Perché pagare di più, perché non dovrei scegliere Temu?
- tentativo2ls
- 14 lug 2025
- Tempo di lettura: 6 min
“Perché pagare di più? Su Temu costa meno”. Questo è il testo di una pubblicità comparsa qualche tempo fa per le vie di Milano, frase accompagnata da un esempio di prodotto, con il relativo sconto sulla piattaforma. Tutta l’attenzione è focalizzata sul prezzo: irrisorio, esageratamente basso, lascia il consumatore spiazzato, e per questo incuriosito. “Perché pagare di più?”. Rispondere alla domanda diventa difficile, soprattutto perché in queste pubblicità si è scelto di pubblicizzare prodotti di elettronica, che hanno notoriamente un costo elevato online. Ma Temu offre prezzi anche cinque volte inferiori rispetto ai maggiori competitor, e allora perché bisognerebbe spendere di più, per un prodotto simile? Risparmiare acquistando: è questo il principale obiettivo di tutti i consumatori oggi. Senza guardare a ciò che sta dietro il prodotto, ma per il proprio tornaconto personale, in una società consumista che ci impone di comprare, di cambiare oggetti piuttosto che di ripararli, di avere sempre qualcosa di nuovo da mostrare, o da spacchettare. Questo è quello che vende questa pubblicità: il consumismo, come stile di vita a cui è ormai difficile dire di no.
Temu è una società quotata in borsa che capitalizza 170 miliardi di dollari; per comprendere quanti sono, circa 50 miliardi in più di quelli di Nike. Società cinese, ma con sede legale alle Cayman, dove tra l’altro vengono incassati i profitti, con tasse sugli utili a 0. Quindi, quando compriamo su Temu, come anche su Shein, visto che entrambe le aziende hanno la propria gestione finanziaria affidata allo stesso ufficio, stiamo implicitamente alimentando i portafogli dei tanto odiati paradisi fiscali. Le lamentele del cittadino medio, per cui i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, prendono vita con le azioni concrete di chi spende i propri soldi per finanziare queste realtà, alimentando un sistema che non rispetta le disuguaglianze, imponendo una tassazione progressiva, ma punta solo al guadagno. Basta questo a distruggere completamente qualsiasi competitor, soprattutto se europeo: le tasse. I produttori europei sono sottoposti non solo a pagare le tasse sui profitti, come è la norma, del resto, ma anche a rispettare le normative europee sulla tutela dei consumatori. Una doppia morsa che rende Temu imbattibile, in un gioco in cui però non rispetta tutte le regole. È così che la domanda iniziale cambia, da “perché pagare di più” a “perché Temu costa di meno”.
Quindi, quando compriamo su Temu, come anche su Shein, visto che entrambe le aziende hanno la propria gestione finanziaria affidata allo stesso ufficio, stiamo implicitamente alimentando i portafogli dei tanto odiati paradisi fiscali. Le lamentele del cittadino medio, per cui i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri, prendono vita con le azioni concrete di chi spende i propri soldi per finanziare queste realtà, alimentando un sistema che non rispetta le disuguaglianze, imponendo una tassazione progressiva, ma punta solo al guadagno. Basta questo a distruggere completamente qualsiasi competitor, soprattutto se europeo: le tasse. I produttori europei sono sottoposti non solo a pagare le tasse sui profitti, come è la norma, del resto, ma anche a rispettare le normative europee sulla tutela dei consumatori. Una doppia morsa che rende Temu imbattibile, in un gioco in cui però non rispetta tutte le regole. È così che la domanda iniziale cambia, da “perché pagare di più” a “perché Temu costa di meno”.
Le normative europee sono un insieme di regole stilate per difendere la salute e i diritti dei consumatori. I prodotti devono essere sicuri nell’utilizzo e conformi allo standard europeo, almeno per ciò che è prodotto o venduto legalmente in Europa. Questo aspetto però, come la tassazione, risulta nebuloso per alcune piattaforme, i cui prodotti non sempre rispettano le normative, portando l’Unione Europea ad aprire un’indagine su Temu per presunta violazione delle norme a tutela dei consumatori. Ciò si collega in modo diretto a uno dei deterrenti a cui molti si appellano per scoraggiare l’utilizzo di queste piattaforme: la qualità del prodotto.
Chi può permetterselo, può scegliere di spendere più soldi per avere un marchio migliore, tessuti di qualità, una garanzia sui dispositivi elettronici. Si paga di più per avere misure che tutelano il consumatore e l’affidabilità del prodotto.
Ma anche questa spiegazione, negli ultimi tempi, risulta poco convincente. Spesso ci si rifugia nelle difficoltà economiche, e molti giustificano la propria scelta di comprare su questi siti proprio perché in difficoltà, in crisi per l’aumento dei prezzi, per stipendi sempre troppo bassi, per bisogno di comprare qualcosa di utile ma che rischia di essere molto costoso. Questa però non è la situazione del consumatore medio su Temu: chi usa spesso la piattaforma finisce non per comprare per necessità, ma per curiosità e divertimento, trovando oggetti bizzarri e scegliendo di comprarli, proprio perché spesso costano pochi euro. Oggetti dal dubbio valore e dalla dubbia utilità, che anzi rischiano di essere lasciati perdere dopo pochi usi, dimenticati in un angolo di casa. Non è l’uso in sé delle piattaforme di e-commerce a essere il problema, è il loro uso reiterato, per fare ordini ingenti (sempre e comunque a bassi prezzi) e mostrare i propri acquisti sui social. Capi che possono essere messi anche una volta sola, e poi si possono rompere, proprio perché di scarsa qualità. Oggetti che sono costati così poco che non vale neanche la pena riparare, perché le riparazioni costano di più. Conviene acquistare di nuovo, con l’ordine successivo, puntuale e periodico.
L’altra faccia della medaglia del consumismo è, inevitabilmente, la distruzione del vecchio, il ricambio continuo di materiale. Bisogna distruggere per spingere a comprare di nuovo: meno tempo ci mette a distruggersi e prima bisognerà comprare. Questo è il meccanismo, e il consumatore cede, inconsapevole di stringere un patto silenzioso: se il costo è così basso, l’aspettativa sulla durata del prodotto deve calare drasticamente. Le aspettative dei consumatori sono il prezzo da pagare per spendere di meno, e rinunciamo così ai nostri diritti, pur di risparmiare. Ciò ci rende forse furbi consumatori (solo sul breve periodo) ma sicuramente non cittadini consapevoli.
Pubblicizzando a prezzi stracciati prodotti elettronici, Temu cerca di vendere lo stesso modus operandi anche per questo mercato. Ciò è preoccupante, soprattutto se si pensa all’enorme impatto ambientale che ne comporterebbe. Non possiamo permetterci di gettare via, in modo inconsapevole, i prodotti elettronici: la produzione, lo smaltimento e l’estrazione di terre rare sono processi che impattano notevolmente sull’ambiente. Bisogna compiere scelte etiche, per non trasformare l’industria elettronica in una fabbrica di prodotti usa e getta, come ormai sta succedendo ai capi di fast fashion.
L’obiettivo finale deve essere scegliere di pagare di più. Pagare di più anche per salvaguardare le realtà locali, costrette a soccombere a una concorrenza sleale che non paga le tasse e non salvaguardia i propri clienti. Tra gli ultimi motivi, non per importanza ma per lontananza dalla nostra realtà quotidiana, che possono disincentivare gli acquisti online c’è lo sfruttamento. La maggior parte dei prodotti di Temu provengono da aziende nella regione dello Xinjiang, di cui si è spesso sentito parlare in merito alle condizioni dei lavoratori, somiglianti più a schiavi. Uno sfruttamento per ore di lavoro consecutive, retribuzioni irrisorie e condizioni generali a cui sono sottoposti, in alcuni casi stipati in campi di detenzione, sottoposti ai lavori forzati. Lo sfruttamento e le condizioni di lavoro, come anche l’impatto ambientale delle nostre scelte, rischiano di apparire come scenari così lontani e difficili da immaginare nel nostro vissuto quotidiano da non costituire un motivo trainante per scoraggiare davvero l’uso. L’assenza di percezione reale di ciò che significa comprare rende queste piattaforme difficili da sconfiggere, poiché è più facile porre attenzione su ciò che stupisce: il prezzo, la quantità, l’originalità dei prodotti. Allora, perché pagare di più diventa necessariamente una scelta etica, per scegliere di non finanziare chi non garantisce niente, né tasse, né qualità, né diritti.
Fonti
Temu, l'e-commerce dai prezzi stracciati fattura 50 miliardi di euro | Milena Gabanelli - Dataroom | Corriere.it
La stretta Ue su Temu e Shein: in arrivo una tassa di 2 euro sulle spedizioni a basso costo | Corriere.it
Temu, prezzi troppi bassi e tracciabilità oscura che dalla Cina porta alle Cayman: chi paga il conto della fast fashion - Affaritaliani.it

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