Perché ci piacciono troppo le storie facili
Questo articolo nasce dal riconoscimento di un fenomeno sempre più diffuso con cui siamo entrati in contatto: persone che decidono di non informarsi su temi difficili o complessi dal punto di vista emotivo.
Non tanto per mancanza di tempo o senso d'impotenza ma per la percepita impossibilità di affrontare temi così complessi senza che le proprie emozioni vadano fuori controllo.
Un comportamento che non ci permettiamo di condannare ma che è sicuramente legato all'abitudine delle Storie Facili. Per "Storie Facili" si intendono tutte le storie prevedibili e/o con la volontà di rimanere su un livello emozionale leggero, inquadrabile nella genere della commedia, spesso romantica.
Questa propensione alle Storie Facili si può spiegare attraverso due assi, il primo alimentato dalla tecnologia neoliberale programmata per frammentare l'attenzione, il secondo relativo alla difficoltà di dare spazio alle riflessioni che le storie difficili causano a cascata nelle nostre vite frammentate.
Asse temporale: Storie lunghe non chiedono di processare molte informazioni al secondo, chiedono di reggere nel tempo: mantenere l'attenzione, resistere alla tentazione di abbandonare, non saltare parti. In letteratura scientifica questo ha un nome preciso: cognitive patience composta da: concentrazione sostenuta, perseveranza, inibizione degli impulsi. Un'abilità da allineare, come la memoria, e che se non utilizzata si atrofizza ma che permane quando il contenuto non è troppo emotivamente sfidante.
Asse di densità — il carico. Altre storie non chiedono resistenza nel tempo ma capacità di elaborazione: molte informazioni, molte implicazioni da tenere insieme, sensazioni più complessi, sentimenti spesso più negativi. Qui entra in gioco la processing fluency (Reber, Schwarz & Winkielman, 2004): il cervello preferisce, ed è disposto a giudicare esteticamente più bello, ciò che è più facile da elaborare.
Non è puramente pigrizia: la fluidità di elaborazione produce un segnale affettivo positivo che interpretiamo come piacere estetico. Questo sforzo minore viene poi remunerato meglio anche sul piano commerciale: le Storie Facili sono più vendibili, più riproducibili ed estendibili senza il rischio di snaturare il complesso messaggio di un'opera complessa.
La società dei consumi sfrutta, soprattutto, l'asse della densità per selezionare quali storie possono permettersi di esistere e quali invece saranno sempre più difficili da creare perché inquadrate come investimenti meno profittevoli nel contesto di una perenne finanziarizzazione della società.
Ma le conseguenze sono devastanti, non solo per la qualità di ciò che fruiamo ma per la crescente assenza di riflessioni sui temi rilevanti del presente che le storie dovrebbero spiegarci. Cosa succede quando il presente che dovremmo raccontare, dalla crisi climatica alla precarietà è esattamente il tipo di materiale che questa economia dell'attenzione tende a scartare o a smussare?
Le distopie ambientali sono un campo di battaglia esemplificativo perché in balia di un allontanamento dal pubblico mainstream sull'asse temporale e della densità.
Erano un genere speculativo, caratterizzate da un'ambientazione lontana nel tempo, ma ora si stanno trasformando in racconto del presente (il riscaldamento globale non è più "tra cent'anni"). Man mano che si avvicinano, la narrazione tende a riorganizzarsi per restare fruibile: la causa sistemica e diffusa (un intero modello economico) viene spesso ridotta a un evento singolo o a un antagonista individuabile, e il finale tende verso una risoluzione — anche solo simbolica — perché il puro accumulo senza risoluzione è cognitivamente ed emotivamente troppo costoso da sostenere su larga scala.
Per tutti questi motivi la scelta editoriale di non levigare, di scrivere e pubblicare storie che chiedono tenuta e capacità di elaborazione, non è solo una posizione estetica ma un atto politico: è una scommessa sul fatto che i lettori possano riallenarsi a sostenere la complessità del presente, invece di consumarne solo la versione già smussata.
Fonti (Per la fase di ricerca di questo articolo è stata utilizzata l'Intelligenza artificiale):
Byung-Chul Han, La salvezza del bello, nottetempo, 2015 — saggio breve, centrale per il concetto di "levigatura" —
"Neurobiologia della lettura: nuove tracce da scoprire pagina dopo pagina" — State of Mind, sulla VWFA e il "riciclaggio neuronale"
"Neurolettura: che cosa accade nel cervello quando leggiamo" — Eurispes
"Cozy fantasy: com'è e di cosa parla il nuovo genere virale sul BookTok"

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