Oops! All terrorists. Analisi Sulla retorica securitaria MAGA
- tentativo2ls
- 6 feb
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Quando si parla dell’Immigration and Custom Enforcement statunitense, oltre alle azioni violente, colpiscono le parole. La giustificazione portata dalla Segretaria del Department of Homeland Security (DHS) Kristi Noem nei giorni seguenti l’uccisione di Renee Nicole Good, bollando l’episodio come risposta a “terrorismo domestico”, era impossibile da prendere sul serio. Al punto che gli stessi Trump e Vance, dopo aver inizialmente supportato la storia di una pericolosa militante di estrema sinistra, hanno ritrattato parlando di “tragedy” e “wrongdoing”.
Eppure la comunicazione pubblica dell’Homeland Security in merito alle persone fermate e deportate è piena di arresti per terrorismo. Stando ai dati DHS si parla di ben 11 terroristi internazionali arrestati negli ultimi mesi. Solo che, andando a guardare i dettagli, persone su cui pendono sentenze per spaccio (come il messicano Ramon Lopez-Ruiz) diventano terroristi per il DHS.
Non è una novità che casi come Good e Ruiz diventino sacrifici sull’altare della sicurezza. Non per gli Stati Uniti dell’era MAGA. Fra le tante parole vuote (o meglio, svuotate) che concorrono nella costruzione delle identità politiche, il riferimento al terrorismo ha sempre avuto un posto d’onore nel discorso istituzionale USA. L’eterno ritorno della War on Terror però ha caratteristiche uniche nel linguaggio con cui Trump confeziona la sua politica interna ed estera.
Sullo stile di The Donald si è scritto tanto. Al netto dei toni aggressivi e della ipersemplificazione dei contenuti, che lo hanno sempre caratterizzato come personaggio televisivo prima che politico, a distinguerlo dai POTUS precedenti è l’accezione data al cleavage nazionalista una volta entrato nelle istituzioni.
Nel corso del suo primo mandato, Trump aveva promosso una posizione isolazionista (con riserve) sul piano estero e una visione domestica esclusivista in termini culturali e razziali. Le sue dichiarazioni hanno fatto riesumare nella stampa il concetto di “eccezionalismo americano”, riadattando al sovranismo MAGA l’espressione di de Tocqueville sugli States di fine Ottocento. Un po’ una forzatura, visto che l’idea di sovranità nazionale di Trump è legata soprattutto allo svincolamento dai trattati internazionali, dall’Accordo di Parigi alla WHO.
Ma l’espressione è piaciuta al Presidente, tanto da farla propria nel discorso di insediamento del secondo mandato. Il principio di fondo è che lacci e lacciuoli sovranazionali ledano gli interessi degli Stati Uniti, ed essendo gli Stati Uniti essenzialmente diversi da ogni altra realtà, per loro origine ed evoluzione, non è concepibile che sottostiano alle stesse regole del resto del mondo.
È qualcosa di diverso dal semplice isolazionismo, quindi – nozione che peraltro fa a pugni con la realtà dei fatti, visti gli sviluppi in Venezuela. L’eccezionalismo à la Trump consiste nel trinceramento da ogni minaccia esterna. La nazione è interpretata come terra promessa, da rendere Great Again nello spazio sicuro nei propri confini. E in questa visione eccezionalista, ogni inconveniente politico è un disturbo alla sicurezza. Disturbi esterni diventano riconducibili a FTOs (Foreign Terrorist Organizations), altro termine ombrello polifunzionale. E disturbi interni diventano terrorismo domestico.
È d’altra parte quanto confermava apertamente il memorandum presidenziale NSPM-7 del 25 settembre scorso, con cui la Casa Bianca, alla luce della morte di Charlie Kirk, etichettava ufficialmente il cosiddetto “anti-fascist movement” come organizzazione terroristica. Cosa rende comuni cittadini statunitensi dei terroristi domestici? Secondo il memorandum, “common threads animating this violent conduct include anti-Americanism, anti-capitalism, and anti-Christianity; support for the overthrow of the United States Government; extremism on migration, race, and gender; and hostility towards those who hold traditional American views on family, religion, and morality.” Come si misuri, nei fatti, una dose pericolosa di antiamericanismo, anticapitalismo o estremismo di genere (qualunque cosa significhi) è lasciato all’interpretazione.
Ora, per la legge statunitense il Congresso ha la facoltà di designare organizzazioni come FTOs, o rimuoverle dalla lista. Non esiste niente del genere per cosiddette organizzazioni di terrorismo domestico. Anzi, il termine è proprio inesistente nel diritto americano, è inventato. E un memorandum come il NSPM-7, rivolto ai dipartimenti dell’esecutivo, non cambia nulla dal punto di vista legale. Cambia il fatto che organizzazioni “antiamericane, anticapitaliste, anticristiane” potranno essere sottoposte a indagini solo per il fatto di esistere, di fatto disincentivando qualsiasi attivista ad associarsi.
Questa censura preventiva è l’ennesima forma di aggressione simbolica attraverso il feticcio dell’antiterrorismo. Il tutto mentre Trump ha indebolito notevolmente i reali sforzi di lotta al terrorismo internazionale. Secondo gli esperti, il continuo vilipendio delle altre Nazioni come “Terrorist States”, con rimpatri arbitrari e annullamenti di visti, sta ottenendo l’effetto opposto di ridurre la cooperazione internazionale e radicalizzare situazioni di rischio. Un caso concreto è quello della Turchia che, pur essendo Stato NATO, è stata bersaglio della retorica antislamica MAGA e si è di conseguenza distanziata dalle policy di collaborazione. Non un modo efficace per combattere il crimine internazionale.
La caccia al terrorista dove tutti sono potenziali terroristi può aiutare l’amministrazione a delegittimare gli oppositori. Ma il suo impatto sulla sicurezza reale degli USA potrebbe rivelarsi autodistruttivo.
Fonti:
Vedaschi A. & Noberasco G. M. (2021). Counter-Terrorism under the Trump Presidency. In Diritto pubblico comparato ed europeo (DPCE online), 46(1), 1117-1134
National Security Presidential Memorandum/NSPM-7, “Countering Domestic Terrorism and Organized Political Violence”, 25 settembre 2025, whitehouse,gov
Labeling dissent as terrorism: New US domestic terrorism priorities raise constitutional alarms, 3 dicembre 2025, The Conversation

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