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Prima il racconto poi la voce: un’analisi su come l’identità preceda spesso la parola

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 22 lug 2025
  • Tempo di lettura: 5 min

Nel discorso pubblico, quasi mai ascoltiamo una voce per quello che dice. Prima ancora delle parole, ci chiediamo chi sta parlando.

Non è un calcolo. Non è un pregiudizio consapevole. È un riflesso: qualcuno prende parola, e subito — prima dell’accordo o del dissenso — scatta la domanda: da dove parla?


E quel “da dove” non è solo una questione di geopolitica o contesto. È più sottile, più viscerale. È il corpo, è l’identità, è la storia che quella voce si porta addosso.

Per alcuni, tutto questo è invisibile. La loro voce passa liscia: è data per autorevole, o almeno per ascoltabile. C’è un credito iniziale che viene concesso in automatico, come se parlare fosse il loro diritto di nascita.


Per altri  quella soglia è più alta. Più scivolosa.

Una donna, quando prende parola in pubblico, non viene subito riconosciuta come voce. Prima di tutto, è un corpo. Un’immagine. Un’interrogazione muta: chi è? cosa rappresenta? cosa ci fa qui?


Solo dopo, forse, diventa un’interlocutrice.

E quando finalmente il discorso arriva, spesso è già appesantito, già sospettato, già sporcato da una domanda implicita:

“Ma lei, ha davvero diritto di parlare così?”



Albanese: il contenuto passa, l’identità resta


Prendiamo Francesca Albanese. È stata la Special Rapporteur delle Nazioni Unite per i diritti umani nei territori palestinesi. Nominata nel maggio 2022, ha prodotto report dettagliati, basati sul diritto internazionale, in cui accusava Israele di apartheid, di crimini di guerra, di uso sproporzionato della forza contro civili. In particolare, ha definito l’occupazione israeliana “incompatibile con il diritto internazionale” e ha documentato attacchi deliberati su infrastrutture civili a Gaza e in Cisgiordania. Tutto regolare, verrebbe da dire. Scomodo, ma regolamentare. Eppure, la reazione è stata feroce.


Il punto non è che sia stata contestata — succede a chiunque entri in quella zona grigia dove diritto e geopolitica si mescolano. Il punto è come è stata contestata. Subito si è passati a chiedersi: “Ma chi è lei, davvero?” Non tanto nel senso biografico, ma nel senso più insinuante: “Ha delle simpatie?” “È imparziale?” “Da che parte sta?” In alcuni casi — più o meno esplicitamente — si è suggerito che, in quanto italiana, in quanto donna, in quanto attivista in gioventù, non potesse essere neutrale. Alcuni estratti da post social vecchi di anni sono stati ripresi per accusarla di “pregiudizi antisemiti” — accusa che lei ha respinto, sottolineando come i suoi report siano basati esclusivamente su fonti documentate e giurisprudenza internazionale.


Il suo predecessore, Michael Lynk, ha detto cose molto simili. Anche lui, giurista canadese, aveva descritto l’occupazione come un sistema assimilabile all’apartheid. Nessuna sanzione. Nessun linciaggio. Nessun dossieraggio mediatico. Per carità: anche lui ha ricevuto critiche. Ma si parlava di ciò che diceva, non di chi era.


È un caso isolato? O stiamo toccando qualcosa di più sistemico?


La voce, il volto, il corpo


Forse bisognerebbe partire da un’ipotesi più semplice: l’autorevolezza non è solo nei contenuti, ma anche in chi li pronuncia. E questa legittimazione non è distribuita in modo neutro. Alcune voci vengono automaticamente percepite come competenti, altre devono superare una serie di filtri prima di poter essere prese sul serio.


Questi filtri hanno a che fare con il genere, certo, ma anche con l’età, con l’etnia, con l’accento, con il modo in cui una persona si presenta, si muove, scrive, si emoziona o non si emoziona.


E non è questione di malafede. È questione di abitudini narrative. Siamo più abituati — anche senza accorgercene — a credere a certe voci. E quindi siamo più veloci nel metterle in discussione quando non corrispondono al modello.


La parabola di Manning


Questo discorso si complica — e si chiarisce — se guardiamo alla storia di Chelsea Manning. Nel 2010, Manning, allora soldato dell’esercito americano, passa a WikiLeaks un’enorme quantità di documenti riservati: circa 750.000 file militari e diplomatici. La guerra in Afghanistan. L’Iraq. Le uccisioni di civili. La diplomazia oscura. È una delle più grandi fughe di dati della storia recente.


La reazione iniziale dei media è confusa. Poi, quando Manning viene arrestata e dichiara di essere una donna trans, la narrazione si sposta quasi completamente sull’identità. La stampa americana e internazionale si concentra sulla sua “instabilità”, sulle sue difficoltà psicologiche, sulla sua transizione — avviata durante la detenzione a Fort Leavenworth — e sulle sue condizioni di detenzione in isolamento prolungato, condannate da vari esperti ONU come trattamento inumano.


Anche quando viene raccontata con empatia, il centro della storia si sposta dalla sua azione politica alla sua vicenda umana.


Nel frattempo, Julian Assange — che ha pubblicato quei documenti — è raccontato come un protagonista, nel bene o nel male. A volte geniale, a volte oscuro. Ma sempre attivo. Sempre soggetto. Sempre figura narrativa.


E tuttavia, anche la narrazione attorno ad Assange — per quanto più centrata sull’azione — non è priva di trappole. È stato descritto come spia, traditore, hacker, narcisista. In alcuni casi, persino come “folle” o pericoloso. Ma resta comunque dentro un codice narrativo che lo riconosce come attore politico: criticabile, sì, ma protagonista. La differenza sta qui: Assange è contestato per quello che fa. Manning, invece, viene spesso prima decifrata per quello che è. Il suo corpo, la sua identità di genere, la sua fragilità vengono messi al centro — talvolta con empatia, talvolta con paternalismo — ma comunque prima del gesto politico.


Il simbolo e la persona


Un altro caso, più recente: Cecilia Sala, arrestata a Teheran  mentre era  lì per registrare delle puntate del suo podcast con regolare visto giornalistico.I media italiani (e internazionali) reagiscono con forza: Sala diventa un simbolo. Della stampa libera. Delle donne in contesti oppressivi. Del coraggio.


Tutto giusto. Ma anche qui: la giornalista, la reporter, la professionista scompare quasi subito. Resta l’icona. La giovane donna. La voce occidentale. 


Nel frattempo, altri giornalisti — uomini, anche loro arrestati, anche loro in contesti difficili — ricevono un altro tipo di racconto. Più sobrio. Più tecnico. Meno immagine.

Il punto è che quando si diventa un simbolo, spesso si smette di essere un soggetto narrativo complesso. Smette di essere chi fa e diventa ciò che rappresenta.


Non è un’accusa. È una diagnosi

Nessuno sta dicendo che i media complottino per ridurre le donne. Non è questo. È qualcosa di molto più quotidiano, più strutturale. È il modo in cui funziona la rappresentazione pubblica. È l’inerzia di certe narrazioni. È l’automatismo con cui un corpo femminile — o trans, o queer, o solo estraneo al modello dominante — viene caricato di un surplus di significato.


Assange è un attore politico. Manning è una figura tragica. Lynk è un professore. Albanese è “militante”. Sala è una simbolo.


Queste etichette non sono neutre. Hanno effetti reali. Aprono o chiudono spazi. Amplificano o disattivano la parola. E, senza che ce ne accorgiamo, plasmano la realtà che stiamo cercando di raccontare.


E allora?

Forse la domanda vera non è “perché i media fanno così”, ma:

cosa siamo disposti ad ascoltare, quando parla una voce che non ci assomiglia?

Chi ci aspettiamo di vedere nei panni del testimone, dell’esperto, dell’eroe?

E soprattutto:


chi ha il diritto di essere ascoltato senza prima dover spiegare da dove parla?

Finché non rispondiamo a queste domande, continueremo a scambiare il racconto per la realtà. E chi prova a parlare, a volte, lo farà sapendo che prima di essere creduto, dovrà essere raccontato. E forse anche semplificato. O reso innocuo. O almeno familiare.


E questo, in una società che si dice libera, è un problema più sottile, ma forse anche più profondo, di qualunque censura.




 
 
 

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