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Mitologia moderna del vampiro - Analisi cinematografica sul vampirismo (pt. II)

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 3 giu 2024
  • Tempo di lettura: 7 min

Introduzione

In un articolo ormai pubblicato qualche tempo fa abbiamo analizzato la figura del vampiro all’interno del mondo cinematografico, circoscrivendo l’analisi esclusivamente alla figura di Dracula, figura simbolica per antonomasia del vampirismo. Abbiamo deciso di approfondire ulteriormente la storia delle rappresentazioni vampiriche al di là della figura del conte, andando ad esplorare tutti quei film che possiedono un grande carico significativo, capaci di farci riflettere su noi stessi e la società che abitiamo.



Gli anni ’80

Durante gli anni ’70, ad eccezione di “Nosferatu, il principe della notte” di Werner Herzog, i film sui vampiri non vantavano una grande popolarità. Esistevano dei casi particolari come le produzioni spagnole di Jesus Franco, che unirono il tema del vampirismo con quello dell’erotismo e della psicoanalisi. Ma l’immaginario mostruoso venne relegato ai film di serie B, in particolare quelli dello studio britannico Hammer che dagli anni ’60 aveva prodotto la maggior parte dei film sul conte Dracula con protagonista Christopher Lee. Un caso unico nel suo genere fu anche “Per favore, non mordermi sul collo!” di Roman Polanski, film del 1967 fatto appositamente per parodizzare i film della Hammer. All’inizio degli anni ’80 tutto cambia: la cultura artistica riceve una ventata di innovazione grazie all’arrivo della scena musicale punk e new wave, due generi che si svilupparono in contemporanea fra USA e Regno Unito. I modi di vestire cambiano, arrivano i primissimi videoclip, una nuova generazione di artisti cambia le regole del gioco e la ribellione di quegli anni si fa sentire attraverso sonorità dark e proto-elettroniche.


Questo porterà alla creazione di uno stile neo-gotico che avrebbe attinto moltissimo non solo da quell’universo cinematografico espressionista che dominò la scena cinematografica dagli anni ’20 fino agli anni ‘50, ma anche in particolar modo dalla figura del vampiro, adesso considerato come un anti-eroe romantico ed alternativo. Il film che da inizio a questa nuova interpretazione del vampiro è sicuramente “Miriam si sveglia a mezzanotte” (1983), esordio alla regia di Tony Scott e con le interpretazioni di David Bowie, Catherine Deneuve e Susan Sarandon. Presentato fuori concorso al 36° Festival di Cannes, “Miriam si sveglia a mezzanotte” segna per sempre l’immaginario cinematografico del vampiro degli anni ’80 simboleggiando tutti gli elementi di quel periodo. Mischiando una colonna sonora a base di musica classica e brani dei Bauhaus (il film si apre con un cameo della band che canta “Bela Lugosi’s Dead”), l’opera di Scott mescola il tipico montaggio dei videoclip con una fotografia chiaroscura per risaltare in toto l’immagine miticizzata del vampiro, adesso un grande Altro che fa dell’estetica la sua ragion di essere. La visione alternativa del vampiro è accompagnata anche dalle prime sperimentazioni horror comedy (come “Fright Night” del 1985 e “Stress da vampiro” del 1989) che troveranno spazio successivamente negli anni ’90. Ma c’è un film del 1987 che è rappresentativo più di tutti di quel periodo: stiamo parlando di “The Lost Boys”.


“The Lost Boys”, di Joel Schumacher (1987)


La famiglia Emerson, composta dalla madre Lucy e dai fratelli Michael e Sam, si trasferiscono dall’Arizona nella città di Santa Carla, in California. Appena arrivati la città si presenta come un covo di “outcast”: punk, skater e hippy sono i protagonisti della città, in maggior parte giovani. Arrivati alla casa del nonno materno, Michael e Sam scoprono che la città è rinomata per i casi di omicidio e di persone scomparse. Da qui a poco incontreranno la gang dei “Lost Boys”, biker alternativi e giovani vampiri guidati da David (Kiefer Sutherland) che infestano la città creando scompiglio. Film diventato un cult generazionale e considerato uno dei migliori film di Schumacher, l’opera è ambientata in un anno abbastanza particolare per gli Stati Uniti d’America: fra il 1986 ed il 1987 abbiamo l’apice del cosiddetto “Satanic Panic”, un’ondata di isteria di massa in cui la cultura nerd e la cultura rock vennero perseguitate e censurate, in quanto si pensava che portassero i giovani ad aderire al satanismo. In questo il vampirismo gioca un ruolo essenziale: la generazione X viene rappresentata come dei mostri senza ideali, se non quelli della distruzione e della violenza, “ragazzi perduti” appunto. Il titolo non a casa fa riferimento ai “lost boys” di Peter Pan, orfani di una società che non li ha voluti accettare e che ora creano il loro mondo. Se da una parte abbiamo la visione mostruosa della gioventù, accompagnata dalla cover di “People are strange” dei The Doors eseguita da Echo & the Bunnymen (altro gruppo post-punk importantissimo), dall’altra abbiamo l’incomprensione generazionale rappresentata da Michael, che nel film verrà trasformato con l’inganno in un vampiro, e da sua madre Lucy. Dopo la trasformazione, Michael diventa scorbutico, menefreghista e non si cura più del suo stile di vita. Lucy è preoccupata perché vede in suo figlio i problemi tipici dell’adolescenza, ma Michael sa qual è la verità. Qui il vampirismo è anche metafora dell’adolescenza, di una non-accettazione della società che porta alla trasformazione del ragazzo in un giovane adulto, rinnegando la lezione dei più grandi.


Gli anni ’90

Gli anni ’90 sono il periodo d’oro dei film sui vampiri. A differenza dei film sui licantropi (di cui abbiamo parlato qualche articolo fa) che non hanno molto successo e che vengono nuovamente relegati ad una cornice “trash”, i film sui vampiri riescono a modernizzare il cinema d’intrattenimento con uno straordinario successo di pubblico e critica. Abbiamo dei maestri assoluti che girano commedie come “Innocent Blood” di John Landis (1992), “Vampiro a Brooklyn” di Wes Craven (1995) o la parodia di Dracula realizzata da Mel Brooks “Dracula morto e contento” (1995). D’altro canto iniziano i primi film action che mostrano l’esordio alla regia di Robert Rodriguez con “Dal tramonto all’alba” (1996), il ritorno di John Carpenter con “Vampires” (1998) e uno dei primissimi prototipi di cinecomic Marvel con “Blade” di Stephen Norrington (1998). Un’altra novità di quelli anni è lo sbarco nel piccolo schermo di “Buffy l’Ammazzavampiri”, serie TV cult creata da Joss Whedon nel 1994 che unisce per la prima volta il tema del vampirismo con il teen drama. Tornano anche le grandi trasposizioni letterarie: da una parte abbiamo “Dracula di Bram Stoker” del 1993 diretto dal maestro Francis Ford Coppola (di cui abbiamo parlato nel post sulle rappresentazioni di Dracula), e dall’altra “Intervista col Vampiro” del 1995 diretto da Neil Jordan, e tratto dalla serie di romanzi di Anne Rice. Il film è il primo blockbuster storico sui vampiri, con un cast formidabile composto da Brad Pitt, Tom Cruise e Kirsten Dunst, e che riesce a fondere il genere drammatico con il vampirismo. In questa età dell’oro per le creature della notte, Abel Ferrara gira a New York City un film indipendente, completamente in bianco e nero, che porta una nuova visione filosofica del vampiro.


“The Addiction”, di Abel Ferrara (1995)

Kathleen è una studentessa di filosofia appassionata di morale ed etica. La sua tesi di dottorato è incentrata sull’origine del male, in particolare modo sulla scelta degli esseri umani di compiere liberamente atti malvagi. Una sera, mentre sta tornando a casa, viene presa di mira da una donna che portandola in un vico le pone davanti una scelta: o rifiutare quello che starà per farle o accettarlo. Nonostante Kathleen rifiuti, la donna dice che non è abbastanza convinta e la morde sul collo, trasformandola in un vampiro. Da qui Kathleen scenderà in una spirale nichilista e violenta che la porterà ad affrontare la complessità dell’anima. Candidato come miglior film al Festival di Berlino, “The Addiction” crea una riflessione morale sulla figura del vampiro che si sviluppa su due binari: da un lato, abbiamo la condizione del male come scelta consapevole dell’essere umano, dall’altra abbiamo la figura del vampiro come soggetto che va al di là delle concezioni di buono e cattivo. Il vampiro di Ferrara è dipendente dal male, alla ricerca di vittime con cui possa svelare l’ipocrisia dell’essere umano. La trasformazione di Kathleen segue una linea esistenzialista: bisogna accettare la malvagità della società e capire che anche gli esseri più buoni sono capaci di cattiveria.


Anni 2000-2010

All’inizio del nuovo millennio, il cinema vampirico prende due direzioni: da una parte, incoraggiato specialmente dal successo commerciale di “Twilight”, sviluppa un filone romantico rappresentato maggiormente sul piccolo schermo da “The Vampire Diaries” e “True Blood”, dall’altro continua ad espandersi il genere action con la saga di “Underworld” ma col tempo questo genere di film andrà sempre più a scemare, toccando vette sempre più trash. Questo è probabilmente il periodo più buio per i vampiri al cinema, relegati a prodotti scadenti simili alla parabola sui lupi mannari che abbiamo affrontato nel precedente articolo. Una piccola speranza si vede all’orizzonte con la perla svedese “Lasciami entrare” (2008) diretto da Tomas Alfredson, che riporta i temi centrali del vampiro come quello della diversità in un film con protagonisti dei ragazzini che affrontano le loro paure. Allo stesso tempo ritorneranno le commedie sui vampiri, grazie al geniale lavoro di Taika Waititi “What we do in the shadows” (2014), mockumentary che narra la vita di alcuni vampiri della Nuova Zelanda. Ma sarà nel 2013 che vedremo un nuovo film sui vampiri che riesca a riportare nuove riflessioni sulla tematica.


“Solo gli amanti sopravvivono”, di Jim Jarmusch (2013)


Adam (Tom Hiddleston) ed Eve (Tilda Swinton) sono due vampiri antichissimi che stanno insieme da molti secoli. Lui è un musicista che vive a Detroit, lei invece vive a Tangeri insieme al poeta inglese Christopher Marlowe, trascorrendo il tempo a leggere libri e a tradurli. In un momento di sconforto totale, Adam chiede ad Eve di raggiungerlo in America e qui si rincontreranno dopo molto tempo. Presentato in concorso alla 66esima edizione del Festival di Cannes, “Solo gli amanti sopravvivono” non è solo uno dei film più belli di Jarmusch ma anche uno dei pochi film sui vampiri che tratta il tema dell’immortalità e dell’amore con una meravigliosa dolcezza. Si sente veramente il peso della vita eterna non tanto come maledizione che ti fa rimanere a guardare la morte dei propri cari (tema trattato ad esempio in “Intervista col vampiro”) ma bensì come decadenza dell’anima: Adam si trova in uno stato depressivo e medita il suicidio, in quanto non riesce più a trovare uno scopo nella sua vita. E’ passato così tanto tempo che non riesce più ad individuare un qualcosa a cui dedicarsi. Eve rappresenta la sua salvezza. Attraverso il forte sentimento che provano l’uno per l’altro, capiscono che ciò che conta nelle loro vite è dedicarsi alla cura l’uno dell’altro, superando i prossimi secoli insieme.


Conclusioni:

Le opere sui vampiri sembrano essere giunte al capolinea. A parte qualche eccezione recente come la miniserie Netflix dedicata a Dracula del 2020, scritta da Steven Moffat, i vampiri non hanno più uno spazio dedicato all’interno dell’intrattenimento cinematografico e televisivo. Ciò non vuol dire che non hanno ancora molto da dire. Il 25 dicembre di quest’anno è prevista l’uscita di un nuovo remake di Nosferatu, diretto dal maestro moderno dell’orrore Robert Eggers, con protagonisti Bill Skarsgard e Lilly-Rose Depp. Che questo sia un nuovo inizio per i vampiri al cinema?

 
 
 

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