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Contro il destino, contro la depressione

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 5 ago
  • Tempo di lettura: 4 min

Il 25 agosto Einaudi pubblicherà per la prima volta in Italia Contro il fatalismo, la tesi di laurea che Wallace scrisse nel 1985 a ventitré anni, mentre nel tempo libero – passatempo leggero – buttava giù anche quella che sarebbe diventata La scopa del sistema.


È un attacco frontale  contro l'argomentazione di un filosofo, Richard Taylor, che nel 1962 aveva sostenuto che il futuro fosse già scritto. Wallace prova a confutarla con centosessanta pagine di logica modale che il ventitreenne medio userebbe per giustificare l'assenza a lezione, non per demolire un impianto filosofico. L'argomento di Taylor, nella versione del 1962, funziona più o meno così: se oggi è vero che domani farò una certa cosa, allora era già vero ieri, e l'anno scorso, e prima ancora che io nascessi, perché la verità di un enunciato sul futuro non aspetta che il futuro arrivi per diventare vera. Da qui, con un po' di passaggi logici, Taylor arriva a dire che non è mai davvero "in mio potere" fare altrimenti da quello che farò: il potere è illusorio, tutto il resto è già scritto nella grammatica stessa delle nostre frasi al futuro. Wallace individua il trucco: Taylor usa premesse semantiche – regole su come funzionano le proposizioni vere o false nel tempo – per estrarne una conclusione metafisica, cioè su come funziona davvero la realtà. È esattamente il trucco che fa la depressione, ogni singola volta.


Non ti offre un argomento metafisico sul fatto che tu non cambierai mai: ti offre una frase al presente, "sono fatta così", pronunciata con il tono di chi sta solo descrivendo un fatto, e da lì lascia che sia la grammatica a fare il lavoro sporco. E il dettaglio più beffardo, che ho scoperto solo cercando meglio, è che pare che lo stesso Taylor non fosse nemmeno fatalista: il suo saggio era, secondo alcuni interpreti successivi, un reductio ad absurdum, un modo per dire "guardate a cosa portano queste premesse, quindi una di queste premesse va rifiutata", non una difesa sincera della tesi. Il che vuol dire che Wallace, forse, ha passato la giovinezza a combattere un mostro che il suo stesso creatore non credeva vero fino in fondo.


Resta il fatto, comunque, che la parentela tra fatalismo e depressione non è solo mia suggestione letteraria: è documentata, solo che la psicologia la chiama con un nome meno elegante “apprendimento dell'impotenza”. Negli anni Sessanta lo psicologo Martin Seligman osservò che un organismo esposto ripetutamente a un dolore che non può controllare finisce per smettere di provare a evitarlo anche quando, in seguito, potrebbe farlo benissimo: ha imparato, semplicemente, che agire non serve. Non è questione di pigrizia o di carattere, è una conclusione tratta da premesse che sembravano solide. Il che significa che la depressione non inventa il fatalismo dal nulla: lo deduce, esattamente come Taylor, da un'esperienza che a un certo punto ha smesso di essere valutata caso per caso ed è stata promossa a legge generale. La differenza tra "quella volta non ho potuto fare niente" e "non posso mai fare niente" è la stessa identica differenza tra una constatazione e un teorema, e la depressione ha la stessa abitudine intellettuale di Taylor: prende una premessa locale e la fa lavorare come se fosse universale, senza dirtelo, senza nemmeno accorgersene lei per prima.


Ed è per questo che uscirne non è mai solo una questione di volontà, altra bugia romantica che circola parecchio, di solito pronunciata da chi non ha mai avuto bisogno di verificarla: se il fatalismo depressivo è un errore di inferenza travestito da percezione diretta, allora la parte difficile non è "decidere" di stare meglio, è disinnescare la premessa nascosta. È lavoro lento, spesso clinico, quasi mai eroico, e non assomiglia per niente al momento di illuminazione che il cinema ci ha abituati ad aspettarci. Wallace lo sapeva, visto che ha passato una tesi intera a spiegare perché un trucco semantico non basta a fondare un destino, e visto che questo, alla fine, non gli è comunque bastato a salvarsi: la lucidità filosofica e il sollievo pratico sono due cose diverse, e nessuno dei due libri di cui sto parlando promette di farle coincidere.


È un movimento che la cultura pop, va detto, non riesce quasi mai a fare, perché ha solo due modalità e nessuna via di mezzo: o romanticizza il dolore, oppure lo fatalizza. Ho letto Lo sbilico di Alcide Pierantozzi, uscito per Einaudi lo scorso anno e finito tra i finalisti Strega e Campiello, cioè nell'unico contesto italiano in cui la sofferenza psichica riceve applausi, e la cosa che mi ha colpita, al netto di una scrittura densa, è che il libro non fa nessuna delle due cose: non romanticizza il disturbo di cui parla e allo stesso tempo si rifiuta cortesemente di trattarlo come un verdetto. Pierantozzi lo ha detto lui stesso: la scrittura, per lui, non è un progetto di salvezza, niente di quell'eleganza ottocentesca da genio tormentato che soffre per ispirarsi meglio, mito che tra l'altro andrebbe archiviato insieme al plotone di poeti morti giovani che continuiamo a citare come se il bipolarismo fosse stata una scelta stilistica. C'è solo un uomo di quarant'anni che prende 100 psicofarmaci al giorno e che, tornato a vivere dalla madre in un paese in Abruzzo, scopre che lì la malattia mentale non viene nemmeno riconosciuta come tale, ma confusa e guardata come si guarda chi ha semplicemente troppo tempo libero.

Non dice "sono così e basta", racconta una condizione senza sigillarla. La differenza tra il fatalismo e la semplice constatazione del dolore è tutta lì: uno chiude, l'altro lascia aperto uno spiraglio, anche senza nessuna promessa dietro.


Non credo che Contro il fatalismo e Lo sbilico insieme risolvano niente, e sarebbe patetico pretendere che un saggio filosofico del 1985 e un romanzo autobiografico del 2025 lo facciano al posto nostro, ma messi vicino dicono una cosa che vale la pena tenersi: raccontare la sofferenza senza fatalismo non significa raccontarla con ottimismo, per fortuna, altrimenti avrei dovuto buttare questo pezzo. Significa solo rifiutarsi di dire che era già tutto scritto. Il che, detto da una che si fa comunque il tema natale, resta la contraddizione più onesta che so offrire.


 
 
 

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