NON VOGLIAMO ( e non POSSIAMO) LAVORARE GRATIS
- tentativo2ls
- 7 ago
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Non sorprende più di tanto che un'azienda privata cerchi di comprimere il costo del lavoro. Sorprende, invece, quando a farlo è lo Stato.
Qualche settimana fa l'INPS ha pubblicato un bando rivolto a illustratori «che vogliano contribuire alla creazione di contenuti visivi». L'iniziativa, si legge, «non comporta l'erogazione di compensi». Pochi giorni dopo è stata la volta dell'Arma dei Carabinieri, che ha ricercato medici specialisti disponibili a prestare la propria attività gratuitamente. Tra i requisiti richiesti figuravano iscrizione all'Albo, specializzazione conseguita da almeno tre anni, esperienza professionale e pubblicazioni scientifiche.
La logica dietro i due annunci è la stessa: si riconosce il valore della competenza, ma si mette in discussione il principio secondo cui quella competenza debba essere retribuita. Nessuno dei due bandi cerca persone prive di formazione. Al contrario, richiede anni di studio, qualifiche, esperienza e responsabilità. Ciò che viene meno è il passaggio apparentemente più semplice: se una prestazione è necessaria, qualificata e utile al funzionamento di un'istituzione, perché dovrebbe essere gratuita? Qui non si parla di sacrosanto volontariato, ma il linguaggio della generosità viene applicato a prestazioni professionali.
È una dinamica che si inserisce in una trasformazione più ampia del rapporto tra lavoro e riconoscimento sociale. La promessa della gavetta, nata come periodo di apprendimento e ingresso graduale in una professione, sembra essersi trasformata in una condizione permanente, aggrappandosi alla retorica dell’arricchimento del curriculum, della visibilità e di possibili agganci.
Tutto questo, certo, può fare anche gola, in un mercato del lavoro dove l'accesso alle professioni qualificate è diventato sempre più lungo e incerto. Il problema è che la promessa di un riconoscimento futuro rischia di sostituire il riconoscimento presente. E con tutte queste belle occasioni non ci si paga l’affitto, né ci si riempie il frigo.
Negli ultimi decenni i salari reali sono rimasti stagnanti, mentre il costo della vita è aumentato. L'inflazione degli ultimi anni ha reso evidente una fragilità già esistente: stipendi incapaci di seguire l'aumento dei prezzi, difficoltà nell'accesso alla casa, maggiore precarietà per le nuove generazioni. In questo contesto, il lavoro gratuito non rappresenta soltanto una mancata entrata economica: diventa l'ennesimo elemento che contribuisce alla svalutazione del lavoro qualificato.
Nel Capitale, Marx dimostra che il salario non è semplicemente il prezzo attribuito a una prestazione, ma è la forma attraverso cui la società riconosce che il tempo, le capacità e le energie di un individuo hanno un valore. La critica marxiana non riguarda soltanto l'ammontare della retribuzione, ma il rapporto sociale che essa esprime. Il salario rende visibile che qualcuno sta utilizzando una capacità altrui e che questa utilizzazione comporta una responsabilità economica. Quando invece una prestazione professionale viene richiesta gratuitamente, questa relazione viene alterata: il valore del lavoro rimane, ma il suo costo viene spostato interamente sul lavoratore.
La contraddizione è evidente: si chiede alle persone di investire nella propria formazione, di specializzarsi, di accumulare competenze sempre più elevate, ma allo stesso tempo si diffonde l'idea che quelle competenze possano essere messe a disposizione senza un adeguato riconoscimento materiale. La professionalità viene celebrata sul piano simbolico e svalutata su quello economico.
Si può essere orgogliosi del proprio lavoro quando questo viene socialmente riconosciuto: il riconoscimento economico non esaurisce il significato della prestazione, ne rappresenta però una conferma concreta. È il segnale che quella competenza non appartiene soltanto all'individuo che l'ha costruita, ma ha un valore per la collettività.
La richiesta di lavoro gratuito produce invece un movimento opposto. Trasforma una competenza professionale in una disponibilità personale. Anni di studio e formazione vengono trattati come un patrimonio privato che il singolo può eventualmente offrire alla società senza che la società debba riconoscerne il costo.
«L’'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro», non sul lavoro gratuito, né sul lavoro come sacrificio permanente; lavoro come elemento di dignità e partecipazione sociale. Per questo la questione sollevata da questi bandi non riguarda soltanto qualche prestazione non pagata. Riguarda l'idea stessa di lavoro che una società sceglie di difendere.
Una comunità politica può chiedere ai cittadini collaborazione, impegno e responsabilità. Ma quando chiede professionalità senza riconoscerne il valore economico, rischia di trasformare il lavoro da fondamento della cittadinanza a risorsa gratuita da cui attingere.
Il grande problema non è solo che qualcuno lavori senza essere pagato, ma che si diventi sempre più incapaci di spiegare perché dovrebbe essere diverso.
Fonti:
Instagram: Aesteticasovietica
Marx: Il capitale

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