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Live Nation, Veeps e l’attacco all’editoria musicale indipendente

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 9 ago
  • Tempo di lettura: 4 min

Può una band pop punk che ha definito la scena musicale alternativa negli anni 2000 distruggere proprio l’ambiente che l’ha resa grande?  A questa domanda dovrebbero rispondere i fratelli Benji e Joel Madden, fondatori dei Good Charlotte, gruppo conosciuto per diverse canzoni che negli anni 2000 divennero vere e proprie hit, tra cui The Anthem, The River e I Just Wanna Live. Come riportato da Pitchfork, i due gemelli negli ultimi anni hanno infatti acquisito tramite Veeps, società da loro fondata e sussidiaria di Live Nation che consta di una piattaforma streaming di concerti ed eventi legati alla musica, diverse testate indipendenti come Alternative Press, Revolver e BrooklynVegan, tutte operative nel settore della musica alternativa, anche underground. Ebbene, il 4 agosto Veeps, ormai gruppo editoriale, ha deciso, dall’oggi al domani, di licenziare quasi tutto lo staff redazionale delle riviste di cui sopra.


La notizia è ovviamente tragica, per vari motivi. Innanzitutto, sono centinaia le persone che si sono ritrovate di punto in bianco senza lavoro, gente che per anni ha dato tutto per la musica e la scena punk, pop punk, metal e rock. E che, stando a diverse testimonianze, tra cui quella di Chris Enriquez, batterista di band come Spotlights e Beinn e attualmente in forza a New Noise Magazine, ha dovuto subire un ambiente di lavoro tutt’altro che confortevole da quando i due gemelli hanno acquisito i vari magazine.


C’è poi un altro fattore da considerare, quello culturale. Periodici come Alternative Press, Revolver e BrooklynVegan sono testate storiche, con la prima fondata addirittura nel 1985 e l’ultima che si è imposta, sin dal 2004, come baluardo della scena underground, soprattutto newyorkese. Un’altra delle riviste colpite è Goldmine, realtà fondamentale per i collezionisti attiva addirittura dal 1974. Il progetto di Benji e Joel Madden e di Live Nation non è ancora chiaro, ma lo sono gli effetti. Le voci di intere sottoculture sono dapprima diventate parte di corporation che di alternativo e indipendente non hanno nulla e ora vengono zittite, distrutte, con la complicità di chi a quelle realtà deve tutto.


Lo stile di vita di quelli ricchi e famosi/ Stanno sempre a lamentarsi/ Sempre a lamentarsi/ Se i soldi sono un tale problema/ Beh, hanno delle ville/ Penso che dovremmo derubarli”, questo cantavano i Good Charlotte nel 2002. Certo, 24 anni sono tanti e può capitare di cambiare punto di vista, tutto sommato è anche legittimo. Forse un po’ ipocrita in questo caso per una band che si è sempre atteggiata attenta alle questioni sociali e al mondo della working class, ma chi scrive non ha il diritto di giudicare.


La scelta di legarsi a Live Nation avrebbe dovuto, d’altronde, essere già un campanello d’allarme. Proprio ad aprile di quest’anno il colosso dell’organizzazione di eventi e la sussidiaria Ticketmaster sono state condannate dall’antitrust statunitense per attività illegale di monopolio. La società controlla infatti la maggior parte delle venue nordamericane, con gli artisti che spesso non hanno libertà di scelta per quanto riguarda dove suonare. In questo modo, non solo Live Nation si accaparra la quasi totalità dei concerti, ma tramite Ticketmaster può imporre i prezzi che vuole. Nel 2023 la questione è talmente sfuggita di mano che Robert Smith ha dato il via a una vera e propria battaglia contro la piattaforma di ticketing per calmierare il costo dei biglietti. Alla fine il cantante The Cure l’ha avuta vinta, ma si tratta, purtroppo, di un’eccezione. Ecco, viste queste premesse, si può forse pensare che Live Nation abbia a cuore il giornalismo musicale indipendente e la scena underground?


Questa domanda retorica deve portare a una riflessione. L’impatto che la decisione dei fratelli Madden e di Live Nation avrà sul mercato musicale e sulla stampa di settore sarà semplicemente devastante. L’editoria indipendente è fondamentale. In ambito artistico, poi, avere un luogo che sfugge alle regole di mercato e che, invece, racconta la realtà umana della scena musicale, promuovendo artisti che, altrimenti, sarebbero destinati all’oblio, è vitale. Se tutto questo dovesse sparire, non resterebbe altro che l’algoritmo. Non ci sarebbe nessuna vera occasione per scoprire qualcosa di nuovo, per approcciarsi ad artisti che magari mai si sarebbe pensato di ascoltare, per lasciarsi andare alla curiosità, per elevare il discorso artistico. Soprattutto, verrebbe a mancare la possibilità di creare una vera comunità di ascoltatori e appassionati. Distruggere ciò è la mossa perfetta per corporazioni interessate all’appiattimento culturale in favore del profitto. Il pubblico non deve essere una realtà comunitaria viva e attiva, ma un ammasso di individui da ingozzare con il trend musicale del momento, nulla di più.


D’altronde, chi vuole raccontare la realtà in tutte le sue sfaccettature fa paura. È qualcosa di troppo anarchico, poco controllabile, poco standardizzabile. E allora ecco che chi cantava “Vivere in questo posto, è sempre stato così/ Nessuno fa nulla, perciò niente cambia/ E non posso vivere mentre il mondo continua a morire” contribuisce ad uccidere proprio quel mondo di cui scriveva. Dimostrando che, in realtà, forse a volte è davvero meglio non fare niente. Soprattutto se mentre si gioca a fare gli alternativi, si pensa esclusivamente al proprio profitto e ci si dimentica dei valori di cui è portatrice la musica che si suona, tanto da fare il deserto intorno a sé e trasformarsi in un gigantesco cavallo di Troia al servizio delle multinazionali. Che è esattamente il contrario di quello che punk, metal, pop punk e alternative rock insegnano.

 

Fonti eventuali:


 
 
 

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