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Giù le mani dalla polenta. Dalle locandine fatte con l’AI all'invasione delle camicie slim milanesi: perché la sagra di paese è diventata l'ultimo campo di battaglia culturale.

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 9 ago
  • Tempo di lettura: 4 min

Lo stereotipo negativo è cementificato nella mente di chiunque abbia preso parte al rituale almeno una volta: code chilometriche (possibilmente sotto la pioggia) per ordinare un piatto di salsiccia e polenta al prezzo di una cena stellata per poi – forse forse – alzarsi dai gradini della sagrestia della chiesa di paese con ancora un certo languorino. Spazio per il dolce? Non diciamo fesserie! Chi ha intenzione di sorbirsi 40 minuti in piedi per una fetta di torta, con il rischio che l’abbiano finita?


Ma perché andare a cercare le esperienze più traumatizzanti, quando si è in un luogo che – secondo il World Happiness Report del 2025 – può realmente portare benessere psicofisico agli avventori, come il condividere un pasto con amici o sconosciuti? Questo è il mondo delle sagre: simpatie e antipatie, temperature proibitive o inusuali per la stagione di riferimento, incubo degli agorafobici e museo a cielo aperto per intrattenimenti e giochi datati e rivisitati, che s’intrecciano con l’estetica del paesino di riferimento.


Sull’affluenza: il microcosmo che diventa macro


Ogni anno in Italia vengono organizzate 20mila sagre, con un indotto di circa 2 miliardi di euro. Nate inizialmente come festività legate al raccolto locale delle piccole comunità agricole italiane, le sagre hanno poi saputo ottenere un riconoscimento e prestigio di carattere nazionale, come esempio di genuino legame fisico e culturale con il territorio di riferimento. All’equazione va inoltre aggiunto il pregio di degustare prodotti tipici a prezzi modesti, in una cornice di musica, danze, creazione di una comunità data – in particolare – dai volontari delle diverse pro loco intenti a servire e cucinare per il pubblico pagante. C’è stato inoltre un aumento del 12% rispetto al 2024 degli eventi enogastronomici riguardanti le Indicazioni Geografiche, anche se non tutte rientrano sotto la denominazione di “sagre”.


Tuttavia, tra incassi e presenze il fenomeno è in crescita; la pubblicità sui social media, infine, ha fatto da catalizzatore, portando persone che – fino a quel momento – affluivano solo tramite passaparola, annunci sui giornali locali o manifesti indicanti la sagra ma sempre circoscritti alla comunità di riferimento. Da qui i rischi di sovraffollamento in paesi solitamente contenuti e non eccessivamente estesi: si pensi che a Gorgonzola, per la tradizionale sagra del formaggio locale (il gorgonzola), durante l’edizione del 2025 ci sono state 140mila presenze confluite in un paese di poco più di 20mila abitanti.


E dal sovraffollamento ai disagi, come code chilometriche, assenza di posti a sedere, la necessità di doversi appoggiare a persone estranee alla pro loco per operare, causa di un’inevitabile aumento dei prezzi per far fronte alle spese destinate all’evento.


Estetica del degrado e rifacimento delle locandine: ha senso parlarne?


La pagina Instagram Sagrebrutte contiene un elenco di manifesti sempre aggiornati sulle sagre in Italia, nei posti più impensabili. Peculiarità di questa iniziativa riguarda l’estetica degli stessi manifesti: gamberetti, maiali, pesci e cinghiali disegnati in modo approssimativo, infantile; titoli scritti con font di cui non si conosceva l’esistenza; sfondi tappezzati di patrocini; loghi di botteghe locali, parrucchieri, tribute band di Caterina Caselli.


Ciò che restituisce tutto ciò è un immaginario che presuppone la multiformità dei volontari della pro loco che diventano anche grafici, senza un supporto di agenzie esterne o professionisti: il fatto in casa che diverte e coinvolge, sinonimo di dedizione a qualcosa di davvero sentito e senza la ricerca di scorciatoie. Victoria Small, una delle fondatrici del progetto gastronomico Commestibile, nel video “Sai riconoscere una buona sagra?” mette in guardia dagli eventi dove le locandine vengono realizzate con l’AI, esclamando platealmente che “hanno rotto il cazzo!”. Scappate inoltre se il menù è anch’esso generato con IA e presenta troppi piatti, se non ci sono avventori del posto e soprattutto avventori anziani, se non è fatta in luoghi canonici e di comunità come le parrocchie, se la fila è troppo lunga e se vi è una nutrita presenza di adolescenti foresti (in particolare milanesi) vestiti con camicia ultra-slim, jeans a sigaretta o anch’esso slim, sneakers e sbiascicata.


Un occhio di riguardo infine a quelli che sono gli enti competenti per la sponsorizzazione delle sagre: è meglio diffidare da grossi gruppi editoriali o pubblicitari o comunque influencer non propensi al mestiere. Passare dall’ultima tonnellata di acquisti su Shein a cianciare di quanto sia fancy la sagra del luccio in salsa di Nonantola non sembrerebbe un indicatore di affidabilità.


Politicizzare le sagre: quanto e come è fattibile?


La vita della sagra dipende in prima istanza dalla pro loco. La catena di montaggio composta dal proletariato dei volontari deve poter avere un margine d’azione sempre maggiore. Capire come fare ciò è il primo passo per evitare una glamourizzazione delle stesse, per evitare un contorto meccanismo che arrivi ad accontentare l’avventore finale, anziché lo spirito della sagra.


La generazione Z è ormai spinta alla ricerca dell’autenticità e al senso di comunità costituito prevalentemente dal mancato obbligo di consumare o di spendere soldi, godendo semplicemente dell’atmosfera di riferimento. Luci, musica, intrattenimento gratuito, fuochi d’artificio: tutto questo in maniera gratuita per gli avventori, che si tratti di consumare solo un caffè oppure il menù completo.


Dalla nuova e asfissiante burocrazia (riforma del terzo settore in primis) alle misure di sicurezza dopo il disastro di Crans Montana, fino al rischio di infiltrazioni della criminalità organizzata, oggi le sagre conoscono nuovi nemici assieme alla gentrificazione.


Forse la vera domanda non è come salvare le sagre dalla gentrificazione, ma chi ha il diritto di deciderne il destino. Finché la pro loco resterà relegata a manovalanza e non a governo della festa, ogni sagra rischierà di trasformarsi in una vetrina gestita da altri. La salsiccia, la polenta, le code sotto la pioggia: tutto questo ha ancora senso solo se resta in mano a chi lo fa per davvero.


Fonti


 
 
 

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