Mia martini e la caccia alle streghe
- tentativo2ls
- 14 dic 2025
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Se la caccia alle streghe fosse solo un capitolo oscuro medievale, potremmo chiuderlo, probabilmente rabbrividendo, e andare oltre. Ma il patriarcato non lavora così: non distrugge i propri strumenti, li aggiorna. Non da più fuoco alle donne nelle piazze, le brucia simbolicamente nelle reti di potere, nei discorsi informali, nelle carriere troncate. Il caso di Mia Martini – senza bisogno di scavare nel melodramma biografico – ne è una dimostrazione pungente.
Il patriarcato non punisce ciò che non capisce: punisce ciò che non controlla.
Questo è il punto chiave. Quando una donna esprime talento, autorità, presenza emotiva non mediata da rassicurazioni, diventa una crepa nel sistema. C’è un imperativo categorico implicito nella cultura pop: l’artista donna purché sia piacevole, meglio se fragile ma non insofferente, intensa ma non ingestibile.
Mimì non aderiva a questo copione. La sua voce e la sua postura scardinavano l’idea che la donna, per essere accettata, debba addolcire la propria forza. E per proteggersi dalla minaccia di potenza in un corpo femminile ,come si fa da sempre d'altronde, non si discute la donna: la si delegittima.
Nel suo caso, un’ etichetta semplice nella sua semplicità: “porta sfortuna”. Non è una critica professionale, non è un giudizio estetico, è un modo di smontare il valore senza ammettere di starlo facendo. Accusare di “sfortuna” non richiede prove: è un marchio sociale autorigenerante. Funziona come la categoria di “strega” nelle persecuzioni storiche: non dimostra nulla, contiene tutto. Appiccica sulla pelle il sospetto senza offrire appigli per difendersi.
Silvia Federici, storica e teorica femminista, analizzando la caccia alle streghe non come incidente oscuro ma come dispositivo di potere — un fenomeno politico ed economico — mostra come quelle persecuzioni non fossero il frutto di isteria collettiva, ma uno strumento per controllare il corpo femminile, la riproduzione, il sapere, l’autonomia.
Oggi, sebbene il contesto sia considerato collettivamente progredito, accade qualcosa di simile: non si mira più al possesso del corpo, ma al possesso della reputazione, della voce, della credibilità. Se una donna devia da ciò che l’industria considera “gestibile”, la si isola.
Non servono prove: basta che alcuni ci credano, e che tutti temano di non crederci abbastanza. La superstizione è un dispositivo economico perfetto: disciplina senza costi apparenti.
Nel caso Martini la violenza non fu né evidente né clamorosa, ma amministrativa. Contratti che spariscono, telefonate che non arrivano, festival che “non possono rischiare”. Nessun gesto eclatante in fondo: solo quell’insieme di omissioni e piccole esclusioni che si intersecano e creano un clima ostile.
Non c’è un singolo responsabile: c’è un ambiente che preferisce la comodità del pregiudizio al confronto diretto. Ed è proprio questa diffusione della responsabilità che rende il patriarcato così difficile da scalfire: non ha un volto, ha procedure.
C’è un secondo livello: l’emotività. Nella cultura patriarcale, l’emozione femminile è accettata solo in due forme: o come ornamento (sentimento che rende la donna graziosa, materna, accomodante), o come patologia (isteria, imprevedibilità, pericolo). Una donna che usa l’emozione come strumento politico, cioè come affermazione di sé, destabilizza. Non piange per essere consolata, ma per affermare un limite. Mia Martini non canta per compiacere, ma per lasciare un segno. E la reazione è quasi automatica: se non la si riesce a minimizzare, la si etichetta in modo negativo.
La definizione di “strega” ha sempre avuto questo scopo. Le streghe erano donne che facevano: guaritrici, levatrici, autonome -solidali tra loro. Non erano mostri, erano soggetti politici non autorizzati. Trasformarle in demoni serviva a sottrarre loro potere, a rompere reti, a convincere la comunità che fossero una minaccia. Con Mia Martini la dinamica è aggiornata: non si punisce la sua voce, si punisce ciò che la sua voce rappresenta. Una donna che non si scusa per occupare spazio.
E qui entra in gioco la funzione sociale della superstizione. Il patriarcato è fragile ma astuto: sa che la legge, la critica o la polemica possono essere contestate. La superstizione no. È l’arma perfetta perché si traveste da cautela collettiva: “non è che non ti rispetto, è che ho paura”. E la paura, storicamente, ha sempre annullato i diritti delle donne più dei tribunali.
Il dato interessante – e scomodo – è che questo meccanismo non richiede cattivi intenzionati. Gli uomini possono partecipare per conformismo, le donne per autodifesa. È così che nasce una caccia alle streghe: come una rete di non-decisioni. Tutti evitano, tutti tacciono. Nessuno uccide, ma qualcuno muore socialmente. E la società può lavarsi le mani: “è successo”.
Ci piace pensare che oggi “tutto questo non succederebbe più”. Convincere che le proprie forme di violenza appartengano al passato è un meccanismo sottile che ogni sistema dominante. Ma basta guardare come trattiamo le artiste che non ammiccano, le politiche che alzano la voce, le sportive che esprimono rabbia. Se non stanno nel ruolo, le patologizziamo: le chiamiamo matte, utopiste, tossiche o divisive. In altri secoli le avremmo bruciate, ora le licenziamo, boicottiamo, ostracizziamo - o rendiamo un meme.
La storia di Mia Martini serve proprio a mostrarci che la cultura non evolve per inerzia.
Le strutture patriarcali non si dissolvono perché siamo “più moderni”. Restano, si travestono e si appoggiano alla stessa logica: se una donna non è funzionale, diventa un problema. E se non riusciamo a spiegare il problema, lo striamo al piano mistico: maledizione, sfortuna, energia negativa. L’importante è mantenere intatto l’ordine.
L’alternativa non sta nel raccontare la sua vita in modo romantico, ma nell’imparare a riconoscere il pattern. Non basta celebrare le voci femminili: bisogna tutelare la loro libertà di essere irritanti, conflittuali, scomode. Perché finché non accetteremo che le donne abbiano diritto alla complessità, continueremo a produrre streghe. Solo con metodi meno cruenti.
Fonti: biografia Mia Martini;
Calibano e la strega: Le donne, il corpo e l’accumulazione originaria (Silvia Federici); Caccia alle streghe, guerra alle donne (Silvia Federici)

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