa: è già dentro quando ci si accorge della sua presenza. Magari arriva durante un sabato pomeriggio, mentre la luce è quella giusta, e stai facendo una cosa che ami, che sia suonare, disegnare, leggere di storia medievale, studiare una lingua per nessun motivo pratico; poi senti, nitido e familiare, un rumore di fondo, una voce tagliente.
Sto sprecando tempo.
La voce non è tua, ma proviene comunque dal tuo corpo.
Il problema non è la voce in sé, è che raramente ci si chiede da dove venga. Si dà per scontato che chi insegue interessi eterogenei sia un po' dispersivo, un po' indisciplinato, incapace di scegliere, pieno di mille idee che non porta mai a termine. Che la coerenza costante sia una virtù e la curiosità, quando eccede i confini del proprio percorso, una forma di pigrizia mascherata da apertura mentale. Questa convinzione ha una storia, e come tutte le storie, vale la pena raccontarla dall'inizio.
Identità o catena di montaggio?
Nel 1776, Adam Smith scrive La ricchezza delle nazioni riportando esempio che diventerà fondante: una fabbrica di spilli. Divide il processo produttivo in diciotto operazioni distinte, dieci operai riescono a produrre quarantottomila spilli al giorno! Uno solo, facendo tutto da sé, a malapena ne farebbe venti.
La conclusione è ovvia: la specializzazione produce efficienza, ed è questo che vogliamo, no?
Quello che Smith non poteva prevedere, o forse non voleva, è che quel principio sarebbe uscito dalla fabbrica ed entrato nella vita. Si è passati rapidamente da efficienza lavorativa, che rispondeva alle necessità di una domanda in crescita, ad efficienza personale. Un secolo dopo, Frederick Taylor sistematizza il scientific management: ogni movimento del lavoratore viene misurato, ottimizzato, ridotto all'essenziale. Il corpo umano diventa un ingranaggio, e la variabile umana un problema da eliminare o, ancora peggio, da sistematizzare.
Poi ne va della scuola, Ivan Illich lo scrive nel 1971 in Descolarizzare la società: l'istituzione scolastica moderna non è nata per formare individui, ma per produrre lavoratori funzionali ad un sistema che aveva bisogno di sapere dove trovare competenze specifiche, in tempi prevedibili, a costi controllati. I bambini vengono divisi per età, non per interesse o attitudine, e avanzano in blocco attraverso un curriculum che premia la risposta giusta, non la domanda insolita o la curiosità sfrenata (a meno che non sia in linea con i programmi).
Il risultato, a distanza di un secolo e mezzo, è una cultura in cui il curriculum vitae è l'autobiografia e la coerenza è la virtù cardinale nonché quella più premiata. LinkedIn, soprattutto, ha semplicemente reso il meccanismo visibile: ogni esperienza deve giustificarsi rispetto alla precedente, ogni interesse deve essere monetizzabile o tacere o essere premiato e festeggiato. La parola dilettante, che nell'Ottocento indicava chi si dedicava a qualcosa per il puro piacere di farlo, e non era affatto un insulto, è diventata sinonimo di superficialità, come il dire “essere generalista”. Non si capisce perché farlo notare sembri ancora sorprendente.
Il bisogno di un permesso
Elizabeth Gilbert, in Big Magic, scrive una cosa che nel contesto della saggistica motivazionale rischia di sembrare ovvia, ma è necessario sottolineare in questo: la creatività non è un talento che si possiede, è una relazione che si coltiva costantemente, soprattutto nella quotidianità. Non dipende da quanto si è specializzati, ma da quanto si rimane in ascolto di sé, di ciò che chiede attenzione e di quella voce che dice voglio capire anche questo.
La specializzazione ossessiva, in questo senso, non è necessariamente una garanzia di eccellenza. È spesso una strategia per sedare l'ansia. Si sceglie un recinto e si smette di sentire il richiamo di ciò che sta fuori. È comprensibile perché il recinto dà sicurezza, dà identità, dà qualcosa da dire quando qualcuno chiede cosa fai. Ma questo recinto non va confuso con la sicurezza di un futuro promettente, o di restare curiosi.
Isaiah Berlin, in un saggio del 1953 dedicato a Tolstoy, riprende una distinzione del poeta greco Archiloco: la volpe sa molte cose, il riccio ne sa una sola, grande. La cultura contemporanea premia sistematicamente il riccio: chi ha una risposta definitiva, un'identità definita, un posizionamento chiaro. La volpe è sospetta, troppo generalista, ne sa tante o forse nessuna. Eppure Tolstoy, scrive Berlin, era una volpe che si tormentava per non essere un riccio e si chiedeva come esserlo, costantemente. Nonostante l’essere una volpe, però, Tolstoy è riconosciuto universalmente per il suo talento.
Il contro-equivoco
A questo punto è necessario fare un passo indietro, prima che qualcuno fraintenda la direzione del ragionamento.
Sostenere la pluralità degli interessi non significa sostenere la superficialità, il continuo cambiamento e il non perseguire la fatica di andare in profondità nei vari domini d’interesse. Robert Greene, in Mastery, insiste con forza sull'importanza del tempo lungo: padroneggiare qualcosa richiede anni, richiede attenzione sostenuta, richiede di attraversare la fase in cui si è mediocri prima di diventare capaci. Tutto questo è vero, e non è in contraddizione con nulla di ciò che si sta dicendo.
Il punto non è quante ore si dedicano a ogni cosa. Il punto è capire cosa succede quando domini diversi si parlano. I cognitive scientist lo chiamano transfer analogico: la capacità di portare strutture di pensiero da un campo a un altro, riconoscere patterns in contesti apparentemente distanti, applicare a un problema una soluzione che viene da tutt'altra direzione.
Un musicista che studia matematica non smette di essere un musicista, anzi, spesso diventa un musicista migliore, perché ha imparato qualcosa sulla struttura, sulla progressione, sulla simmetria che la sola pratica strumentale non avrebbe dato. Un designer che legge filosofia non deve diventare necessariamente un filosofo, ma potrebbe diventare un designer che si fa domande diverse.
La multidisciplinarità non deve essere vista come una fuga dall'impegno. È una scelta di impegno plurale più difficile, perché non offre l'alibi del recinto e la sicurezza di un riscontro a “breve termine”.
Una grammatica va portata ovunque
Gae Aulenti rappresenta l’eccezione che conferma la regola. Architetta, designer, scenografa teatrale, curatrice di allestimenti museali: la sua carriera attraversa discipline che sulla carta sembrano avere poco in comune. Eppure non c'è nel suo lavoro la sensazione di chi fa troppe cose e nessuna bene. C'è, al contrario, una continuità di sguardo che attraversa i materiali e i contesti: un modo di pensare lo spazio, la luce, la relazione tra chi abita un luogo e il luogo stesso, che rimane riconoscibile dal Teatro alla Scala al Musée d'Orsay.
Il filo conduttore non era la disciplina, bensì una grammatica: un insieme di domande, di valori estetici, di modi di stare di fronte a un problema che portava con sé ovunque andasse. La coerenza non stava nell'etichetta professionale, ma nella sensibilità del suo gusto e del suo sguardo.
Questa è la distinzione che vale la pena fare, e che il discorso sulla specializzazione tende a ignorare: c'è differenza tra avere un'identità disciplinare e avere un'identità intellettuale. La prima dice cosa si fa, mentre la seconda dice come si pensa. Ed è la seconda, nel lungo termine, a determinare la qualità del lavoro in qualunque campo lo si faccia.
Qual è la tua grammatica?
C'è una colpa diffusa nel dedicarsi a qualcosa che non compare nel proprio percorso formale, che non si traduce direttamente in competenze spendibili, che non giustifica il tempo che gli si dedica. Quella colpa non viene dall'interno, bensì da un sistema che ha imparato a misurare il valore umano in termini di produttività, di efficienza numerica, di successo, e che ha talmente interiorizzato questa misura da renderla invisibile.
Riconoscere da dove viene la voce non la fa sparire, ma cambia il rapporto che si ha con essa e le domande che ci poniamo quando, invece, facciamo qualcosa che amiamo.
La domanda che vale la pena portarsi dietro non è “sto sprecando tempo?”, bensì “qual è la mia grammatica?”. Cosa rimane costante, nei miei interessi, nei miei modi di guardare le cose, nelle domande che mi pongo? Quella continuità non è dispersione, è il filo conduttore che puoi portare in qualsiasi cosa tu scelga di fare.

Pensiero molto interessante cesca, penso sia giusto avere più passioni e talenti da coltivare la mia opinione e che per distinguersi bisogna avere un dettaglio o unapropria firma personale per appunto spiccare rispetto alla massa, ma sono d’accordo sul fatto che come dice bauman nella modernità liquida i tempi sono cambiati e tutti posso coltivare più passioni, un saluto da Beppe 👍