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Meloni mente sui numeri dell’occupazione?

  • Immagine del redattore: tentativo2ls
    tentativo2ls
  • 19 gen
  • Tempo di lettura: 6 min

Il 16/12/2025 lo stallone italico Francesco Storace urlava potentemente a DiMartedì:

“io preferisco un anziano!”, in risposta a qualcuno, mi pare Bersani, che da ignavo

beta immemore dei fasti littorî qual è gli faceva presente che certi numeri sulla

occupazione di cui si vanta sovente Meloni sono legati più a gente che resta a lavoro e non va in pensione che a nuovo impiego. E bravo Checcone! Mi delizia il suo age play, mi delizia il vigore della sua gerontofilia. Anche perché, a sentire il governo, ha ragione a difendere le politiche occupazionali correnti.


Il primo maggio scorso, addirittura, Meloni, cercando di appropriarsi di spazi e tempi indebitamente e da troppo a lungo ormai monopolizzati dalle sinistre oltranziste con fissazioni proprio ottocentesche tipo sindacati rivendicazioni e cose simili, urlò anch’ella potentemente che “il numero complessivo degli occupati ha raggiunto il massimo storico”. Il massimo storico, capì? Cioè tipo meglio di adesso mai, mai, nella Storia con la S maiuscola! Che meraviglia! Questo Natale (cristiano e sano, finalmente) darà a noi giovani la pace che meritiamo! Giusto? Certo.


Però non si sa mai. Fidarsi è bene, benissimo, benissimissimo; per carità, non “non

fidarsi”, ma “controllare”, però, è meglio. Così, oggi, ho deciso di indossare i miei

panni più festivi e sedermi al tavolo dei dolci con la persona che meglio conosce

questi dati, che meglio sa navigarvi e spiegare ogni minimo dettaglio dei numeri di

questo Belpaese; ho deciso di sedermi con la dottoressa Paola Cortese dell’Istituto

Nazionale di Statistica, una di quelle dietro gli un tempo inattaccati numeri del Vero

che Mentana distribuisce come acqua santa, e chiederle se, non sia mai, Meloni stia

dicendo cose false. Insomma, mi sono seduto con mia madre, e le ho fatto qualche domanda.


Enjoy.

Allora, Meloni sta mentendo sui numeri dell’occupazione?

(Svapa) Meloni parla di un numero di occupati unico nella storia dell’Italia unita.

Rispetto a questa affermazione, sicuramente c’è da considerare la diversa

consistenza di popolazione tra il 1861 e il 2024.

In che senso?

Al primo gennaio 2025 la popolazione ufficiale in Italia (inclusi italiani e stranieri) è di

58.943.464 persone. L’Italia all’unione (questo è un dato che l’ISTAT non diffonde,

essendo nato nel 1926: siamo quasi al centenario!), con residenti censiti al primo

gennaio 1862, contava 22.182.377 persone. Con una struttura della popolazione

completamente diversa da quella odierna per età. All’epoca c’era chiaramente una

platea di persone occupabili che variava di decine di milioni rispetto a oggi.



Che cosa vuol dire questo dato?


Al minimo, che le affermazioni di Meloni sui dati storici dell’occupazione non

significano molto.


Parlando di storia più recente.


Intanto, cerchiamo di capire quanti sono gli occupati. Al 2024, gli occupati erano

23.932.000 (questi dati sono arrotondati alle migliaia). Si tratta di persone

conteggiate tra i 15 e gli 89 anni. Manca naturalmente il lavoro nero sui più piccoli

(ma il lavoro nero tra 15 e 89 anni è considerato nel computo). Questo è


effettivamente il valore più elevato dal 1959, con un valore molto simile raggiunto nel 2008 prima della crisi. Ma questo dato va molto contestualizzato.


Contestualizzato come?


Andiamo a vedere alcune variazioni importanti. La variazione totale dal 2014, anno

dei governi Letta e Renzi, al 2024, ossia quante unità in più sono occupate rispetto a

allora, è di 2.010.000 nella fascia d’età 15-89. Ma com’è distribuita questa variazione

per classi d’età? Quello che è importante notare è che questa variazione totale dal

2014, per l’11,3%, riguarda la classe d’età 15-24, mentre la variazione totale nel

periodo 2022-2024 per la stessa classe d’età è solo lo 0,3%. Questo significa che

l’incremento occupazionale “Meloni” sulla popolazione giovanile è quasi nullo. Cioè,

presta attenzione e smettila di distrarti: tra il 2014 e il 2024 la popolazione occupata

nella fascia 15-24 anni è aumentata di 227.000 unità, ma di queste 227.000 solo

2.000 sono state occupate dal 2022 al 2024, ossia durante il governo Meloni.


Cioè tu mi stai dicendo che da quando è iniziato il governo Meloni soltanto 2.000

giovanissimi tra i 15 e i 24 anni hanno trovato occupazione (e questo include anche il lavoro nero)?


Sì. Se invece si guarda la variazione totale, quindi per tutte le classi d’età, dal 2022

al 2024 si ha un incremento di 833.000 occupati, ossia anzitutto non il milione di cui

parla Meloni, e poi questa variazione totale è per l’84,5% spiegata dalla classe d’età

50-89 anni, con un decremento del 2,8% e del 3,7% rispettivamente per le classi 25-

34 e 35-49, e un incremento del 62% per i 55-64, che è di gran lunga la fascia più

ampia di popolazione, i discendenti del baby boom.


Il tasso di crescita medio annuo dal 2022 al 2024 vede il valore maggiore associato alla stessa classe d’età, 50-64 anni; il valore minimo, negativo, è per la fascia 35-49. Tra i 15 e i 24 anni il tasso è praticamente pari a zero! Quindi anche questo dato non rileva ipotetiche politiche attive di occupazione per quella fascia d’età, ma semplicemente l’invecchiamento di persone già occupate.


Come si può leggere questo dato?


Secondo me, si può leggere alla luce delle riforme pensionistiche.


Perché?


Anzitutto, abbiamo “quota 100” fino a dicembre 2021, che facilitava la fuoriuscita e

quindi il valore assoluto fino a quell’anno, almeno a partire dal 2019, era meno

soggetto alla permanenza degli anziani nel mondo del lavoro.


Quindi il valore era “dopato” prima e ora stiamo tornando a numeri più “normali”?

Forse. Semplicemente, quella era la legge all’epoca. Però a partire dal governo

Meloni si è passati gradualmente alla “quota 103”, con minore convenienza a andare

in pensione, poi anche incentivi espliciti a restare, come specifiche restrizioni a

“opzione donna”, senza parlare delle modifiche all’“APE sociale”, con requisito

anagrafico più alto, da 63 anni a 63 anni e 5 mesi, e un generalizzato aumento

dell’età pensionabile per la vecchiaia. La classe 65-89 anni, addirittura, nel 2022

contribuisce all’aumento totale degli occupati per l’11,4%, praticamente lo stesso

aumento che dal 2014 è rappresentato dai giovanissimi!

Questo per le politiche pensionistiche.


Certo. E non dimentichiamo che i valori concatenati dal 2022 su tutte le fasce d’età

indicano che, sebbene i valori assoluti siano cresciuti, crescono sempre di meno dal

2022 in avanti. Il tasso specifico di occupazione (ossia gli occupati sulla popolazione

per fascia d’età) per i giovanissimi, per esempio, dal 2022 al 2024 è diminuito ogni

anno rispetto all’anno precedente, fino a arrivare a un -3,3% nel 2024 rispetto al

2023. E vogliamo parlare del lavoro povero?


Nel 2024 più di 10 lavoratori su 100

hanno un lavoro povero, ossia un lavoro che ti espone al rischio di povertà assoluta.

Questo dato è aumentato rispetto al 2023, quando era al 9,9%.


Perfetto. Allora, qual è il messaggio finale? Cosa significano tutti questi dati?


Significano che l’incremento complessivo dei posti di lavoro, certificato dall’ISTAT, è

legato alle scelte politiche pensionistiche del governo, e forse che le politiche attive

per il lavoro giovanile non hanno ricevuto la stessa attenzione. In sostanza,

l’aumento dei posti di lavoro è dato da anziani che non vanno in pensione o ci vanno sempre più tardi, non da giovani che trovano occupazione. Al di là dei numeri, permane una quota di popolazione in povertà assoluta che per oltre il 10% è

costituita da popolazione occupata.


Vedi un programma di crescita sostenibile o quanto meno integrato e pianificato

nelle politiche di questo governo?


No, io non lo vedo. Il discorso è molto ampio, perché si va al di là del conteggio degli

occupati, verso quelle che sono le politiche demografiche di un Paese che è

attualmente sull’orlo del collasso e che dovrebbe aprire le porte a contingenti

giovanili provenienti da ovunque per sostenere il proprio sistema pensionistico

(nonché economico). Perché c’è un problema contestuale di contrazione delle

condizioni economiche di chi va in pensione: chi va in pensione prende due soldi e

prenderà sempre di meno se il carico del sistema previdenziale grava su meno e

meno giovani occupati.


Che cosa dici a chi parla di aumento della natalità?


(Ride) Il problema è questo: i dati sulla struttura per età e sesso della popolazione

dicono che non solo è in contrazione il numero delle nascite, ma anche quello delle

donne in età fertile. Questo vuol dire che il divario ormai è incolmabile: non

basterebbero tre o quattro figli per donna, prospettiva assolutamente lontana dalle

migliori previsioni, ma anche difficilmente attuabile in Italia, dati i livelli di povertà. In

sostanza, i giornali cattolici che parlano di crisi di fede e denatalità o i giornali

propagandistici che parlano di scelte giovanili in controtendenza rispetto agli

interessi nazionali, per esempio Il Messaggero, che il 15/04/2024 titolava “i giovani

italiani non vogliono figli” e parlava di “negazione no kids”, attribuendo la denatalità a scelte giovanili, non tengono conto degli errori fatti dalle nostre generazioni, che

hanno portato a una riduzione sistematica grave almeno quanto la denatalità della

popolazione in età fertile.


Io in pensione quando ci vado?


(Svapa) Non lo so. Considera anche che a giugno 2026 finisce il PNRR, che in

questi anni ha sostenuto, sebbene non sempre nel miglior modo possibile, i livelli di

crescita economica (modestissimi) e quindi occupazionale del Paese. E che ci

aspetta una finanziaria che resta un’incognita e che sarà formulata in piena

campagna elettorale. Se non rendiamo più giovane questo Paese, siete rovinati.


Daje. Però scusa…


Dimmi.


Storace dice che sono meglio gli anziani.

(Non risponde).

 
 
 

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