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Perché la crisi idrica al Sud non fa notizia?

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 1 ago 2025
  • Tempo di lettura: 8 min

Ispirato dal lavoro di Contagocce - Magazine



Siccità è riduttivo. 


Quello che vediamo svolgersi ogni estate, In Italia, e in particolar modo nelle regioni meridionali, con sempre maggiore intensità, non rientra nei limiti di ciò che può essere definito naturale, non è semplicemente un  fenomeno meteorologico, chiamarlo siccità sarebbe riduttivo. Ma anche termini come “siccità straordinaria” o “surriscaldamento globale” non ne restituiscono l’entità effettiva . La mancanza di acqua in Italia non dipende solo da fenomeni atmosferici estremi ma anche da una sovrapposizione letale di sprechi, mancanza di manutenzione delle infrastrutture, assenza dello Stato, pregiudizio ed indifferenza politica e civile. 


Il rapporto con l’acqua, da sempre, ha definito le società umane ed il loro sviluppo,ha influenzato l’ascesa e il declino di intere civiltà. Lo sviluppo tecnico ha permesso sempre più di controllare ed imporre la volontà umana sull’ecosistema e sull’imprevedibilità della natura ma questa convivenza non è mai semplice o pacifica per entrambe le parti. Il periodo storico in cui viviamo si caratterizza però non solo per l'approccio antropocentrico e suprematista che si ostina a voler piegare i fiumi in base ai desideri umani (spesso con risultati amari e disastrosi) ma anche dalla riduzione dell’acqua ad una risorsa economica, una merce per il libero  mercato, un bene da cui estrarre valore. Questa è la perfetta rappresentazione del livello di avidità e sfruttamento interiorizzato a cui la società occidentale è giunta nel secolo scorso. L’analisi della crisi idrica è uno sforzo amaro e gravoso che va ben oltre l’aumento della desertificazione e le autocisterne nei comuni, è una ricerca che, per essere efficace, ha bisogno di addentrarsi nelle stanze dei consigli d’amministrazione, nelle assemblee dei partiti politici, nei movimenti di attivismo, nei gruppi di monitoraggio territoriale e sui mezzi d’informazione. 


nonostante le sue disastrose conseguenze  e il suo essere una delle molteplici facce dei cambiamenti climatici, la crisi idrica non viene percepita (a meno che non colpisca la Pianura Padana) e mostrata nello stesso modo degli altri eventi catastrofici che stanno venendo, fortunatamente, sempre più associati al surriscaldamento globale. Incendi e inondazioni hanno un impatto mediatico molto maggiore, per gli effetti drammatici più istantanei e per la distruzione improvvisa che riescono a generare in una manciata di ore. 

La natura prolungata e graduale della distruzione portata avanti dalla crisi idrica però non è l’unico motivo del suo ruolo di mera comparsa sui mezzi d’informazione: il silenzio mediatico viene alimentato anche da un costante disinteresse politico, se non addirittura  una volontà diretta di voler depotenziare l'infrastruttura pubblica idrica nazionale.  le amministrazioni, soprattutto a livello regionale e nazionale, agiscono  nel migliore dei casi in maniera paternalistica nei confronti dei problemi della popolazione locale colpita dalla carenza d’acqua ed esclusivamente adottando un approccio emergenziale a problemi che necessitano di essere affrontati in maniera preventiva  . 


Muoversi  stato di emergenza non è un caso ma un preciso disegno politico: permette di aumentare il controllo e il dominio diretto dello stato centrale, imponendo decisioni rapide,  permette di sbloccare finanziamenti extra (quindi più soldi da far girare e regalare alle stesse aziende che avrebbero dovuto occuparsi, ad esempio, della manutenzione). Consente inoltre di tagliare qualsiasi forma di azione di mediazione o ascolto della cittadinanza. La gestione verticistica delle crisi ambientali (nel 2023 è stato nominato un commissario  straordinario ed una cabina di regia nazionale per la siccità) è un sistema efficace per polarizzare i poteri, delocalizzare le decisioni che riguardano i territori e delegare ad “esperti” i provvedimenti. 

In altre parole, trasformare i problemi in emergenze è un ottimo modo per superare la democrazia, non è un caso, ad esempio, che durante il periodo di fortissimo stress idrico che ha interessato la provincia di potenza nell’inverno 2024-25, le istituzioni pubbliche hanno razionato l’acqua ad uso civile per 140.000 persone senza mai chiamare in causa le carenze infrastrutturali, la dispersione idrica della rete o il consumo idrico del settore industriale (in particolare quello petrolifero).


Il silenzio mediatico prolungato ha delle conseguenze molto forti nel modo di concepire la crisi idrica come un problema risolvibile e non una realtà cronica che si aggiunge a territori già in difficoltà. Non che l'attenzione mediatica possa trasformare da sola un contesto, anche se ben alimentata è evidente che la sensibilizzazione della catastrofe climatica rimanga nelle bolle in cui si è già interiorizzata una consapevolezza a riguardo. Eppure questa assenza di narrazioni sulla crisi idrica ha sviluppato una sorta di alienazione per quanto riguarda i disagi dovuti alla mancanza dell’acqua. Le persone che la sperimentano vanno avanti come se nulla fosse, come se le soluzioni d’emergenza fossero l’unica conclusione possibile per un problema che si ripresenterà fra un anno, o addirittura, fra qualche mese. In questo senso è necessario citare l'esempio di Potenza, città che dall'Ottobre 2024 ha sperimentato razionamenti e interruzioni del sistema idrico ma per cui non c’è stata una netta risposta della politica locale né dal resto del nostro paese: 140mila persone hanno vissuto per mesi senz’acqua e senza conquistare le prime pagine dei giornali.



Questo perché il silenzio mediatico non impatta solo chi sperimenta la crisi idrica in prima persona. Anche tutti gli altri italiani vedono queste notizie oscurate nel più classico gioco di gerarchie e priorità che favorisce il Nord a discapito del Sud. 

L’ultima componente degli effetti del silenzio mediatico, apre un altro livello di complessità della crisi idrica. La mancanza di un’attenzione pubblica permette alla politica di non dover mai presentare una risposta all’adeguata, nascondendosi dietro ad un’altra barriera che i media fanno fatica a superare: l'acqua è stata resa una questione esclusivamente tecnica svuotando l’alto contenuto politico della gestione e distribuzione delle risorse ambientali. 


Questo complica la già estremamente limitata azione del cittadino il quale, anche solo per trovare la falla legale o strutturale sul suo territorio, deve padroneggiare conoscenze multi settoriali e specialistiche. D’altro canto, quando viene a mancare una risorsa essenziale come ‘acqua, è il piano politico - e/o la necessità materiale - a poter superare l’ostacolo tecnico, rimescolando i rapporti di forza (anche solo nel riconoscere l'avversario) d spingendo per una riappropriazione del sapere necessario per il controllo della gestione idrica come strumento difensivo/proprietario. 


La natura fortemente tecnica, distaccata dalla quotidianità, della gestione dell’acqua non è una casualità, è frutto di una martellante pressione industriale che ha piegato la politica in ogni modo per applicare soluzioni basate sull’esternalizzazione finalizzate ad un passaggio di patrimonio pubblico in mani private. Tali progettualità hanno il beneficio di togliere il peso della gestione infrastrutturale a comuni e cittadini ma generano un vuoto di competenze, conoscenze, favorendo la speculazione . In questo contesto generale, una sola città si è distinta andando controcorrente: dopo il “Referendum sull’acqua” del 2011, la giunta De Magistris a Napoli ha municipalizzato la gestione idrica comunale attraverso l'azienda speciale ABC (Acqua Bene Comune). Il capoluogo della Campania è infatti riuscita a  di municipalizzare il sistema di gestione della “sua” acqua. Il comune ha aperto l'assemblea del CDA ai cittadini e abbassato i prezzi della materia prima, azioni,. Nonostante il suo virtuosismo, l’esempio di Napoli è rimasto un tentativo isolato sul piano nazionale, non sono mancati attacchi dalla Regione e dai vari i Governi (In particolare il governo Draghi) per depotenziare o delegittimare le forme di gestione pubblica


Anche uscendo dalla complessità tecnica e legale ed osservando il contesto industriale la situazione non sembra rosea. Una buona parte della gestione idrica privata in Italia è in mano ad aziende francesi (Veolia-Suez). Ironicamente, mentre gli italiani gridano allo scandalo quando la Francia fa shopping delle case di moda, acquistando e delocalizzando, non sembra che la stessa indignazione si attivi quando si parla dell'acqua. I patriottismi, invocati da una certa parte politica, sembrano sciogliersi davanti alla svendita di una delle risorse più importanti del nostro paese. Soprattutto a fronte della necessità di prepararsi a fenomeni già in corso, legati al surriscaldamento globale e all’aumento di consumi, che potrebbero portare, già nel 2030, ad una carenza idrica che potrebbe colpire il 40% della popolazione globale.



Perchè aspettarci che un modello economico capitalista che punta ad estrarre valore da tutto possa essere capace di tutelare e proteggere una risorsa vitale? 

Come ci si può aspettare che aziende straniere investino in infrastrutture che necessitano di grandi investimenti e scarsi profitti ( ad esempio la manutenzione della rete di distribuzione idrica), quando possono promuovere la realizzazione di impianti più remunerativi, come dissalatori e depuratori?


Queste domande sfortunatamente non riguardano né solo questo settore dell’economia, né solo il nostro paese. Il silenzio, l’assenza di una risposta concreta diventa sempre più assordante ogni giorno, senz’acqua, che passa. Allo stesso modo anche il disfacimento pluridecennale della presenza statale e del suo welfare non può più essere ignorato così come la volontà di andare oltre i metodi di lotta e di gestione che si impostano sul dialogo con le istituzioni.


Se lo stato ha si è dimostrato incapace di occuparsi  efficacemente per così tanti anni, se la politica nazionale ha voltato le spalle ai cittadini, l’unica soluzione possibile per ridare dignità alle persone, garantendo il diritto universale di accesso universale all’acqua  non può che essere creare modelli di autogestione basati sugli abitanti e sulla loro conoscenza del territorio. 


A questo punto del ragionamento, è necessario fare un distinguo tra le regioni del Sud e quelle settentrionali dato che il ruolo e la presenza statale in queste due aree è profondamente diversa. Il Sud è stato per troppo visto come un luogo di sacrificio ambientale, di estrazione senza scrupoli di risorse ambientali quanto di forza lavoro ed intellettuale per alimentare le città del Nord.

Per chi sceglie di restare nel Meridione, così come per quelli che non hanno la possibilità di andarsene, sopravvivere nei prossimi decenni, farlo in un territorio fragile, in via di desertificazione e spopolamento, troppo spesso dimenticato dalle istituzioni e con scarse infrastrutture, può sembrare un’impresa spaventosa, ma non possiamo permetterci certo la rassegnazione.  

La lotta contro la crisi climatica nelle regioni del Sud non può essere decisa o dipendere dalla volontà di persone o istituzioni che risiedono altrove e non hanno interesse per questi luoghi (vedasi ancora una volta il paragrafo precedente sull’approccio emergenziale).

Per questo motivo è importante aprire una nuova stagione di lotta, arginare e frenare quanto più possibile la privatizzazione della gestione idrica, riconsiderare il ruolo e il potere dello stato in base alla sua effettiva presenza, all’utilità dei suoi enti. Non ci si può più aspettare un’azione statale efficace (o almeno sufficiente) negli interessi della popolazione per scongiurare future crisi dovute alla scarsità d’acqua. Sarà sempre più necessario, invece, che le comunità locali si sostituiscano alle istituzioni pubbliche nella gestione del territorio e si oppongano (come nel caso del dissalatore sul fiume Tara a Taranto) alle decisioni dei palazzi Romani. 


Questo significa lotte, significa scontri, significa incertezza e, in parte, anche divisione e frammentazione ma ad oggi non si può evitare di chiedersi se l’attivismo basato sul dialogo non sia sorpassato e che forse la crisi idrica, nella sua complessità, non ci stia già svelando qualcosa sul nostro futuro. L’attuale governo sa i rischi che questo cambio di paradigma nell'attivismo può portare, decisioni come il DL Sicurezza (DL1660) che porterà ad un rafforzamento della repressione del dissenso e criminalizzazione degli attivisti, sono una reazione a questi rischi. Attivarsi per risolvere la crisi idrica significa anche prendere coscienza di questi cambiamenti politici e capire come questi si intersecano con i cambiamenti climatici.


Nonostante nessuno metta in dubbio l’importanza dell’acqua, l’indifferenza e il  silenzio nei confronti della crisi idrica in Italia è quasi totale. Una possibile motivazione è forse da ricercarsi nella perdita, soprattutto per la nostra generazione, di un senso di radicamento. Quello che manca è l’attaccamento al territorio capace di mobilitare le persone a prendersi cura delle proprie risorse, di essere il sistema di protezione verso uno stato deliberatamente ostile e logiche di mercato immerse nello sfruttamento. 

Lo sviluppo di questo senso di attaccamento è l’ennesima sfida, l’ennesimo livello in cui la crisi idrica si snoda e, come per gli altri contesti, non esistono facili risposte da tracciare per risolverlo. L’unico atto che è sempre a portata di mano è la denuncia, per mantenere alta l’attenzione verso la crisi idrica, per raccontare le vicende di chi né è stato testimone e per non permettere mai che la rabbia per quello che succede ogni giorno possa esaurirsi. Non si può rinunciare a questa denuncia, bisogna continuare a presidiare questa crisi, costantemente, perché anche le gocce scavano la pietra.





Fonti: 



 
 
 

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