Perché dovremmo rileggere Furore?
- tentativo2ls
- 24 ott 2025
- Tempo di lettura: 5 min
“È un paese libero.
Allora provate a fare qualcosa liberamente. Vi diranno che uno ha tanta libertà quanta se ne può comprare”.
Rileggere nel 2025 “Furore” (The Grapes of Wrath) appare come uno straordinario esercizio politico-culturale. Il confronto desolante, ma allo stesso tempo estremamente stimolante, del nostro mondo con una società occidentale della prima metà del Novecento apparentemente diversissima, ma nei fatti ancorata alle stesse logiche oppressive e di controllo sociale.
Nel pieno di una fase storica in cui si discute sulla possibilità di un ritorno alla mobilitazione di massa, allo sciopero come strumento di lotta e al marxismo quale ideologia fondamentale per leggere la società ultra capitalistica che ci circonda, il romanzo del 1939 del premio Nobel per la letteratura John Steinbeck (1902–1968) fornisce spunti e chiavi di lettura utilissime sulle dinamiche su cui si regge il dominio del mercato.
Siamo nel pieno della Grande Depressione. La famiglia Joad si vede costretta ad abbandonare la propria fattoria nell’ Oklahoma per cercare fortuna ad Ovest.
L’arrivo dell’agricoltura meccanizzata e del capitalismo “azionario” nelle campagne dell’America rurale lascia sul lastrico le famiglie di mezzadri e braccianti statunitensi. L’unica soluzione è andare in California, la terra promessa, dove ci sarà cibo e lavoro per tutti.
Ovviamente si tratta di un’illusione. I grandi padroni vogliono attirare i migranti per costruire quello che Marx chiamava “esercito industriale di riserva”. Il lavoratore stesso, ormai ridotto in una condizione di povertà assoluta e costretto a combattere per un posto di lavoro con altre migliaia di disperati, è disposto ad accettare anche salari tre o quattro volte più bassi delle già misere paghe per i braccianti.
Tutti lavori ovviamente stagionali, che obbligano le famiglie ad attraversare il Paese in lungo e in largo vivendo in baraccopoli (le famose Hooverville, dal nome del Presidente americano Herbert Hoover, in carica allo scoppio della crisi del 1929).
L’immigrato diventa, nel racconto quasi documentaristico di Steinbeck, praticamente uno schiavo, che arriva a lavorare solo perché il padrone gli metta un tetto sopra la testa. Il tutto mentre banche, industriali e proprietari terrieri continuano ad aumentare enormemente i loro margini di profitto.
E quando sei un bracciante, un operaio o un impiegato piccolo borghese californiano e vedi arrivare masse di immigrati disposte a lavorare per cifre misere, costringendoti ad abbassare anche il tuo di salario, allora ecco che esplode anche l’odio per il diverso. Il nuovo arrivato non è un alleato di classe, ma un nemico da distruggere con ronde, bastonate e assalti armati.
“Vedi come sono sudici, ignoranti, questi maledetti Okies (n.d.a. immigrati dall’ Oklahoma). Pervertiti, maniaci sessuali. Ladri tutti, dal primo all’ultimo. È gente che ruba per istinto, perché non ha il senso della proprietà.
[…]
E così le popolazioni locali si foggiano un carattere improntato a sentimenti di barbarie. Formano squadre e centurie, e le armano di clave, di gas, di fucili. Il paese è nostro. Guai se lasciamo questi maledetti Okies prenderci la mano. E gli uomini che vengono armati non sono proprietari, ma si persuadono di esserlo; gli impiegatucci che maneggiano le armi non possiedono nulla e i piccoli commercianti che brandiscono le clave possiedono solo debiti. Ma il debito è pur qualche cosa, l’impiego è pur qualche cosa. L’impiegatuccio pensa: io guadagno quindici dollari la settimana; mettiamo che un maledetto Okie si contenti di dodici che cosa succede?”.
A sconvolgere i lettori di “Furore” nel 1939, usciti da pochissimi dagli anni difficili della crisi economica e reduci dal New Deal di Franklin Delano Roosvelt, era la lettura che Steinbeck dava di quell’esperienza tragica.
Non è stato un male comune, una crisi nazionale in cui tutti avevano perso qualcosa e quindi si poteva capire l’atteggiamento assunto dai grandi poteri economici americani nel corso degli anni Trenta.
Steinbeck racconta di un’America in cui la crisi colpisce solo i più deboli. Un Paese in cui una parte della popolazione è costretta alla povertà assoluta mentre le grandi società continuano ad aumentare le proprie ricchezze, concentrando in poche mani quelle risorse che avrebbero permesso di alleviare le sofferenze della collettività.
“La terra è feconda, i filari sono ordinati, i tronchi sono robusti, la frutta è matura. E i bambini affetti da pellagra devono morire perché da un'arancia non si riesce a cavare profitto”.
L’immagine che l’autore propone è quella di un’America, ai nostri occhi, paradossale, nella quale la frutta viene lasciata marcire sugli alberi per poterne diminuire la quantità prodotta (e aumentarne il valore) mentre i braccianti che la raccolgono muoiono di fame.
Un Paese assurdo, quello attraversato dall’autocarro della famiglia Joad nel suo esodo verso l’Ovest, popolato da capitalisti senza scrupoli, individualisti interessati solo al proprio orticello e forze dell’ordine corrotte, più interessate a difendere i propri privilegi che l’ordine pubblico.
“Gli sbirri fanno più rogne di quante ne levano”.
I protagonisti sanno che l’unica soluzione per tentare di ribellarsi a questa oppressione è lo sciopero, perché solo lottando uniti e organizzati è possibile rovesciare la propria condizione di subalternità.
Ma Steinbeck fa anche capire che il vero “antagonista” non è, nei fatti, il piccolo fattore crudele, il cittadino californiano adirato contro gli immigrati o il poliziotto corrotto di turno. A opprimere i protagonisti è in realtà un potere economico “invisibile”. Quello delle banche, degli azionisti, delle grandi società, della borsa. Un gigante che schiaccia i più deboli e sui cui interessi si costruisce la società in cui, oggi come allora, viviamo.
Un potere apparentemente imbattibile, che però, anche ai nostri giorni, preso dalla sua ingordigia non capisce che ad una repressione e uno sfruttamento sempre più forte, prima o poi il popolo risponderà con il furore.
Un romanzo assurdo quello di Steinbeck per noi lettori del XXI secolo. Eppure, “Furore”, a ottantasei anni dalla sua uscita, è ancora uno dei ritratti migliori e attuali anche della nostra contemporaneità.
“Le banche e le società si scavano la fossa con le proprie mani, ma non lo sanno. I campi sono fecondi, e sulla strada circola l’umanità affamata. I granai sono pieni, e i bimbi dei poveri crescono rachitici e pieni di pustole. Le grandi società non sanno che la linea di demarcazione tra fame e furore è sottile come un capello. E il denaro che potrebbe andare in salari va in gas, in esplosivi, in fucili, in spie, in polizie e in liste nere.
Sulle strade la gente formicola in cerca di pane e lavoro, e in seno ad essa serpeggia il furore, e fermenta”.
Fonti:
Libri
J. Steinbeck, Furore, Milano, Bompiani, ed. italiana 2013.
K. Marx, Il Capitale (a cura di R. Fineschi), Torino, Einaudi, ed. italiana 2024.
K.K. Patel, Il New Deal, Torino, Einaudi, 2018.
Film
Furore (The Grapes of Wrath) regia di J. Ford, Stati Uniti, 1940.
The Dust Bowl regia di K. Burns, Stati Uniti, 2012.

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