Psicogeografie del controllo
- tentativo2ls
- 16 mar
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C’è un momento preciso, mentre si cammina in una città sconosciuta, in cui ci si accorge di essersi persi. Non è subito panico, è piuttosto una sospensione: il telefono resta in tasca, la mappa non viene aperta, lo sguardo si alza. La città, improvvisamente, smette di essere uno sfondo e diventa un interlocutore dove ogni angolo propone una scelta, ogni strada esercita una piccola pressione. Si va avanti non perché si deve arrivare, ma perché qualcosa chiama.
Camminare così non risponde a nessuna funzione prevista, ed è proprio per questo che mette in crisi l’ordine dello spazio.
L’ Internazionale Situazionista nasce anche da questa inutilità ostinata. Tra la fine degli anni Cinquanta e i primi Settanta, il gruppo riunisce figure provenienti da ambiti diversi, ma accomunate da un rifiuto netto: quello della vita ridotta a funzione, a ruolo, a prestazione continua. I situazionisti non volevano migliorare il mondo esistente né proporre riforme, volevano interromperlo, creare crepe nella superficie liscia della quotidianità capitalista.
Il loro bersaglio principale non era solo l’arte istituzionale, ma l’organizzazione complessiva dell’esperienza con annessa l’idea che il tempo debba essere sempre produttivo, che lo spazio debba essere leggibile e controllabile, che ogni gesto debba avere uno scopo. In questo senso, la città moderna diventa uno dei luoghi privilegiati del conflitto. Non perché sia il centro della politica, ma perché è il laboratorio in cui si sperimentano nuove forme di governo dei corpi.
Quartieri residenziali separati da quelli del lavoro, flussi di traffico che disciplinano i movimenti, zone commerciali pensate per il consumo rapido: la città funzionale è una macchina che riduce l’imprevisto. Camminare al suo interno significa, il più delle volte, eseguire un percorso già scritto - andare al lavoro, tornare a casa, consumare, riposare.
La dérive nasce così come gesto minimo di sabotaggio: un vagabondare intenzionale, ma privo di obiettivi. Non è una passeggiata contemplativa, né una pratica artistica spettacolare, si tratta di una tecnica in cui vengono abbandonate le abitudini, si sospendono le motivazioni pratiche, si accetta di essere guidati dallo spazio. Non si cammina per vedere la città, ma per lasciarsi vedere dalla città, attraversare dalle sue forze.
Da questa pratica prende forma la psicogeografia: un sapere instabile che rifiuta la neutralità. La psicogeografia studia gli effetti dell’ambiente urbano sugli stati d’animo, sui comportamenti, sulle relazioni. Ogni strada produce un certo tipo di attenzione, ogni piazza invita alla sosta o alla fuga, ogni quartiere costruisce un regime affettivo. Le mappe psicogeografiche dei situazionisti non rappresentano distanze reali, ma intensità, attrazioni, zone di deriva e di rifiuto.
Per Guy Debord, padre del situazionismo, tutto questo è inseparabile dalla critica alla società dello spettacolo, dove per spettacolo non si intente unicamente un insieme di immagini, ma una forma di vita in cui le relazioni sono mediate, separate, rese osservabili. Anche lo spazio urbano diventa spazio spettacolare: scenografia del consumo, cornice della circolazione, superficie da attraversare senza lasciarsi coinvolgere.
Vagabondare, in questo contesto, è un atto improprio perché chi vaga non produce, non consuma nel modo previsto, non rispetta il tempo ottimizzato. È un corpo che eccede e, non a caso, il vagabondaggio è sempre stato oggetto di controllo, sospetto, normalizzazione. Perdersi è un lusso che il sistema tollera solo quando può essere recuperato come esperienza, come intrattenimento, come racconto.
Oggi, la città è ancora più leggibile, ancora più guidata. Da mappe digitali, a suggerimenti di percorso, recensioni, punteggi, facendo diventare anche l’atto di camminare un dato in cui ogni deviazione è un errore da correggere, ogni rallentamento un’anomalia. L’imprevisto viene assorbito, tradotto, monetizzato.
Eppure, la logica non si ferma allo spazio fisico. Le stesse dinamiche attraversano gli ambienti digitali: le piattaforme di comunicazione, i software di lavoro, gli strumenti di collaborazione non sono semplici mezzi, sono vere e proprie architetture che organizzano il tempo, stabiliscono ruoli, rendono visibile ciò che conta e invisibile ciò che eccede. Anche qui esistono percorsi obbligati, zone di accesso e di esclusione, forme di sorveglianza morbida.
La psicogeografia, allora, si sposta quando non riguarda più solo strade e quartieri, ma interfacce, flussi di dati, ambienti di comunicazione. Ogni piattaforma produce un certo tipo di comportamento, un certo ritmo, una certa idea di efficienza e anche una riunione online è uno spazio progettato.
È in questo scenario che va letta la recente decisione del governo francese di imporre, a partire dal 2027, l’uso esclusivo di una piattaforma nazionale per le comunicazioni interne alla pubblica amministrazione. L’abbandono di software sviluppati da grandi aziende straniere come Microsoft o Zoom viene giustificato in nome della sicurezza dei dati e dell’autonomia strategica. Ma la questione è più profonda.
Scegliere un’infrastruttura significa scegliere un ambiente, significa decidere chi controlla lo spazio in cui avviene la comunicazione, chi ne disegna le regole, chi può accedere e a quali condizioni. L’autonomia non riguarda solo la difesa o l’economia, ma le forme quotidiane dell’interazione. I luoghi in cui si parla, si decide, si lavora insieme.
Non si tratta di idealizzare una sovranità tecnologica pura, né di confondere l’autonomia con l’isolamento; si tratta, invece, di riconoscere che dipendere da piattaforme private globali significa abitare spazi progettati altrove, secondo logiche che non coincidono con l’interesse collettivo. Come nella città funzionale, anche qui il problema non è solo cosa si fa, ma dove e come lo si fa.
Che tutto questo accada in Francia non è un dettaglio secondario. Il situazionismo nasce a Parigi, camminando tra boulevard, passaggi, zone marginali, cantieri ed è lì che la città diventa un terreno di sperimentazione politica, un campo di forze da attraversare e disinnescare. È lì che il vagabondaggio si fa metodo, che la perdita diventa una forma di conoscenza.
Oggi, Parigi torna a interrogarsi sul controllo dei propri spazi, anche quando questi spazi non hanno più marciapiedi né facciate.
L’eco non è nostalgica.
Non si tratta di recuperare il situazionismo come stile o come repertorio, ma di riconoscerne l’intuizione centrale: l’autonomia passa sempre dall’architettura degli ambienti in cui viviamo.
Difendere la possibilità di scegliere gli strumenti di comunicazione significa difendere la possibilità di deviare, di non essere completamente guidati, di non muoversi solo lungo percorsi già tracciati. Come camminare senza meta, anche sottrarsi alle infrastrutture dominanti non garantisce libertà, ma introduce una frizione. E in quella frizione, a volte, qualcosa si muove.

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