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Provincia mentale: l’accessibilità, la creatività e la fuga verso (e da) la città

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 19 giu 2025
  • Tempo di lettura: 3 min

A volte lavorare in provincia nel settore culturale è un po’ come essere Gatsby, ma con meno champagne e più lettere di rendicontazione: guardi verso quella luce verde, è la grande città dove le cose succedono sul serio. Dove c’è il pubblico giusto, il budget, i festival con gli after party, i lavori pagati.

Lì, la cultura è una realtà che sembra essere riconosciuta: ci sono gli spazi, le programmazioni, le giuste coperture mediatiche. Tutto ha una propria estetica e una centralità.

Una città che non si abita, ma si proietta. Dove succedono sempre cose: i festival fanno notizia, le mostre finiscono nei magazine, gli eventi hanno sempre pubblico e la comunicazione impeccabile.

L’idea è che qui invece si faccia un po’ quel che si puo’ con quel che si ha, e quella luce crea un’illusione collettiva che ci tiene motivati e frustrati allo stesso tempo. Noi, intanto, stiamo altrove, nelle sale civiche, in spazi prestati e tecnici tutto fare. 

Lavorare in provincia significa fare cultura in un luogo dove la cultura non è scontata, dove devi spiegare perché serve.

La città non è solo un luogo, è un orizzonte narrativo: quello che ci spinge a provarci anche quando sappiamo che non verrà nessuno. Eppure forse proprio perché non siamo nella luce possiamo guardarci meglio, possiamo scoprire che anche l’ombra ha valore, che nella provincia esiste un tempo strano, più lento, più vero. La partecipazione non è mai scontata, ma se arriva è autentica. Non ci si ferma per caso, ma per volontà di esserci.



La distanza tra noi e “la città” non è solo geografica: è una frattura simbolica che parla di disuguaglianze strutturali, perché il sistema culturale è ancora troppo concentrato nei grandi centri urbani, mentre i territori periferici restano spesso in secondo piano, relegati a semplici satelliti. Eppure la cultura dovrebbe essere un diritto diffuso, non un privilegio concentrato.


Qui, la cultura è politica nel senso più vero: non è solo intrattenimento, ma strumento di partecipazione, coesione sociale e sviluppo territoriale. È la speranza che qualcosa possa cambiare, anche quando tutto sembra immobile. È il tentativo di mettere radici in un paesaggio che cambia, uno strumento che contrasta lo spopolamento.


Restare non è semplice, ma non è neanche un errore. C’è una narrazione diffusa secondo cui restare è una conseguenza del non avercela fatta. Possiamo restare per scelta, possiamo costruire spazi, relazioni, orizzonti alternativi.

Non dobbiamo riprodurre il modello della città nei paesi, sarebbe inutile. Bisogna inventare nuove forme di produzione culturale, radicate, partecipate, inclusive.

La difficoltà più grande, spesso, non è nemmeno l’assenza di fondi o spazi, è l’assenza di domanda. Lavorare in provincia significa anche confrontarsi con una forma sottile di un’ignoranza innocente, da parte di chi non sa di aver bisogno della cultura, di chi non ne sente la mancanza perché non l’ha mai avuta davvero. E allora prima ancora di progettare un’attività, bisogna costruire il desiderio, coltivare il bisogno, piantare la domanda. Significa fare educazione culturale, ancora prima che eventi. Non si può dare per scontato il pubblico, bisogna generarlo. Non si può parlare di accesso, se prima non esiste riconoscimento. La vera fatica non è fare qualcosa, ma farla capire. E ogni attività, mostra, rassegna diventano anche atto pedagogico: dire “questo serve, a tutti”.

Una delle sfide più toste del fare cultura oggi è il tema l’accesso, soprattutto nei territori periferici. Dopo decenni di cultura elitaria, spesso inaccessibile per vocazione, oggi si tenta finalmente di rendere i luoghi culturali fruibili da chiunque, non solo fisicamente, ma anche cognitivamente. Ricordando sempre che per cultura accessibile si intende una cultura alla quale le persone possono accedere, non una cultura alla quale tutti accedono senza sforzi. 


Il nostro Gatsby non costruisce feste per farsi notare. Costruisce piccole cose, con risorse minime e aspettative basse. Ma sempre con uno sguardo rivolto verso quella luce. Non per raggiungerla, ma per ricordarsi che anche da qui l’immaginario è possibilità.


Nel silenzio, nella scarsità, nella distanza dai riflettori, si sviluppano forme di cultura che non devono rispondere al mercato, ma alle persone. Esperimenti che non ambiscono alla viralità, ma alla trasformazione, in luoghi dove ciò che manca diventa ciò che libera.


Non saremo mai il centro, ma possiamo essere lo sguardo obliquo che immagina un altro modo di stare insieme. E in un periodo storico sempre più centrato sull’io, sulla velocità, sull’immagine, forse è proprio la cultura fatta in provincia, nella sua lentezza e perenne precarietà, a offrire le risposte più necessarie.


Fonti: 

  • ArchaeoReporter

  • Il grande Gatsby, Romanzo di Francis Scott Fitzgerald

 
 
 

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