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Perché non riusciamo a smettere di guardare il tennis: Wallace, Allen e Guadagnino si sfidano nella mia testa per dire cosa sia davvero il tennis

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 28 set 2025
  • Tempo di lettura: 5 min


Pizza fredda, divano, TV accesa sulla solita partita di tennis che mi esalta. 

È sera, e ogni ace di Jannik Sinner fa vibrare i vetri come un temporale e io applaudo da sola, con quel leggero imbarazzo di chi sa che nessuno la sta guardando.


E Subito una domanda mi rode : perché ci importa così tanto? 

Perché questo gioco con una pallina gialla ci cattura come se fosse questione di vita o di morte?

Il telecronista prova a rispondere: percentuali, ranking ATP, share televisivi, sponsor. Una logica spietata, ma fredda. Non basta a spiegare il brivido che mi corre sulla schiena.


Ed è in quel momento che nella mia mente si accende la prima voce. È David Foster Wallace, con la sua bandana rossa, che mi guarda severo.  


«È rito, non sport»

«Lo senti questo silenzio prima del servizio?» mi dice. «Non è concentrazione. È liturgia.»


Lo riconosco subito: è il tono che Wallace usava quando parlava di tennis in “il tennis come espeirenza religiosa” ( String Theory), la raccolta di 5 saggi sul tennis  pubblicata postuma nel 2016. Wallace non era solo un critico: era stato un tennista agonistico a livello giovanile, conosceva dall’interno la tensione del campo, il ritmo dei gesti, la solitudine dell’atleta.


In String Theory il tennis diventa per lui una forma di spiritualità moderna. Lo stadio è un’arena che trattiene il respiro, il campo un altare delimitato da linee bianche che non si discutono, i rituali degli atleti (asciugarsi la fronte, sistemare le corde, far rimbalzare la palla tre volte prima del servizio) equivalgono a una liturgia. Wallace scriveva che persino il linguaggio corporeo dei tennisti ha qualcosa di ieratico, come un officiante che ripete formule per concentrarsi e contenere l’ansia.


Il suo saggio più famoso, “Federer as Religious Experience” (2006), uscì sul New York Times e fece scalpore: lì Wallace raccontava Roger Federer come un’epifania, un’esperienza di trascendenza estetica. Non si limitava a dire che era bravo: sosteneva che vederlo giocare era come testimoniare un miracolo. «Una grazia che sfida l’umana spiegazione », scrisse. E non era solo una battuta: per lui il tennis dava l’illusione di una grazia soprannaturale incarnata in un corpo umano.


Io provo a ironizzare: «David, con tutto il rispetto, ma qui vendono  birre, non ostie.»

Lui ribatte, inflessibile: «Non cambia nulla. Anche una folla disordinata resta messa.»


E allora capisco il punto. Ci piace il tennis perché ci restituisce un senso di rito collettivo che altrove abbiamo smarrito. In un’epoca secolarizzata, senza grandi liturgie, il tennis ci dà la possibilità di respirare insieme, di vivere un tempo sospeso. Il silenzio prima del servizio è un piccolo momento sacro, condiviso da migliaia di spettatori e milioni di telespettatori. Applaudiamo all’unisono, trattiamo il campo come un tempio laico, viviamo la partita come una cerimonia in cui si intrecciano attesa e catarsi.


Eppure, mentre Wallace alza il tono quasi sacerdotale, una voce ironica lo interrompe. È Woody Allen, con il suo sarcasmo asciutto.


 «È roulette, non liturgia»


«Religione? Ma dai» sbotta. «Io l’ho mostrato subito in Match Point (2005): la pallina che colpisce il nastro e resta sospesa. Se cade di qua sei salvo, se di là sei spacciato. È tutta lì la vita.»


Allen non ha mai creduto alle liturgie. Per lui il tennis è il contrario: è il simbolo del caso. In Match Point, la scena iniziale mostra una pallina che colpisce il nastro e resta sospesa. Un attimo di indecisione, poi cade: da quel lato, vittoria; dall’altro, sconfitta. È una metafora crudele ma potentissima: non è il merito a decidere, ma il caso.


Il film porta questa idea fino alle estreme conseguenze: il protagonista commette un omicidio e si salva non grazie alla sua astuzia, ma per un puro colpo di fortuna. La morale? Non c’è morale. Non esiste una giustizia superiore che distribuisce premi e castighi. Esiste solo la casualità, che decide arbitrariamente chi si salva e chi soccombe.


Allen ci dice che viviamo sospesi su un nastro, e che nessuna regola garantisce equità.


 «Pensiamo che vinca sempre il più forte, ma sappiamo benissimo che basta un nastro o una raffica di vento a rovesciare tutto. La folla applaude la bravura, ma in realtà teme il caso.»


Io azzardo: «Quindi per te Sinner è solo… fortunato?»

Allen scrolla le spalle: «Per me tutti lo siamo, o non lo siamo.»


Insomma, ci piace il tennis perché è roulette. Perché ci mette davanti al caso che governa le nostre vite, ma in forma di spettacolo, con un confine chiaro e una palla che rimbalza. Ci affascina perché ogni punto può ribaltare il destino, perché sappiamo che non basta la bravura: serve anche fortuna. E questa incertezza ci tiene incollati, in apnea, fino all’ultima palla.


E proprio mentre Allen sembra chiudere il discorso con il suo fatalismo, la terza voce si insinua: morbida, elegante, sensuale. È Luca Guadagnino.


«È desiderio, e basta»


«Rito, roulette…» sorride. «Vi dimenticate l’essenziale: il tennis è desiderio.»


Lo ha dimostrato con Challengers (2024). Il film racconta un triangolo amoroso che ruota attorno al tennis: due amici-giocatori, una ragazza che è anche allenatrice, e il campo come spazio di tensione erotica. Guadagnino non si limita a usare il tennis come sport: lo trasforma in dispositivo narrativo, in linguaggio del desiderio.


La rete diventa confine e barriera erotica, i colpi diventano linguaggio del corpo, il pubblico è trasformato in spettatore-voyeur. Non ci sono solo punti da segnare: ci sono corpi che si inseguono e desiderano.


Il suo stile è inconfondibile: la macchina da presa non riprende il tennis come cronaca, ma come cinema puro. Replay, rallenty, inquadrature ravvicinate: ogni scambio è montato come una sequenza drammatica. In Challengers vediamo il tennis trasformarsi in un set, in cui i gesti atletici diventano narrazione sensuale.

Una grammatica del desiderio, il campo è il nuovo palcoscenico in cui corpi e passioni si intrecciano.


Guadagnino, nella mia testa, mi punzecchia: «Tu sei lì in pigiama con la pizza fredda, ma non credere di essere esclusa. Anche tu desideri. Desideri vederlo vincere, desideri identificarti con lui, desideri emozionarti.»


Ok: ci piace il tennis anche perché è desiderio. Perché non guardiamo solo la bravura tecnica, ma la bellezza del gesto, il carisma dell’atleta, la costruzione di un’immagine che ci attrae. 



E così, sul mio divano, non sono più sola. Dentro di me tre voci discutono sopra la telecronaca:


•Wallace lo legge come rito

•Allen lo interpreta come caso

•Guadagnino lo reinventa come desiderio


Tre visioni che sembrano incompatibili, ma che in realtà si completano.


Forse è per questo che il tennis ci ossessiona: perché riesce a incarnare tutte e tre le dimensioni. È rito collettivo che ci unisce, è roulette che ci tiene sospesi, è desiderio che ci cattura. È sacerdote senza volerlo, funambolo in balia del caso, protagonista cinematografico per natura.


Lo stadio esplode per un rovescio vincente, il mio salotto vibra, e io resto lì con la pizza ormai gelida. E mi viene da ridere: non stiamo tifando soltanto un atleta. Stiamo tifando la possibilità che rito, caso e desiderio convivano nello stesso istante.


 
 
 

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